Archivio 2007 Maggio - N. 83 Olmi, un film come testamento
Olmi, un film come testamento
di Paolo Mereghetti   

Scommettendo più sulla forze delle immagini che delle parole (o dei ragionamenti) Ermanno Olmi ci lascia con “centochiodi” quello che vuole essere il suo testamento di regista: un atto di fede verso il cinema come emozione e una presa di distanza dal cinema come comunicazione. In tutta la sua carriera (che per scelta personale d’ora in poi si rivolgerà solo al documentario, com’era stata agli inizi), Olmi ha sempre privilegiato l’empatia con lo spettatore, il suo chiedere e mettersi in ascolto e non in cattedra, cercando una sintonia psicologica e umana che non escludeva lo choc della provocazione ma che cercava un rapporto prima col cuore che con la testa. Tutte caratteristiche che in “centochiodi” sono esaltate ed enfatizzate al loro massimo grado, come si addice a un film testamentario, per sua stessa natura assertivo e non dimostrativo.
Se una cosa sta a cuore a Olmi, non è certo quello di spiegare perché, come dice il professore di storia delle religioni alla sua studentessa indiana, “c’è più verità in una carezza che in tutte le pagine di questi libri”. O perché “tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico”. Per Olmi sono verità istintive, forse indimostrabili ma non per questo meno incontestabili. Sono le conseguenze di una scelta di vita che spinge il protagonista del film a mettere in discussione le proprie certezze accademiche e inchiodare, con i chiodi del titolo, gli “inutili” volumi di una biblioteca su cui chi studia, come il padre custode, sta talmente piegato da non poter guardare nemmeno per un attimo il mondo che lo circonda. Per questo il professore abbandona tutto e sceglie di vivere in un rudere sul Po, ultimo tra gli ultimi, a contatto con una natura che lo accoglie con il suo placido scorrere. Ed è in questa scelta di umile vita e di rifiuto dei consumi che prende forma e senso un personaggio fino a quel momento abbastanza enigmatico e che assume scena dopo scena la forza di una possibile incarnazione cristologia.
La forza del film, però, sta tutta nella sua assoluta mancanza di asserzioni impositive, nel suo rifiuto di un andamento narrativo tradizionale, con colpi di scena e dialoghi didascalici, per cercare di trasmettere allo spettatore le ragioni di una vita lontana da valori dati troppe volte per scontati. Dove il vero centro propulsivo del film non è tanto nel fascino bucolico della natura, in una bellezza fine a se stessa, quanto piuttosto nella nostalgia per un’armonia tra l’uomo e le cose che a volte sembra irrimediabilmente perduta. Per questo la lettura “cristologica” di Olmi ha già allarmato i teorici della nuova destra conservatrice (Ferrara, Baget Bozzo, “il Foglio”), perché finisce sostanzialmente per invocare una spoliazione di sé e delle proprie certezze intellettuali che non mira a rivendicare un nuovo “potere” sulle cose (lo spirito sulla carne, la natura sulla civiltà, o cose di questo genere), ma piuttosto un abbandono, una perdita di potere sulle cose, una rinuncia alle certezze che possono derivare dal presunto possesso della verità.
Come sempre nel suo cinema, a Olmi interessa mostrare la concretezza alternativa di un mondo in cui le regole tradizionali non hanno più corso, usando la forza delle immagini come grimaldello per aprire gli occhi allo spettatore. Negli ultimi suoi film lo ha fatto con la storia passata, quando gli accadimenti cronachistici delle guerre rinascimentali o delle battaglie piratesche scoloravano e lasciavano il campo ai ben più importanti ritratti delle passioni umane, ai volti degli umiliati e degli sconfitti. E lo fa con l’oggi, dove la fuga dalla concitazione urbana favorisce la scoperta di nuovi comportamenti e di nuove relazioni. Certo, il rischio in agguato in queste operazioni è sempre quello dell’eccessiva idealizzazione e anche la comunità di vecchi pensionati che si riunisce sotto il pergolato scivola a volte verso un quadro troppo idilliaco, verso un mondo eccessivamente compiaciuto della propria separatezza. Sembra quasi di sentire Zavattini alla ricerca del mondo dove “buongiorno vuol dire davvero buongiorno”. Ma in Olmi, a frenare questa possibile deriva, c’è anche il rifiuto di ogni utopia populista e la coscienza mai cancellata che il mondo è comunque luogo di dolore e di sofferenza.
Per questo il suo professore/Cristo non assume mai i contorni della metafora o, peggio, della reincarnazione divina. Difficile vedere negli umili che lo circondano una possibile rivisitazione del gruppo degli apostoli. E le reminescenze evangeliche entrano nel film sempre di soppiatto, come ricordi di qualche cosa che resta lontana e sfumata. Quello che è molto concreto e quasi commovente è invece la capacità di raccontare per immagini i sentimenti delle persone, la voglia d’amore della giovane fornaia (uno sventolar di sottane, un appoggiare la testa sulla spalla, uno sguardo muto), il piacere domenicale della gita sul fiume, la gioia amicale di ritrovarsi attorno a una tavola per dividersi una bottiglia di vino. Sono questi momenti i punti alti del film, quelli in cui si finisce per capire anche che le affermazioni più “scandalose” sull’inutilità dei libri e sul loro “mendicare sicurezze gli uni dagli altri senza che siano mai servite a migliorare il mondo” hanno una loro incontestabile e inevitabile verità. Che Olmi non vuole dimostrare per via razionale ma piuttosto per accumulo di immagini e di sensazioni, guidando lo spettatore in un mondo che nessun libro ha mai potuto contenere o spiegare.
Alla fine il film resta come sospeso, senza certezze né sul destino del professore né su quello del gruppo dei suoi estemporanei amici, ma gli elementi che possono aiutare a ripensare le diverse scelte di vita che sono state presentate sullo schermo e a mettere nomi e volti e torti e ragioni ognuno al suo posto, quegli elementi Olmi ce li ha mostrati e raccontati. Con la delicatezza di chi non vuole imporre niente a nessuno ma anche con la forza di chi, arrivato alla maturità della vita, non vuole più perdere tempo in discussioni oziose e va diritto al cuore delle cose. Perché sa bene che l’essere è sempre più importante che l’avere.

Paolo Mereghetti