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Tempo fa, parlando della storia dei Balcani, Matvejevic era costretto a scrivere: “Non avevamo ancora finito di rivendicare il diritto alla ricostruzione del nostro passato, che già dovevamo difenderci da esso”. Chissà se in situazione completamente diversa, anche Hans Magnus Enzensberger, il poeta che molti anni fa chiese di essere escluso dalle antologie scolastiche per non incorrere nelle ire della famiglia del suo macellaio, il cui figliolo aveva preso un brutto voto per non aver saputo commentare una sua poesia a scuola, stia meditando di difendere se stesso e il suo saggio breve sulla figura del “Perdente radicale” (traduzione di Emilio Picco), dalla vasta schiera di intellettuali italiani che si sono lanciati sul suo intervento per sposarlo, riutilizzarlo, delocalizzarlo. Evento mirabile, tanto rumore oggi per un testo suggestivo che era già uscito nel 2005 in una rivista. Ma non si resiste al fascino di un edizione Einaudi e la si spaccia per novità. La tesi di Enzensberger, invocata “santa subito”, è diventata già un punto di riferimento non più ignorabile. D’altronde, un uomo molto libero come Hirschman diceva di doversi difendere dalle interpretazioni troppo unilaterali delle sue stesse teorie, per questioni di equilibrio e di buon senso, doti che mancavano ai suoi interpreti. L’analisi di Enzensberger è affascinante, la forma del saggio breve, senza pesantezza di citazioni, è efficace. Un respiro sano tra tanta aria viziata di chiuso. Il perdente radicale è un attributo della società globalizzata come lo è il vincente radicale, anche se Enzensberger specifica che non sono asimmetrici, cioè il perdente non esiste perché si afferma il vincente. Quest’ultimo è un “Master of the Universe in campo economico, che per potere e ricchezza supera tutti i suoi predecessori, è socialmente del tutto isolato, in balìa costante dei propri fantasmi.”(p. 4). Il perdente appartiene alla folla degli emarginati, esclusi dalla ricchezza e il numero dei perdenti aumenta di giorno in giorno. Ma il perdente del nostro tempo non è riconducibile all’analisi di classe e non è comprensibile con le categorie dell’economia o della politica o ancora della sociologia. I sociologi “invece di decifrare i mille volti del perdente, si attengono alle loro statistiche: valore medio, devianza standard, distribuzione normale”(p. 3). “Chi si accontenta dei criteri oggettivi, materiali degli economisti, dei loro indici e delle deprimenti diagnosi degli empirici, non capirà nulla del dramma del perdente radicale (p. 5). Egli è nella maggioranza dei casi un uomo, è un fallito che ha creduto di conoscere da vicino la fortuna o ha visto migliorare la situazione sociale generale e si percepisce come caduto nel fallimento più profondo e immodificabile. Così al contrario dei suoi antenati che organizzavano proteste, il nostro si nasconde dietro una routine di normalità, di mediocre vita quotidiana. Nulla di collettivo e sociale investe la sua esclusione. Tace e aspetta, si emargina sempre più senza che nessuno se ne accorga, e poi, all’improvviso esplode spinto dal parossismo che lo fa soffrire, diviene portatore di una enorme energia distruttiva. L’occasione della rivelazione violenta è in genere banale: la musica troppo alta del vicino, uno sguardo, una battuta. Se si pensa che Enzensberger ha scritto queste descrizioni quasi due anni prima dell’episodio di Erba, non si può non nascondere un’inquietante meraviglia, che non può diventare, però, condivisione per lo stesso motivo per cui, a ragione, Enzensberger sostiene la assoluta leggerezza delle scienze sociali nella comprensione dei fenomeni contemporanei. E questo riguarda anche le sue affermazioni. Piuttosto è impossibile non notare come la valutazione negativa nei confronti della ricerca scientifica nel pamphlet, non abbia sfiorato gli esegeti italiani. Il tema della incapacità di comprendere e della frenesia di gettare una rete di sensori che sentono, più o meno, quello che si è già deciso di sentire. Come riferimento Enzensberger evoca l’“amok”, adattamento della parola “malay amengamuk” che vuol dire “diventare pazzo con furore”. Ne parla Zweig in un romanzo breve del 1922: “l’‘amok’, è più che ebrezza, è una follia rabbiosa, una specie di idrofobia umana… un accesso di monomania omicida, insensata, non paragonabile a nessun’altra intossicazione alcolica. L’‘amok’ è così: un malese, un uomo molto semplice, assolutamente bonario…. Se ne sta lì seduto, apatico, indifferente, spento e all’improvviso balza in piedi, afferra un kris e corre in strada… Chi gli si para davanti, essere umano o animale viene trafitto dal suo kris e l’orgia di sangue non fa che eccitarlo maggiormente… Mentre corre ha la schiuma alle labbra e urla come un forsennato, ma continua... La gente nei villaggi, quando arriva, grida Amok! Amok! e tutti scappano, ma l’ossesso corre senza sentire, corre senza vedere, pugnala tutto ciò che gli capita davanti finché non lo ammazzano a fucilate come un cane rabbioso oppure crolla da solo sbavando” (Stefan Zweig, “Amok”, Adelphi, pp. 56-57). La cultura coloniale, presente nell’atmosfera del racconto, fa capire che Zweig e molti altri letterati del tempo, percepivano l’“amok” come una manifestazione dell’irrazionalità che attraversava l’Oriente pigro e misterioso. Ma, per i malesi, una qualche spiegazione psicologica fu tentata: “amok” era l’esplosione di tensioni interne accumulate da individui in una società fortemente gerarchica e repressiva come quella malay e giavanese. Qualcuno vide, invece, il fenomeno come un “possesso” da parte di spiriti della tradizione animistica che colpiva uomini (tra le donne non esisteva “amok”) che avevano provato una profonda vergogna e avevano perduto il proprio onore maschile. L’Islam, maggioritario nella regione, proibiva il suicidio e l’antico “amok” era una forma di autodistruzione. Il perdente radicale della società globale, invece, rimane incomprensibile. Non vi è nel saggio di Enzensberger nessun tentativo di analisi al di là della descrizione. Al contrario dalla dimensione individuale si passa a quella collettiva, perché capita che il perdente radicale si socializzi, trovi una patria di perdenti che ha bisogno di lui e lo accoglie a braccia aperte. Allora, “l’energia distruttiva che è in lui, si potenzia a mancanza di scrupoli estrema; si crea un amalgama di desiderio e di morte e di megalomania e all’impotenza subentra un catastrofale senso di onnipotenza” (p. 23). I nazisti di Hitler sono i perdenti radicali più rappresentativi, ma molti altri gruppi si identificano con il modello, dalle Tigri Tamil di Sri Lanka a Sendero Luminoso a formazioni di destra. Il collettivo di perdenti radicali del nostro tempo sono i terroristi islamici perché sanno agire globalmente, hanno come riferimento un credo universale, usano gli strumenti e lo stile dei terroristi occidentali degli anni settanta, attingono all’arsenale di predecessori illustri fino ai terroristi della Russia zarista e del mondo occidentale del diciannovesimo secolo. L’Islam è terreno di reclutamento perché ha perduto da almeno tre secoli la sfida della modernità. L’analisi di questa sconfitta è articolata, ma si ferma lontano nel tempo. Forse oggi le cose non stanno più così e il vasto arcipelago delle culture islamiche annovera anche molte isole di sviluppo, di efficienza e di presenza sul mercato globale, al passo con i tempi e i modi della globalizzazione. Enzensberger adopera intuizioni efficaci, come il legame tra la società globale e il perdente radicale, ma non va avanti. L’analisi ha elementi di indubbia verità, come era vero che ci fosse del “marcio in Danimarca” secondo Shakespeare e Amleto. La veridicità dell’affermazione non dà nessuno strumento per capire di più e per intervenire. Forse proprio per questo motivo, il perdente radicale di Enzensberger piace tanto agli affannati “maîtres à penser” che finalmente trovano un pensiero di complessa intuizione e di disarmante genericità da usare a casa come il cibo da asporto. Per questo stesso motivo, il perdente radicale raccoglierà l’indignazione della sinistra nostalgica che si nutre di suggestioni e movimenti snodabili, in apparenza, ma sempre uguali al filo della continuità degli anni sessanta e della consunta eredità della sinistra del ventesimo secolo. Eppure l’intuizione sulla specularità del perdente radicale con i sentieri della crescita globale, avrebbe potuto aprire una finestra sulla diffusione di una specifica attitudine sleale, rancorosa, esasperatamente competitiva, irrazionale che denota in gradazioni diverse non solo i perdenti radicali, ma settori ampi delle società, avanzate e non. Riconoscere gli elementi condivisi tra disperazione aggressiva individuale e le culture della vita quotidiana avrebbe potuto dirci qualcosa di più sulla genesi delle esplosioni. Così le intuizioni sulla dimensione collettiva della distruzione operata dai perdenti terroristi nel nome di un falso mito di Jihad islamica, avrebbero potuto non fermarsi alla sconfitta storica dell’Islam, ma aprire una riflessione di cosa debba essere oggi quell’occidentalizzazione della scienza e del sapere che dal Rinascimento in poi ha caratterizzato la nostra storia e quella dei “popoli senza storia”(Wolf). Forse anche su questo piano siamo a un bivio. Concluso il tempo della centralità europea, mi sembra che la strategia delle attenzioni e delle aperture multiculturali (che usa una visione fissa e congelata delle culture accreditando troppo le versioni date dai gruppi dirigenti religiosi e laici, mentre ha sempre trascurato le versioni impure, adattate dai poveracci non perdenti radicali, alle condizioni materiali della modernità globale) si sia dimostrata parziale e soprattutto insufficiente ad affrontare con successo le retoriche dell’intransigenza, i fondamentalismi (anche quelli nostrani) e le guerre. Il fatto che con il terrorismo molecolare di Al Qaida, l’intero spazio globale si sia trasformato in una terra di frontiera, dove agilità, scaltrezza, strage contano più degli aerei invisibili, dove le guerre territoriali sono più proclama simbolico che controllo reale (Bauman), avrebbe potuto suggerire l’esistenza di una continuità, parziale ma operativa tra i nostri mondi “assediati” e i valori degli assedianti. La visione semplice dell’arretratezza dell’Islam come cultura politica, sociale e scientifica, porta Enzensberger a trascurare la dimensione plurale dell’Islam di oggi e i molteplici aspetti laici del pensiero islamico del passato. Quando si dice che l’Islam (anche se una definita e separata interpretazione dell’Islam) è la base culturale del reclutamento dei terroristi, si ignora che nel mondo islamico ci sono anticorpi potenti contro la pratica e l’organizzazione della guerra terrorista all’Occidente. Per sconfiggere le quali, è necessaria una strategia di scontro, unita a un respiro che l’acuto saggio di Enzensberger non esprime. Ma tanto basta perché finalmente lettori ed esegeti sentano, con malcelata gioia, di avere classificato il fenomeno terrorismo. Renato Novelli
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