Archivio 2007 Aprile - N. 82 Le donne, in Italia
Le donne, in Italia
di Goffredo Fofi   

Silvia Ballestra, che fa parte della generazione di giovani scrittori degli anni novanta che è ormai arrivata alle soglie dei quaranta ma che ha saputo mantenere la vivacità, la curiosità e la capacità di sorprendersi e di arrabbiarsi dei suoi vent’anni, ha pubblicato presso Il Saggiatore un pamphlet sulla condizione femminile in Italia – che non è un saggio, non è un romanzo, non è un’autobiografia, non è un viaggio, non è un dialogo con la madre viva o morta, non è una lettera a una figlia o a un figlio, o a un marito con cui sta oppure non sta più, e non è neanche una vertiginosa autoanalisi psicanalitica o una filosofica o mistica riflessione sull’Eterno. Si intitola “Contro le donne nei secoli dei secoli”, è breve (94 pagine, 7 euro), e pur essendo spesso agghiacciante è per di più divertente, ma nel senso che l’indignazione non toglie all’autrice il gusto di irridere, di mostrare il grottesco di una situazione complessiva, e di insistere su quanto la nostra italica o post-moderna accettazione della merda non voglia dire che quella merda sia il migliore dei mondi possibili, che ciò che è e che i più approvano sia necessariamente l’unico modo possibile di intendere le cose. 
Silvia Ballestra ha una rara capacità di allontanarsi o di buttarsi a corpo morto sugli argomenti, di praticare la vicinanza e il distacco partendo da osservazioni su fatti e modi di dominio pubblico, che tutti vediamo, ma di cui pochi vogliono vedere, o sono ancora in grado di vedere, la abnormità: “le realtà sono così grandi che si preferisce non guardarle, e i dettagli sono ormai così ovvi, quotidiani, sottopelle, che nessuno ci fa più caso”. Però il suo pamphlet, agile e spiritoso, necessario e maneggevole, e che lei definisce più volte “una scenata”, non ha suscitato le reazioni che avrebbe meritato, e si possono ipotizzare per questo molte ragioni.
La prima è ovviamente che i media non possono condividere quello che è anche un virulento attacco a tutta la loro pratica e alla loro morale, alla loro corruzione o, per alcuni, alla loro schizofrenia. Corresponsabili o complici di tutto il male possibile del nostro tempo, senza autonomia di sorta rispetto a chi li paga (in primo luogo la pubblicità), preoccupati di stare il meglio possibile nel flusso e nell’andazzo, quando fanno i moralisti lo fanno a vuoto, o parlano dal pulpito, da e tra “grandi”, predicando dal pieno di posizioni di potere o di compiaciuta servitù verso ogni potere – o i più “autonomi” e privilegiati discettando di massimi sistemi o di misteri e complessità della psiche umana e del quotidiano, e indifferentemente di ninfe e di oppressione, di oppressione o di rivolta, di universale o del particolare più facilmente universalizzabile, e mai, in definitiva, cercando di uscire dal cerchio lusingato e dorato della propria mente e altezza (dai propri narcisismi e amor propri) per riuscire a comprendere o magari a condividere la realtà di tutti.
La seconda è che i maschi che contano (tra i quali quelli che scrivono) non possono apprezzare l’attacco alle prerogative che sono riusciti a mantenere, e anzi a far diventare più evidenti e più forti, se non in quella minoranza che è stata toccata direttamente dalla storia del femminismo e che ha saputo reagire mettendosi in discussione e accettando – molti con un sospiro di sollievo per la possibilità di uscire finalmente dalle tremende ruolizzazioni della lunga epoca secolare che ha preceduto la rivoluzione femminista – una perdita di peso e di potere, nella coppia e nella società. Né si può parlare di una gran solidarietà dei gay con le donne, in un tempo in cui i gay hanno finalmente trovato un pubblico riconoscimento della loro diversità, pur con tante ambiguità da parte dei “gay che contano” (si pensi alle infamie alla Dolce & Gabbana) e di chi, per svariati interessi anche politici, li riconosce. (Sui modi di considerare la sessualità da parte del sistema e della morale vigente si discute troppo poco, ed è urgente farlo.)
La terza è che le femministe oggi come oggi contano poco o pochissimo, e se la loro rivoluzione è stata fondamentale nella seconda metà dello scorso secolo, le “astuzie del capitale” e talvolta “gli scherzi della dialettica” le hanno confinate in uno spazio angusto, di scarso peso sul resto del genere e del mondo. Dice la Ballestra: “il dibattito in seno alle donne (...) significa il più delle volte ‘dibbattito’ in seno a una ristrettissima élite, conosco club di canasta più numerosi”. Da questo pamphlet molte amiche dal passato o dal presente di militanza femminista si sono sentite dunque urtate, non hanno voglia di parlarne, e se non possono disconoscerne l’interesse, visti i tempi però non ne apprezzano i toni e soprattutto il disconoscimento della loro rivoluzione. Come se non fosse abbastanza chiaro che la gran parte delle cose che una rivoluzione propone vengono, in questo nostro tempo e forse anche prima, “recuperate” agilmente dal sistema, le più radicali risultandone così private di forza e di peso. E  che dopo le rivoluzioni ci sono le restaurazioni.
D’altra parte la Ballestra non accampa grandi pretese, parla di scenata e di pamphlet e non di inchiesta non di teoria, e non fosse che per questa sua dichiarata e non recitata modestia le sue considerazioni (il suo sfogo, la sua denuncia) andrebbero accolte con molta, molta attenzione. Di fatto ella dice una cosa molto semplice: che la condizione femminile in Italia fa di nuovo schifo, nonostante tante conquiste, e nonostante, anche se non è lei a dirlo, sia migliorata indubbiamente quella della parte più borghese delle donne. Dice che la Chiesa è costantemente all’attacco. Altro che restaurazione! a volte si ha l’impressione del delirio, dell’autodifesa forsennata da parte di un gruppo di potere ferocemente maschilista, in nome di una famiglia che non c’è  più e di cui andrebbero semmai sacralizzate le nuove forme, i “dico”. Dice che lo stupro è diventato uno sport nazionale. Dice che i media la pubblicità la scuola la chiesa i gruppi politici concordano nella scarsa considerazione della donna e contribuiscono alla sua oppressione in modi che a volte sono persino più violenti che in passato (per esempio, riguardo alle immagini dominanti della donna, al loro losco uso). Dice che gli uomini, proprio per la perdita di potere sulle donne, sono vuoi più sconcertati e assenti vuoi più maschilisti e fascisti, anche quando sotto spoglie “di sinistra”. Dice che le “pari opportunità” non sono affatto una soluzione, senza una convinzione di nuova dignità a sorreggerle. Dice che il modello delle “donne in carriera” che ne consegue è, per esempio a sinistra, di imitazione dai maschi e di concorrenza con loro e il loro modo di intendere il potere, e che su questo terreno si può rapidamente arrivare alle stesse conseguenze (perfino alla stessa ferocia) che ha già proposto al mondo il dominio dei maschi. Dice che le multinazionali (e la finanza e la scienza, va aggiunto) sovrastano oggi il discorso sulla differenza e mirano alla (maschile) distruzione del mondo. Di cui anche le donne possono essere di fatto complici, involontarie come la maggior parte degli uomini.
Il pamphlet della Ballestra dovrebbe aprire a grandi discussioni sulla condizione femminile oggi in Italia (e non solo: si veda il bel capitolo sulle immigrate, che parte dalle opere della Ehrenreich, così poco discusse, così poco “entrate” nel nostro senso comune), discussioni certamente più “politiche” che specifiche al femminismo. Ma è questa la sua forza, e se a volte “si ferma alla superficie”, esso ci provoca e aggredisce tutti, maschi e femmine, a partire da una semplice e durissima constatazione: che le donne se la passano male, molto più male degli uomini, che di questo si parla poco, che ce ne indigniamo troppo poco.

Goffredo Fofi