Archivio 2007 Marzo - N. 81 La chiesa e il caso Welby
La chiesa e il caso Welby
di Andrea Boraschi e Luigi Manconi   

Ci sia consentita, per mero diritto di simmetria, un po’ di “ingerenza” nel dibattito in corso nella Chiesa cattolica sulle questioni “di vita e di morte”. Quanta ragionevolezza, quanto buon senso, quanta intelligenza nell’intervento di Carlo Maria Martini, pubblicato domenica 22 gennaio dal “Sole24ore”! Scrive Martini: “Senz’altro il progresso medico è assai positivo. Ma, nello stesso tempo, le nuove tecnologie, che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano, richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona. È di grandissima importanza, in questo contesto, distinguere tra eutanasia e astensione dall’accanimento terapeutico, due termini spesso confusi. La prima si riferisce a un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte; la seconda consiste nella ‘rinuncia... all’utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo’ (Compendio Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 471). Evitando l’accanimento terapeutico ‘non si vuole... procurare la morte: si accetta di non poterla impedire’ (Catechismo della Chiesa Cattolica, n.2.278), assumendo così i limiti propri della condizione umana mortale. Il punto delicato è che per stabilire se un intervento medico è appropriato non ci si può richiamare a una regola generale quasi matematica, da cui dedurre il comportamento adeguato, ma occorre un attento discernimento che consideri le condizioni concrete, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. In particolare non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete – anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite – di valutare se le cure che gli vengono proposte, in tali casi di eccezionale gravità, sono effettivamente proporzionate.”
Chiaro? Chiarissimo, invero. Si dimostra, in queste righe, come la distinzione laici/cattolici, nella discussione sui diritti dell’uomo (del paziente) dinanzi alla morte, sia pleonastica e fuorviante. Non ne abbiamo altre da proporre (benché ve ne siano a disposizione alcune, meno abusate ma ancor più inservibili); e, a dirla tutta, troviamo che in una discussione quale quella in corso la compulsione allo “schema”, la (fallace) tentazione euristica di dare un nome a “chi sta di qua” e a “chi sta di là”, siano scorciatoie da scansare.
Gli argomenti e i nodi salienti della questione sono tutti sul tavolo. E l’intervento di Martini risulta tanto chiaro da suscitare, tra i vari commenti, quello di Elio Sgreccia (e quello di Camillo Ruini), di sapore e orientamento decisamente divergenti. Secondo Sgreccia, intervenuto l’indomani sul “Corriere della Sera”, “è eutanasia anche la ‘omissione’ di una terapia efficace e dovuta, la cui privazione causa intenzionalmente la morte”. Su questa affermazione si potrebbero sollevare non poche obiezioni; ma, prima di tutto, resta da chiarire cosa si intenda veramente per “efficace” e “dovuta”. Erano efficaci le cure prestate a Welby? Sotto un profilo medico (nella misura in cui procrastinavano la sua morte o alleviavano i suoi dolori) potremmo considerarle tali; per altri, ben più importanti e scientificamente altrettanto rilevanti, non lo erano affatto: perché non contemplavano alcuna possibilità di regressione dalla malattia, nel caso di un paziente afflitto da grandi sofferenze, fisiche e psicologiche. Prospettavano solo il prolungamento di un’agonia.
E poi: cosa vuol dire “dovuta”, in riferimento a una terapia? Essa è dovuta quando prospetta margini di “efficacia”? Se così fosse, le risposte alla domanda sarebbero di già disponibili. Tutte quelle cure che non sono efficaci non sono neppure dovute: dunque è legittimo che da esse ci si astenga. E ancora: il dovere alla cura riguarda il solo medico o anche il paziente? E se riguardasse solo il primo, come possiamo sanare un’eventuale divergenza di vedute, tra chi si sente obbligato a somministrare dei trattamenti e chi, titolare del proprio corpo e della propria malattia, a quei trattamenti intendesse rinunciare?
È nota la disputa tra quanti, bioeticisti, medici o semplici interessati, ritengono che l’alimentazione e l’idratazione artificiali non siano “terapie”, ma semplici trattamenti di sostegno, dunque irrinunciabili; e quanti, invece, valutano quegli interventi alla stregua di qualsiasi altra prassi terapeutica. E ne riconoscono (come nel caso di Eluana Englaro) il ruolo determinante nel prolungamento della vita del paziente: un prolungamento artificioso (si respira e ci nutre attraverso il funzionamento di macchine e apparecchiature) operato su una fisiologia morente, su un corpo svuotato di coscienza, volontà, incapace di relazione con il mondo.
Per Sgreccia l’alimentazione e l’idratazione artificiali non sono “terapie”, ma cure ordinarie; e, in quanto tali, sempre obbligatorie. In altre parole, secondo il presidente della Pontificia Accademia per la vita, far respirare un organismo attraverso un ventilatore e nutrirlo di un composto artificiale (il Pulmocare) non per via orale, come accadeva con Piergiorgio Welby, non corrisponde a un intervento terapeutico. Per Sgreccia risulta immorale qualsiasi omissione, da parte del medico, rispetto alla somministrazione di terapie in grado di curare con efficacia (e il punto resta: come misuriamo questa efficacia?); e, parimenti, risulta immorale, da parte del paziente, il rifiuto di qualsiasi intervento medico sia in grado di migliorare la sua salute. Si tratta di giudizi etici che hanno un fondamento teologico; e, in quanto tali, non ci sentiamo di discuterli. Pensiamo, semplicemente, che rientri tra le libertà dell’individuo quella di rifiutare qualsivoglia cura (sia essa un’aspirina o un trattamento vitale): perché egli, nella sua condizione di paziente, non può e non deve soggiacere ai dettami della medicina, dell’autorità pubblica, dell’autorità religiosa. La sua vita e il suo corpo gli appartengono pienamente: non possono essergli alienati, neppure in virtù del progresso tecnologico o delle prassi cliniche.
Mina Welby sostiene che suo marito abbia fatto “come Giovanni Paolo II, che quando stava per morire ha rifiutato la respirazione artificiale e chiesto di tornare alla casa del Padre”. E si chiede per quale motivo fosse a tutti apparso legittimo che Wojtyla rifiutasse quell’intervento come si rifiuta una “terapia” (non una cura ordinaria “sempre obbligatoria”) che non si oppone efficacemente alla morte: perché la morte sarà comunque, di lì a poco, inevitabile; e si chiede per quale motivo, invece, sia apparso così controverso, nel caso del suo Piergiorgio, il diritto a interrompere un trattamento (anziché rifiutarlo in partenza). Sono domande scomode. E certamente Mina Welby non avrebbe mai voluto trovarsi nelle condizioni di doverle porre. Esistono dei misteri assolutamente individuali, che sono della coscienza umana dinanzi alla morte, sui quali interrogarsi può risultare vano e superbo. Ciò che motivò Wojtyla e Welby ad abbandonare questa vita resta, in ultimo, inconoscibile. Ma certamente quel convincimento rimane anche parte fondante di ciò che era la loro libertà di uomini. Negarla, come è accaduto con Welby, è apparso a molti credenti come una bestemmia. “Dio non ci chiede di vivere ostaggi di una macchina. Dobbiamo guardarci dal trasformare la sacralità della vita nella sacralità della tecnica, fino a fare della tecnica quasi un dio che dice: alzati e cammina”: così Giovanni Reale, filosofo cattolico.

Andrea Boraschi e Luigi Manconi