Archivio 2007 Marzo - N. 81 Il viaggio di Francesco Piccolo nei divertimenti di massa
Il viaggio di Francesco Piccolo nei divertimenti di massa
di Piergiorgio Giacchè   

“L’Italia spensierata” di Francesco Piccolo (Laterza) non è un romanzo né un saggio, non un libro di racconti né di riflessioni. È semplicemente “un libro di lettura”, un genere che dovrebbe essere incrementato per ricominciare a pensare, in un’Italia che deve il suo spensieramento anche alle ambizioni letterarie e alle pretese scientifiche degli infiniti autori di libri quasi sempre “da non leggere”. Viceversa, può darsi che un normale e dunque inqualificabile libro di lettura finisca per rivelarsi un esempio di buona scrittura e perfino un modello di ricerca scientifica. Forse questa è una parola grossa, ma magari è solamente diventata obesa, e un intervento leggero e insieme rigoroso, può davvero insegnare a molti il metodo o almeno l’atteggiamento dell’osservazione partecipante (il segreto o il mistero della ricerca sociale e culturale). “Come coniugare lo sguardo obbiettivo e il coinvolgimento soggettivo nella realtà che si vive e che intanto si vuole indagare”, non è l’aspirazione di un buon giornalista (anche perché il ‘giornalista buono’ è un modello e una carriera che non interessa più a nessuno), ma addirittura il fondamento della scienza antropologica (anch’essa non proprio in ottima salute). 
Francesco Piccolo non si è posto il problema e però ha sviluppato il tema in modo eccellente: il suo libro di lettura equivale a una ricerca etnografica e a una riflessione antropologica sui mondi contemporanei (come si dice oggi), con risultati involontariamente superiori a quelli di professori e professionisti certamente più preparati, ma sicuramente meno motivati. Qui infatti non si trattava di dimostrare la novità euristica e la possibilità interpretativa di un etnologo che sale sul metrò, ma di provare a conoscere e perfino ad amare i non-luoghi e i non-sensi del nostro paesaggio e messaggio quotidiano; qui l’autore-esploratore decide di compiere attente incursioni in almeno quattro gironi del nostro inferno consumista, al fine di avere un rapporto migliore con la cultura in cui si è immersi, con la gente con cui vive, con la figlia che si deve educare. False intenzioni? Astuti pretesti per finire con la solita amara polemica? Forse, ma fino a un certo punto: la distanza e la critica dell’autore sono necessarie e sufficienti, ma non cancellano una speranzosa “buona volontà” di cui sia lo scrittore che il lettore devono armarsi per forza. Dentro quel mondo e proprio in quel modo infatti viviamo tutti. Non c’è intellettuale ipercritico, radicale, apocalittico, eretico eccetera che “in cuor suo” – se ha un cuore ed è sentimentalmente onesto – non ci provi continuamente a far pace con la massa o tregua con la subcultura o buon viso alla cattiva sorte del mondo che ci circonda e del modo che ci avvelena tutti. E se avessero ragione tutti quegli altri che hanno torto? E se la mia insofferenza non fosse che snobismo e infine ipocrisia?
Detto fatto, e scritto. Francesco Piccolo si mette in viaggio e in discesa dentro i quattro cantoni dell’attuale cultura di massa, ma dentro sul serio, e scendendo fino in fondo: la televisione e il supermercato e il cinema e il parco dei divertimenti, non più contemplati e fruiti da ordinario consumatore, ma visitati per così dire internamente, come giocando al dottore, e intanto facendosi per davvero paziente. Allora si va in carne e ossa dentro gli studi della televisione per partecipare al pubblico dal vivo – si fa per dire – di “Domenica In”; si dedica un’altra domenica a una gita sacrificale nei labirinti paralleli dei due Autogrill migliori e peggiori d’Italia; si sceglie il giorno santo della festa del cinema (il 26 dicembre, il giorno record dello sbigliettamento) per esporsi alla visione del rituale Film di Natale, e disporsi alla comprensiva analisi delle porno avventure dei Boldi e De Sica di turno. E infine ancora una domenica – ma stavolta accompagnato da guide bambine – viene investita per sperimentare, nei limiti del possibile e dello spendibile, le meraviglie di Mirabilandia.
Ogni piccola avventura è una ricerca. Ma per Francesco Piccolo è vero soprattutto il contrario: ogni rigorosa osservazione si traduce in anelante partecipazione alla avventura della vita quotidiana. Il meticoloso appuntarsi le frustrazioni e le minzioni del pubblico in studio televisivo, l’inventario delle golose merci e dei cattivi gusti disponibili nell’autogrill, le sequenze equivoche e le sapienze solide che stanno dentro e dietro al film di natale, la rassegna inesausta delle resistibili attrazioni e risibili finzioni di una disneyland di provincia, sono penitenze che l’autore compie senza ridere e senza piangere; non per prendere in giro né per perdere tempo, ma al limite come atti di fede e perfino di carità nei confronti di un Mercato che – proprio come l’Inferno – spegne nel lettore ogni residua speranza. L’ironia è inevitabile, ma non si pone come atteggiamento di partenza ma si impone come risultato di ogni viaggio o capitolo, e si sconta tutta insieme al termine del libro. Un quinto e breve atto finale in effetti lo conclude, come una sorta di catarsi proposta per una volta al termine di una commedia, per di più all’italiana. L’autore e il lettore escono finalmente “a riveder le stelle”, quelle della Notte Bianca di Roma (ma potrebbe essere ormai di Voghera o di Canicattì), in cui sembrano vivificarsi quasi tutti gli slogan dei migliori anni della nostra vita, dal riprendiamoci la città al tutti insieme appassionatamente.  
La notte bianca non è un volgare carnevale né un’astuzia commerciale. È il tempo-spazio liminare in cui la società dello spettacolo può travestirsi da comunità o per lo meno da Comune, può fingersi densa di umane relazioni e di autentiche liberazioni, e soprattutto può ricoprire ogni consumo e ogni divertimento con l’addizione proteica e pedagogica della nutella della Cultura. La notte bianca – lo dice la parola stessa – è una semplice quanto radicale rivoluzione. Non si tratta dell’ennesima notte in bianco ma di una notte illuminata in ogni senso che, sotto la guida paterna del sindaco e fraterna degli assessori, scorre verso un vero sovvertimento: si tratta di sospendere la logica diurna e rapace del mercato, abbattendo i suoi prezzi, vincendo le sue separazioni e scombinando le sue gerarchie. Un museo vale quanto una discoteca, una conferenza quanto una trattoria. Ma di più, come nelle favole e nei cartoni animati d’antan, i vecchi giocattoli del teatro povero e del cinema impegnato (ma anche della poesia d’avanguardia, della musica colta, della tradizione popolare e così via) escono dalle polverose nicchie e conquistano la piazza di un grande e finalmente democratico paese dei balocchi e dei profumi. Senza snobismi ma anche senza classifiche, i piccoli teatri e le biblioteche di quartiere si aggiungono al luna park e ai grandi concerti pop e alle meraviglie del circo in piazza: tutte paritarie espressioni di una cultura oramai felicemente senza limiti e senza emarginazioni.
Non importa se lo scrittore Piccolo e con lui i suoi lettori cercano con fatica di approfittarsi di questo “ben dell’uomo” e magari perdono occasioni, sbagliano itinerari, si accontentano di eventi minori e si dibattono in mezzo a una folla eccessiva. Quello che “L’Italia spensierata” ci mostra e ci dimostra è il suo quasi perfetto compimento. Quello su cui perfino involontariamente ci fa riflettere è che la discriminante fra la destra e la sinistra sta nell’accentuare la sostanza economica o la vernice culturale di uno stesso mercato. O forse appena sulla differenza fra il male della cultura di massa e il bene della massa della cultura.
Dopo aver attraversato la televisione della domenica, il cinema di natale, il supermercato autostradale e il parco di divertimenti infantile, la notte bianca non porta consiglio, ma suscita in Francesco Piccolo un sogno. Sogno che non vogliamo raccontare, perché sarebbe come rivelare a chi il libro non ha letto il nome dell’assassino, pardon dell’assessore. In quel bruciante finale più di un lettore ed elettore di sinistra potrà facilmente riconoscersi. Per chi cioè non riesce a liberarsi dall’insofferenza dei consumi necessari e dalla nausea degli spettacoli obbligatori, il sogno sarà sempre un incubo.
Ma il risveglio – avverte l’autore – potrebbe essere peggio.

Piergiorgio Giacchè