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“Voi occidentali avete un problema, guardate alla Cina come a un film in bianco e nero. Provate a guardare a questo paese come a un film a colori, e avrete molte sorprese.” Qiu Huadong è uno scrittore che vive e lavora a Pechino, direttore di una rivista indirizzata ai giovani, non nasconde la sua irritazione per la copertura che i media internazionali danno di questo paese, che definisce piatta e scontata. “Qui sta accadendo di tutto, ci dice, il cambiamento prodotto nella società cinese, nei suoi costumi, nelle sue abitudine sociali, dal boom economico è talmente radicale che è quasi impossibile starci dietro. Voi occidentali vi fate confondere spesso dai proclami della politica, provate per un giorno a guardare verso il basso e non verso l’alto della piramide, scoprirete un Paese ricchissimo di sfumature, che cambia giorno dopo giorno”. Naturalmente ha ragione, ed è per questo che accettiamo l’invito del capo di un villaggio chiamato Huaxi Cun che si trova a duecento chilometri da Shanghai a partecipare ai festeggiamenti per i trent’anni di una piccola rivoluzione. Tra un banchetto e una sfilata di majorette cinesi, tra una nottata di fuochi d’artificio e un tentativo di farci ubriacare a colpi di Mao Tai, la grappa cinese, scopriamo che finora abbiamo sbagliato tutto, che il vero simbolo del boom economico cinese non sono i grattacieli di Shanghai o i neoricchi in Mercedes di Pechino, ma un contadino in pensione che di nome fa Li Jian Jun. Il signor Li ci riceve nella sua villa a due piani e ci racconta che trent’anni fa questo villaggio era una comune agricola abitata da seicento famiglie, piena di debiti e senza speranze. Poi anche qui arrivò la notizia che Deng Xiao Ping, il leader succeduto a Mao, aveva lanciato la politica delle porte aperte e delle riforme economiche e aveva detto che arricchirsi è rivoluzionario. “Ci riunimmo e decidemmo di provarci anche noi”. All’inizio, timidamente, i seicento capi famiglia decisero di gettarsi nella mischia, chiesero un prestito di poche migliaia di yuan per finanziare l’avvio di un’attività di trasformazione di prodotti agricoli. Andò subito bene e oggi la comune agricola è diventata una società per azioni quotata in borsa, i cui soci sono i rappresentanti delle seicento famiglie originarie più altri arrivati più tardi. Il villaggio oggi è proprietario di acciaierie, industrie tessili, di trasporto, agricole. Tutti i dirigenti sono figli delle famiglie d’origine e tutti hanno studiato nelle migliori università. “Abbiamo rischiato tutto insieme”, ci dice Li Jiang Jun, “e ancora oggi facciamo tutto insieme, anche questa villa è uguale a tutte le altre pagate con i dividendi della comune per azioni.” Questo sì è il simbolo del cambiamento avvenuto in questa società, diciamo al nostro amico Qiu Huadong quando torniamo a Pechino. Lui ci guarda con aria un po’ frustrata. “Non avete capito niente, lo sappiamo tutti che la Cina sta diventando ricca, ma provate a vedere cosa sta accadendo nella testa, nei sentimenti della gente e nelle leggi del Paese. Quello si è il vero cambiamento. Le stratificazioni sociali sono sempre più sottili e numerose e anche all’interno dello stesso strato si creano vari gruppi di interessi, sempre più personalizzati e ognuno vive e giudica solo in base a se stesso. Ci sono ad esempio parecchie ragazze madri, oppure ‘colletti bianchi’ che non vogliono sopportare una gravidanza e pagano soldi per ‘affittare un utero’, 100.000 yuan, c’è la coppia, amici miei, divorziati perché litigavano sempre, adesso convivono felici e contenti, c’è una mia vicina di casa, impiegata in una società occidentale, divorziata, che mi ha chiesto se ero disposto a donarle il mio seme per avere un figlio. Succede di tutto, cose che fino a dieci anni fa erano inimmaginabili.” Cose come quelle accadute a Tang Jia Li, ballerina e attrice, una ragazza qualsiasi, che tre anni fa accettò la proposta di una casa editrice di pubblicare un libro di nudi fotografici. Il libro fu un successo e la sua vita ne venne stravolta. “La reazione della gente fu durissima”, ci racconta, “mi insultavano per la strada, me ne dicevano di tutti i colori. Per un anno sono quasi rimasta chiusa in casa, e la cosa strana è che il libro aveva avuto il visto di censura senza problemi perché aveva un taglio artistico, ma la gente no, quella era più conservatrice dei burocrati della censura”. Nonostante tutto però lei decise di andare avanti e fece un altro libro, pubblicato due anni dopo il primo. La reazione fu completamente diversa, oggi la gente accoglie la sua fatica senza insulti e senza problemi. La società è cambiata tantissimo, dice un recente sondaggio effettuato tra gli studenti universitari a Shanghai e Pechino, oggi il sesso non fa più paura, almeno nelle grandi città, il sesso e il nudo stanno diventando argomenti di discussione comune mentre fino a pochissimo tempo fa se ne parlava sottovoce, sulle riviste compaiono i primi nudi (anche se ancora lontanissimi da quelli all’occidentale), la pubblicità ne fa uso. L’ultimo baluardo della tradizione sembra essere la televisione dove stanno esplodendo programmi diversissimi (reality show di tutti i tipi, gare tra dilettanti aspiranti star, situation comedy all’americana), ma sempre sotto il controllo strettissimo dei censori che proprio in questi giorni hanno lanciato un nuovo proclama: basta con la tv troppo occidentalizzata, bisogna mandare in onda programmi edificanti e patriottici. La televisione, in questi giorni di marzo in cui scriviamo, si occupa soprattutto del Congresso del Popolo, il mega raduno annuale di un parlamento non eletto e che non può fare altro che ratificare decisioni prese altrove, teatro questa volta di un vero e proprio scontro ideologico sul tema della proprietà privata. La proprietà privata naturalmente già esiste in Cina ma è nello stesso tempo frutto di abusi e produce abusi. La legge, che ha avuto una gestazione di sette anni, e la cui votazione è stata rimandata ben due volte perché avrebbe provocato uno scontro troppo duro, dice semplicemente che la proprietà privata deve essere riconosciuta e difesa. E se questo sembra ovvio, basta guardare un po’ alla cronaca di questi anni per capire che non lo è. Nel 2006, dicono le autorità cinesi, ci sono state quasi settantamila proteste, rivolte, esplosioni di rabbia collettiva, moltissime causate dagli abusi di capi e capetti locali che fanno il bello e il cattivo tempo con terreni, interi vecchi quartieri, laghi, pozzi, attività produttive, tutte cose strappate spesso con la violenza a contadini piccoli proprietari, gente troppo povera per potersi difendere. È l’attacco alla proprietà individuale e collettiva che dirigenti di partito e amministratori corrotti lanciano ogni volta che pensano di poterne ricavare un guadagno personale. Ora questo non dovrebbe essere più possibile, e questa sì è una vera rivoluzione contrastata nel nome dell’ideologia e degli abusi di potere. E ancora una volta prendiamo un aereo e dopo tre ore di volo e quattro di auto arriviamo in un villaggio sulla costa nella provincia chiamata Zhejiang. Qui 92 contadini analfabeti sono entrati nei libri di storia della giurisprudenza cinese. La storia è molto comune in questo paese. Per secoli gli abitanti di questo villaggio non lontano dalla città di Wenzhou hanno sfruttato una piccola rete di laghetti, fiumiciattoli e corsi d’acqua vari per la pesca prima e per l’allevamento di pesci poi. Ma ecco che nel giro di pochi anni sono sorte intorno al villaggio centinaia di fabbriche che lentamente ma inesorabilmente hanno inquinato quelle acque con i loro scarichi illegali. Da qui è partita una battaglia legale che i 92 contadini hanno vinto, costringendo le autorità locali a far pagare alle fabbriche inquinanti ingenti somme per l’inquinamento prodotto e ad attivare sistemi di depurazione. Non era mai accaduto prima e la storia è appunto finita negli annali della giurisprudenza cinese. “Qualcosa si sta muovendo anche in questo campo”, ci dice Li Jinsong, un avvocato famoso per essere uno dei più strenui difensori dei più deboli contro lo strapotere delle autorità locali di tutti i tipi, “Il governo centrale ha capito che la certezza del diritto è anche una questione di immagine internazionale, e preme per costringere le autorità locali al rispetto delle leggi.” Lui stesso è stato protagonista di una battaglia, perduta, contro le autorità nella provincia dello Shandong, nel nord est del paese, ma è comunque convinto che la strada da percorrere sia quella della battaglia dall’interno del sistema. “Avete visto, anche in questo campo qualcosa sta cambiando”, ci dice. La cronaca di questi giorni però rende il cronista meno ottimista dello scrittore, e così per smorzare un po’ i suoi entusiasmi lo costringiamo a farci da guida nelle notti di Pechino. Non in quelle dei fumi e raggi laser che abbondano nei locali della capitale né in quella dei ristoranti disegnati dai Philip Stark del momento, ma quella dietro l’angolo, quella che è troppo povera per avere un’illuminazione pubblica. In uno dei quartieri poveri della capitale andiamo alla ricerca di un gruppo di cittadini cinesi di quarta categoria, i più disperati, quelli che avendo subito un sopruso troppo grande e non avendo avuto giustizia nel loro paese, sono venuti a Pechino nella speranza di riuscire a farsi sentire nella capitale. È un’antica tradizione cinese quella del contadino che viene sotto le mura della “città proibita” per gettarsi ai piedi dell’imperatore e chiedere giustizia. Gli imperatori di oggi vivono in quella che i cinesi chiamano la nuova città proibita, un gigantesco parco nel cuore della città che è la residenza dei leader del paese. è impossibile arrivarci per chiunque, ma c’è un surrogato di imperatore in un palazzone alla periferia della capitale dove centinaia di persone ogni giorno vengono a portare petizioni, richieste, proteste. Il momento migliore è quando in città si riunisce l’Assemblea del popolo con i suoi tremila delegati che arrivano da tutto il paese. Proprio in quei giorni però arrivano a Pechino anche centinaia di poliziotti da tutte le province, proprio per evitare che questo incontro possa avvenire. E così comincia il tragico gioco dei tentativi di raggiungere i potenti, cominciano le retate non ufficiali compiute da poliziotti in borghese. A decine i postulanti vengono arrestati e rispediti ai paesi d’origine: quelli che sfuggono si rifugiano nei quartieri poveri e dormono in case abbandonate, fuggendo al primo allarme. Sono loro che andiamo a cercare, e li troviamo subito, alla fine di un labirinto di strade e stradette. Ci raccontano storie di abusi e violenze, di impossibilità di farsi ascoltare, di bande armate pagate “dagli amici degli amici” per intimidirli, di pestaggi durissimi, ma anche di una voglia di giustizia che li porta a rischiare senza mai fermarsi, qualcuno per anni. Chiediamo: “Ma la giustizia?” “La giustizia è fatta per loro”, ci rispondono, “noi possiamo solo sperare che qualcosa cambi presto”. Poi improvvisamente tutti si alzano velocemente e spariscono fuggendo dalle finestre, in un vicolo buio, e dopo un po’ dalla strada arriva il rumore di gente che arriva di corsa. Sono poliziotti di un’altra provincia, che ci urlano dietro cercando di aggredire il nostro amico scrittore che grida loro: “Qui non avete autorità”. Ma dobbiamo strapparlo dalle mani di poliziotti che l’autorità sono abituati a prendersela con la forza. Poi torniamo nella Pechino del boom economico. “Cambierà anche questo”, ci assicura Qiu Xiaodong, “forse ci vorrà più tempo, ma vedrai che anche questo mondo diventerà a colori.” Paolo Longo
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