Archivio 2007 Maggio - N. 83 Scherzo e sterminio del Teatro delle Albe
Scherzo e sterminio del Teatro delle Albe
di Rodolfo Sacchettini   

Per una bizzarra alchimia quello che doveva essere il nuovo lavoro del Teatro delle Albe si è improvvisamente duplicato. Non uno, ma due spettacoli che pur provenienti dal medesimo interrogativo hanno forme e caratteri strutturalmente differenti. “Scherzo, satira, ironia e significato profondo” del poco conosciuto Christian Dietrich Grabbe e “Sterminio” di Werner Schwab sono i due pre-testi attraverso i quali la compagnia ravennate ha dato vita a una profonda riflessione sul male di oggi e di sempre, sulla violenza della natura umana, sulle atrocità del potere e sulla legge del più forte.
“Scherzo” è un catalogo grottesco di stupidità, colmo fino all’orlo di cultura e storia, di umano e post-umano. È una satira poco “divertente” perché mescola Hitler e l’Ottocento, le multinazionali e le bambole gonfiabili, tentando di inchiodare lo spettatore alle proprie responsabilità, ai propri compromessi quotidiani, alle proprie colpe. “Scherzo” procede orizzontalmente, attraverso due storie parallele che inciampano continuamente l’una nell’altra, in un ritmo incalzante che ricorda il recente “Salmagundi”, ma con in più un “coro” adesso meccanizzato e omologato, perché totalmente inserito nella società dello spettacolo. Dietro “Scherzo” potremmo leggere Brecht o – per dirla con Armando Punzo – “quello che resta”; è un lavoro da inserire nel percorso di “riscritture” originali di Marco Martinelli, uno spettacolo che si apre “a tutti”, nel senso che si rivolge direttamente a un pubblico globale (e globalizzato) che è – volente o nolente – socio in affari della multinazionale Leben (“provate pure a credervi assolti, siete lo stesso coinvolti”).
“Sterminio” è invece uno spettacolo per “pochi”, una ventina di spettatori invitati a entrare in un cubo color cemento, ad abitare il condominio di cui parla Schwab, un condominio di guerra (che può ricordare Ballard per la suddivisione sociale dei piani o qualche tana o budello kafkiano). Ma “Sterminio” non è soltanto uno spettacolo numericamente rivolto a pochi, è nella sostanza la riflessione di una “minoranza” in continuo divenire, che prova attraverso le parole di Schwab a costruire un ritratto che sia specchio terribile dell’oggi.
Si mostrano alcuni casi di quotidiana disumanità nella rappresentazione di classi sociali differenti. Nel primo appartamento, che è sotterraneo orrendo e puzzolente, vivono madre e figlio storpio (l’unico a serbare ancora qualche debole scintilla di vita), ovvero un sottoproletariato che ha perso ogni tipo di dignità, completamente sfasciato e repellente. Madre (Paola Bigatto) e figlio (un bravissimo Alessandro Argnani) rotolano continuamente in un abbraccio di lotta talmente ributtante che, oltre ogni complesso edipico, svela una dimensione tutta bestiale e fisica. Il secondo appartamento è abitato da una piccola borghesia rozza e razzista, una famigliola senza più corpo, rappresentata da figurine ben agghindate che appaiono partorite dal piccolo schermo. Sono quattro personaggi (Luigi Dadina, Michela Marangoni, Cinzia Dezi, Laura Redaelli) completamente “mutati” e oltre ad aver desideri spocchiosamente consumisti, covano istinti omicidi: vogliono uccidere la signora Cazzafuoco.
Il tutto potrebbe apparire come un teorema negativo sul male di oggi, sulle trasformazioni sociologiche e antropologiche dell’umano, sulle estreme conseguenze di una visione critica del mondo. E in parte “Sterminio” racconta tutto questo, anche se l’apparizione della signora Cazzafuoco (Ermanna Montanari) è l’arrivo di un precipizio senza fondo, il rispecchiamento di un “male” che fino a quel momento poteva essere tenuto lontano, distogliendo lo sguardo o imputandolo a una generica e distante umanità. La signora Cazzafuoco è una vedova nera, di natura aristocratica, disgustata dall’umano (o da quel che è diventato), è la più perfetta interprete della lingua di Schwab, una lingua che corre senza freno nella dissoluzione della grammatica e nella commistione per nulla pacificata di registri e generi. Nella voce della Montanari l’estrema seduzione della lingua coincide con l’altrettanto assoluto orrore, così come un lessico e una sintassi spiccatamente burocratici lasciano spazio improvvisamente a squarci poetici e filosofici. La grammatica è messa a dura prova, le perifrasi girano a vuoto esaltandosi nella mancanza di centro e nella genesi incessante di vuoti di senso.
Ma è soprattutto nel terzo atto, quando la scena si apre su un porcile umano, che “Sterminio” va ancora più giù e, oltrepassando Schwab, è come se prendesse il cuore nero di Pasolini e lo sbattesse sul banco del presente. Perché, senza che ce ne accorgiamo, siamo caduti improvvisamente dentro “Salò”. Vestendo i panni nazisti, la signora Cazzafuoco porta alle estreme conseguenze la visione critica del mondo che significa non concedere più alcun diritto di vita all’umanità. Sulla scena i personaggi, invitati alla festa di compleanno, si ritrovano ora a quattro zampe, completamente nudi, costretti a muoversi e a cibarsi come bestie. Vedere un nudo a teatro non fa più nessun effetto, eppure i “nudi” di “Sterminio” provocano uno scandalo profondo, perché sono cifra inedita per il Teatro delle Albe e profondamente rispondenti a una necessità artistica.
Se l’Uomo fa schifo, se l’intelligenza ha perduto, se la bellezza è ormai impossibile, cosa altro rimane da fare se non innescare una sorta di omicidio di massa, una specie di punizione divina per tutti gli esseri ributtanti e privi di luce? Il male e il dolore infinito per l’umanità trovano nel desiderio di autodistruzione la forma più atroce che possa partorire l’intelligenza umana e la signora Cazzafuoco dopo aver avvelenato gli invitati e aver esaurito e bruciato ogni scintilla di vita, si abbandona alla morte spengendosi come ultima fiammella cimiteriale. Ma l’eccesso di un’azione e di un ambiente chiaramente nazista potrebbe ancora una volta esorcizzare il male come “altro da noi”, troppo grande per essere ammesso dalle nostre coscienze “pulite” ed è allora proprio in questo senso che l’ultimo quadro dello spettacolo non lascia spiragli, affondando ancor più in profondità la vertigine del male. Tutti i personaggi della storia si ritrovano in posa per scattare una foto ricordo. L’immobilità e la finzione di un quadretto familiare, reso ancor più artificiale da un paesaggio plastificato e patinato che appare sullo sfondo della scena, è rotto appena dalla vibrazione della Cazzafuoco che, come trattenesse un pianto infinito, lascia intendere l’atroce normalità del quotidiano. L’apocalisse non è avvenuta, perché avviene ogni giorno e il desiderio di sterminio, inconfessabile e irrealizzabile, se appare inaccettabile è però presente, almeno come desiderio o sogno.
La signora Cazzafuoco è un essere sfuggente e obliquo che non vorremmo mai vedere, perché mostra una piega, un riflesso dei “pochi” che assistono allo spettacolo. È una figura tragica, che emerge dal buio della scena, come puro volto, segnato da una solitudine assoluta che non possiamo liquidare facilmente e con la quale è necessario fare i conti fino in fondo.
In conclusione, potremmo dire che “Sterminio” del Teatro delle Albe fingendosi come semplice messa in scena di un testo porta avanti un pensiero profondo sulle molteplici forme del male, denunciando attraverso un teorema funebre le estreme conseguenze di un’utopia dissolta. Perché rinunciando alla carità e a ogni pur piccola utopia, l’opposizione alla “stupidità” del presente è persa in partenza e siamo facili prede dei deliri di un linguaggio e di un’intelligenza potenzialmente “nazisti”, cioè consistenti in una fede assoluta per la ragione, nella supremazia della parola, nell’arroganza del giudizio. Ma “Sterminio” è anche una scalata tutta verticale, un’ascesa anarchica e radicale proprio perché racconta delle cadute più atroci dell’intelligenza e del linguaggio, dell’arte e del potere. Nel “dittico sul male” del Teatro delle Albe alla prosa di “Scherzo” si affianca come assoluta alterità la poesia di “Sterminio”, perché è questo un lavoro che ha in dote un elemento raro e prezioso, una dimensione, diremmo pure, sacra, un’istanza verticale capace di stravolgere lo spettatore nell’intimo (della coscienza più remota e inaccettabile), perché proprio dell’intimo restituisce le macchie nere inconfessabili.

Rodolfo Sacchettini