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incontro con Costantino Cossu
Questa intervista è la prefazione a un libro di prossima uscita, “Giobbe”, curato per le Edizioni della Torre di Cagliari da Manlio Brigaglia, che conterrà il testo della lezione magistrale (“Giobbe, il dolore e il desiderio”) tenuta da Mannuzzu per il conferimento, nel 2005, della laurea honoris causa in Lettere da parte dell’Università di Sassari.
Cito dal suo testo “Giobbe, il dolore e il desiderio”: “Giobbe campione del desiderio, più ancora che del dolore”; l’amore per la letteratura come “amore destinato, ontologicamente, a rimanere desiderio; desiderio inappagato, desiderio mai pacificato”. Desiderio che non raggiunge il suo oggetto, quindi desiderio cui è connaturato il dolore del distacco, della lontananza. Possiamo partire da qui… Tra letteratura e desiderio esiste, mi pare, un rapporto da specie a genere. Il desiderio è una categoria ben più ampia della letteratura. Non ogni desiderio è letteratura; ma la letteratura è sempre desiderio. Guai però se la letteratura si fa desiderio di un oggetto particolare, di un oggetto mondano. Sarebbe simonia. Poi è vero anche che la letteratura ha, inevitabilmente, i suoi tramiti specifici: un romanzo è fatto di personaggi, di luoghi, di avvenimenti, di circostanze. E la scrittura è animata da un forte insoddisfatto desiderio anche rispetto a questi suoi tramiti: da un amore non corrisposto verso di essi. Che sono correlativi di qualcosa d’indicibile, molto più grande di loro, totale. Un qualcosa che non può essere detto, che è sempre detto male. Ecco perché, quando scrivo, dopo mi trovo vestito di panni che non mi piacciono; che addirittura non mi sembrano miei. Si cerca scrivendo di toccare l’intangibile: lo inseguiamo per destino e per destino non lo raggiungiamo mai. Così il nostro amore non ricambiato è destinato a rimanere desiderio; e dolore: strazio.
Perciò anche il dolore è un input della scrittura… Sì, ma appunto non un dolore particolare. Se soffro d’un mio particolare dolore, io non riesco a scrivere. O anche se vivo una mia particolare gioia. Mi è già capitato di dire che si scrive senza ispirazione: senza un movente esistenziale specifico. Quando la vita, la propria vita, stringe troppo, si è meno liberi e (almeno nel mio caso) è difficile scrivere. Invece il dolore insito nella condizione umana è uno degli input della scrittura; il dolore come senso di separazione, di distanza incolmabile, di incompletezza: quelle che segnano ogni esistenza; e che la scrittura è deputata a notificare, tramite i suoi codici e i suoi strumenti.
C’è un nesso tra l’incompiutezza della condizione umana e il peccato della tradizione religiosa cristiana, il “mysterium iniquitatis”? Il “mysterium iniquitatis” è il tema che tuttora – pur non avendo io più voglia di nulla – mi affascina e mi atterrisce. Peccato è mancanza di compimento, secondo la definizione d’un grande teologo, Karl Barth (ma anche sant’Agostino e poi san Tommaso ne davano una nozione non dissimile, affermando che il male non è “sostanza” ma “privazione di bene”). Come quando una cosa non riesce, si spreca, non giunge all’esito che deve esserle proprio, e noi diciamo: “Che peccato”. C’è una linea invalicabile (chiamiamola peccato originale, se vogliamo) che separa ogni esistenza umana dalla pienezza, cui pure noi umani non cessiamo di tendere. Così la nostra vita è sempre vita perduta. Ma poi è obbligatorio che la perdiamo: guai a chi non la perde. La partita va giocata anche quando si sa che è in perdita. E se si trova un po’ di senso di sé e delle cose, si capisce che è sempre in perdita.
Ed è nel tempo che ciascuno perde la propria vita… Il tempo è la forma in cui diventa concreto quanto sinora abbiamo detto. Possiamo esistere solo nel tempo: il tempo è “un semplice pseudonimo della vita”, Gramsci scriveva dal carcere a Tania. Qualsiasi ipotesi di vita che noi ci poniamo, o che realizziamo in concreto, appartiene al fluire del tempo. La cosa significativa, forse, è che mentre nel dire vita ognuno si riferisce subito alla propria, e quindi a una cosa meno interessante, il tempo invece è un dato d’esperienza comune, immediatamente comprensibile a tutti. Tutti, in qualche modo, lo hanno vissuto insieme agli altri e lo vivono insieme agli altri. È per questo che è più facile raccontare la vita che si perde raccontando lo scorrere della vita nel tempo.
Molti critici hanno indicato in un certo senso di reticenza uno dei segni distintivi della sua scrittura… La reticenza è un espediente retorico: è come il nero in pittura. Ma forse può venire anche da ciò che si è, da ciò che si è diventati: se uno è reticente, probabilmente non riesce a non mostrare di esserlo. Ma in una dimensione più generale la reticenza fa parte dello statuto dello scrittore, perché appunto tutte le storie alla fine sono incompiute e ciò che inseguiamo non lo raggiungiamo mai. Non soltanto noi poveri piccoli scrittori: anche i più grandi ciò che inseguono non possono raggiungerlo mai. E le loro opere testimoniano proprio questo. Pensiamo a libri molto diversi tra loro come il “Don Chisciotte” di Cervantes e “Il processo” di Kafka. Libri nei quali si legge in filigrana il desiderio separato senza rimedio dal suo oggetto, la coscienza straziata della irraggiungibilità d’un senso. Quindi, se da un lato la reticenza è un espediente retorico d’una particolare poetica, d’altro lato è il destino dell’intera specie letteratura dentro il genere desiderio.
E però nel suo caso la reticenza diventa, come lei stesso ha scritto, una partita di carambola, “per toccare la palla cui miriamo bisogna colpirne un’altra…” Un mio modo particolare di essere accentua caratteri che sono generali. Io magari ci metto un bel carico in più. Ed è un gioco che diventa un po’ perverso. Oltre la sua naturale fisiologia, fino alla cancrena. Questo non significa che io sia soddisfatto delle cose che faccio e dei risultati che ottengo; tutt’altro.
La fede e la paura. Lei scrive che “l’antitesi della fede è la paura, più ancora del dubbio”. Il dubbio è nella natura delle cose di cui stiamo parlando. Io però gli sono particolarmente affezionato: oltre la sua misura logica. Quando scrivo mi viene di partire dall’oscurità, da ciò che non so. Forse una storia si può raccontare in due modi: partendo da ciò che si sa o partendo da ciò che non si sa. Io parto sempre da ciò che non so. Non tanto per mia scelta, quanto proprio per come sono e sono diventato. È difficile non essere se stessi; guai se si cerca di imbrogliare le carte. Non dico che ci si deve accettare, ma insomma… almeno ci si deve adoperare, per quello che si è e non per quello che non si è. Chiudiamo la digressione, lei mi domanda della fede e della paura. La fede è gioia. Una fede vera, coerente, non può che essere gioia. Se uno crede in Dio gli deve bastare (e avanzare, traboccando: “Io non sono solo, perché il Padre è con me”, Vangelo di Giovanni). Il fatto che non gli basti è segno che la sua fede non è salda, non è piena. Ricordiamo Gesù nell’orto del Getsemani? Il tentatore, dopo i quaranta giorni del deserto, gli ha dato appuntamento lì: e uno dei suoi argomenti, lì, è la paura. Ma Gesù vince la paura, con sudore di sangue, mettendosi nelle mani del Padre: affidandosi alla volontà e alla verità del Padre. Così anche noi se avessimo fede non dovremmo cedere alla paura. Ci dovremmo mettere nelle mani del nostro Dio e lasciargli fare di noi quello che vuole, essendone felici. Io guardo in particolare all’esempio d’una santa che mi è cara, la piccola Teresa di Lisieux. Alla fine della sua breve vita si è messa nelle mani di Gesù, s’è lasciata fare da lui ciò che lui voleva. Ma per noi che santi non siamo, la paura è una tentazione continua. La paura come sconfitta del dubbio, resa del dubbio all’oscurità totale, al nulla. Il dubbio mantiene un rapporto – un dilaniante rapporto – con la verità. La paura tende a cancellare una volta per tutte questo rapporto: vuole impedirci di continuare a cercare. Io provo paura sempre più spesso e sempre di più: questo in cui viviamo mi sembra un mondo terribile. Benché io non sappia se ci siano mai stati mondi migliori. Probabilmente non ci sono mai stati. Sono spaventato da ciò che capita a me e da ciò che capita a tutti. Mi sembra una vita veramente… mi sembra che vivere sia molto pesante: la valle di lacrime, “lacrimarum valle”, del Salve Regina.
Per non cedere alla paura Gesù prega… La preghiera ha una radice etimologica parente della parola latina “precarius”: “ottenuto per favore”, “dipendente dalla volontà altrui”; in senso traslato, “incerto”, “malsicuro”, “precario” appunto. Si prega perché si versa in condizioni precarie, perché ci si sente vacillanti, sospesi nel vuoto, al buio, privi di amore quando invece si ha un tremendo bisogno d’amore e di luce. Le sofferenze, le prove che ci fanno sbattere il viso sulla nostra vita senza scampo, Dio ce le manda per aiutarci, per chiamarci a sé. Così lui ripulisce i tralci di vite che noi siamo, perché diamo più frutto, dice il Vangelo di Giovanni. La letteratura è la presa d’atto, in modi specifici, del nostro comune stato di precarietà e incompletezza. In quei modi specifici, quindi è anche una sorta di preghiera.
Giobbe più che pregare combatte con Dio… La lotta con Dio è uno dei modi della fede. Anche Maria, nei Vangeli, qualche volta combatte col figlio. Non lo capisce. Uno degli approcci con Dio è chiedergli conto di ciò che non capiamo di lui. Con domande anche conflittuali: che però stanno sul terreno del dubbio (se mai), non su quello della paura. (E Maria, umile e ostinata, con Gesù può perfino averla vinta: alle nozze di Cana). Nel tratto della mia vita che oggi percorro, Dio m’interessa molto di più della letteratura. Però in genere uno scrive non perché crede ma perché non crede. La spinta, l’abbiamo detto, viene dal senso d’incompletezza, dalla coscienza di una condizione generale di limite, di sofferenza. Molto aggravata dall’amore: dall’amore paradossale che noi abbiamo per questa nostra stessa misera condizione. Chi scrive ama: persone e cose che non ci sono più, persone e cose che ci sono ancora. Ama cioè le storie che racconta, i loro personaggi, quel che ne è rimasto, quel che può rimanerne, l’intera memoria del tempo narrato. Se non ci fosse l’amore non si scriverebbe. Amore e privazione d’amore. È l’intensità, l’incandescenza di questo amore che ne fa insopportabile il fallimento. Ecco, questo credo sia la scrittura. Giobbe ha un insoddisfatto amore per la vita. Ama la sua condizione d’uomo e d’un tratto se la vede devastata: si ritrova seduto sulla cenere, a grattarsi le piaghe con un coccio. Ciò che colpisce in lui è che non chiede tanto la fine delle sue sofferenze, la restituzione della condizione felice di prima. Giobbe chiede il perché. Il perché del dolore, del male. E come Dio tace, lui non si stanca di chiedere, non si rassegna mai. Continua a lottare con Dio finché Dio non gli compare. Che Dio compaia è, in un certo senso, il lieto fine della storia. Ma non sta qui il punto. Potrebbe anche, Dio, non comparire mai e non dare mai alcuna spiegazione. Giobbe continuerebbe sino alla morte a chiedere perché.
Ed è quello che in fondo facciamo tutti… Me lo auguro che lo facciamo tutti. Perché l’alternativa è stancarci di chiedere: accontentandoci magari della nostra scontentezza. Senza cercare di ricavarne un frutto. Ricorda la parabola evangelica dei talenti? La parabola su ciò che ci è stato dato e dobbiamo mettere a frutto altrimenti siamo in peccato? Ecco, uno dei talenti che abbiamo ricevuto, forse il più grande di tutti, è la scontentezza: sì, l’infelicità, la sventura. Questo è il nostro dono ultimo e più importante, con la benedizione di Dio. E questo ci dice Giobbe: arrendersi di fronte alla nostra condizione di precarietà senza investirla in vita, senza investirla in domande di senso, è una tentazione fortissima, alla quale non si deve cedere mai (e alla quale, invece, spesso noi cediamo).
Dentro la Storia la tentazione di non porsi più domande, di cancellare il proprio insoddisfatto desiderio di senso assume le forme della rassegnazione all’ordine dato delle cose… La Storia in genere ci si presenta come una sorta di Moloch che ci divora senza che noi possiamo minimamente ribellarci. Si può essere tentati di credere che è impossibile fermarla: che è impossibile ottenerne cambiamenti, grandi o anche solo minimi. E invece non è così: ciascuno di noi deve scommettere che la propria vita, combinata con le vite degli altri, forse può cambiare un po’ la Storia. Forse: ma basta perché il nostro rapporto con la Storia sia conflittuale. Perché non ci rassegniamo al fatto che il Moloch ci sbrani senza che muoviamo un dito. Se guardiamo al passato, vediamo che la Storia è cambiata per merito degli uomini. Un grandissimo rivolgimento anche civile è avvenuto, per esempio, con il cristianesimo. Un pugno di poveretti, all’inizio: un pugno di poveretti che ha cambiato la Storia. Il granello di senape è diventato un albero immenso, questo possono fare gli uomini (con la grazia di Dio). Non dobbiamo dimenticarlo mai: non per cedere a deliri di onnipotenza, ma per non soccombere a deliri di impotenza. La tentazione è quella di ritenerci totalmente impotenti. Certo, ciò che accade, ciò che adesso compare sugli schermi dei nostri televisori, è terribile: immani disastri, spettacoli raccapriccianti, quelli che si rendono conto d’essere tali e quelli che invece vogliono risultare gradevoli, lieti – come per esempio i reality show. E di fronte all’orrore – mettiamo all’orrore massimo di un reality show – uno magari cede: “Non posso farci nulla, non si può cambiare nulla”. Dobbiamo invece sapere che non è così. Che gli uomini sono in grado d’influire in qualche modo sulla Storia: se non oggi domani, o magari solo fra cent’anni. (Non dico che siano in grado di farla tutta, la loro storia: succederanno sempre cose orribili, sino alla fine).
Ci si può mettere in un’impresa del genere restando fermi solo all’umano? Io credo di sì: si può fare un bel pezzo di cammino. Molte vie aperte sono vie tutte umane: la grazia di Dio arriva anche a chi non la chiede e non la riconosce. Essenziale è scommettere su qualcosa che vada oltre la propria esistenza. Ed è indispensabile l’amore. (Persino la fede senza l’amore non significa nulla, insegna san Paolo. Credere è un fatto concettuale: se credo senza una spinta d’amore verso gli altri, verso tutte le cose, tutto è vano.)
La Sardegna fatta e disfatta dalla Storia degli altri. Nei suoi romanzi la Sardegna viene utilizzata come una metafora… C’è storicamente una grande distanza fra l’isola e il resto del mondo: e a noi sardi può sembrare che la nostra condizione (la chiamiamo identità) sia radicalmente diversa da ogni altra. Da qui la Sardegna come metafora del senso di separazione, d’incompiutezza – e anche d’impotenza – che mi mette a scrivere. Può darsi che il braccio di mare che ci separa dal mondo ci paia più vasto d’un oceano; però dobbiamo sapere che si può attraversare: che possiamo arrivare di là, senza perdere nulla di ciò che siamo. La distanza non è infinita, la diversità non è totale, l’impotenza non è assoluta. I sardi fatti e disfatti dalla storia altrui: è vero, ma c’è un margine di reazione possibile; così come la precarietà della condizione umana non esclude recuperi (parziali). E le nostre storie possono, devono confluire nella Storia.
Lei sostiene che i due cardini soggettivi dello scrivere sono la necessità e l’autenticità. Chi scrive, oggi, poggia il suo lavoro su quei cardini? Ci penso sempre quattro volte prima di dire che i tempi sono peggiorati, che prima era meglio. Molte cose invece prima erano peggio; decisamente peggio. Non a proposito di letteratura, però. Oggi sui giovani scrittori – ma poi su tutti, giovani e vecchi – operano spinte corruttive fortissime, pesa una proposta di modelli deteriori come forse mai in passato. Una volta un aspirante scrittore (e aspiranti siamo tutti) sapeva che c’erano stati degli scrittori davvero grandi prima di lui: se non li conosceva direttamente, se non li leggeva, se non li studiava, almeno vagamente (però intensamente) desiderava iniziare di lì per aprirsi un tratto di strada – lunga strada, con tante deviazioni. Oggi l’idea stessa d’un tale contesto fatto di precedenti, l’idea d’una civiltà e d’una storia letteraria svaniscono dalla prospettiva di coloro che scrivono. Né c’è più una critica militante capace di esprimere giudizi di valore individuando dei riferimenti, stabilendo dei raccordi. L’aspirante scrittore, magari senza saperlo, si chiama fuori dalla letteratura: vuole soltanto sfornare best-seller, confidando negli uffici stampa editoriali. Così imperversa la letteratura di genere: una opportunistica, venalissima letteratura di genere. Contro la quale io personalmente non ho nulla, anzi mi è simpatica: a condizione che non la si proponga come l’unica letteratura del nostro tempo. (Postilla. Più volte mi sono divertito a vedere l’attuale firmamento letterario sardo diviso in due costellazioni: quella, dominante, dei deleddiani, più o meno inconsci, che credono ancora in vigore gli antichi codici e continuano a combattere nella giungla, ignari della fine della guerra; e quella rappresentata dall’astro solitario, fulgido e cupo, di Salvatore Satta: che vive sino in fondo la disfatta degli antichi codici e non sa più da che parte gli arrivano i colpi. Ma quando si nomina Grazia Deledda bisognerebbe sempre aggiungere che qui e ora nessuno – proprio nessuno, qualunque sia la sua stella – si accosta al senso del bene e del male che lei trovava, come necessità di tutto, nella scrittura.)
E chi non accetta le regole del gioco? A volte si ha l’impressione cha alla letteratura non di consumo oggi manchino referenti sociali. Non siamo più in tempi nei quali possano raccontarsi storie dentro una società partecipe, teatro cosciente di esse. Scrivere in condizioni di frantumazione sociale come quelle in cui viviamo è molto difficile. Può portare perfino al silenzio: a cedere, per debolezza, alla tentazione del silenzio. La sensazione che siano venuti a mancare i destinatari (e in qualche modo i coautori) della scrittura rende lo scrittore incerto rispetto al proprio specifico statuto. Se lo scrittore crede che la sua scrittura non abbia veri lettori, non sia necessaria al contesto, può nascergli il dubbio che essa sia inutile anche nel foro interno da cui si genera – l’unico che alla fine conta.
Come vuole intitolare questa nostra conversazione? Se non avessi paura della enorme – anzi, senza iperboli, infinita – sproporzione, risponderei che siamo in zona “discorso d’addio”. Ma poi il “discorso d’addio” è un genere letterario; e dentro i generi letterari si annoverano, accanto agli esempi sublimi, i tentativi maldestri dei più sprovveduti amanuensi. E allora sia: diciamo pure “discorso d’addio”. Non altro è il senso di questa piccolissima cosa; non altra la giustificazione di questo librino del quale – chiedendo scusa a quanti m’hanno aiutato – sono sempre più scontento. Salvatore Mannuzzu incontro con Costantino Cossu
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