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Quando un testo pensato come una bomba a orologeria (e vissuto come lacerazione interiore, urlo sommesso) diventa il manifesto di un’ortodossia midcult – consolazione – ti viene scarsa voglia di tornarci di nuovo e lasci stare. A vent’anni dal suo suicido, Primo Levi è un brand di sicuro successo, un bel santino, e anche “I sommersi e i salvati” (lo ripubblica Einaudi con una prefazione di Tzvetan Todorov) non fa eccezione. L’industria della memoria, l’ideologia della memoria, producono pensierini edificanti, bei propositi. Ricordare perché non accada di nuovo, ricordare per cancellare l’orrore con semplici atti di contrizione mentale, preconfezionati mea-culpa, bagattelle. Più che spericolati viaggi al termine della notte, abiure, conversioni sembrano rassicuranti abitudini: elegantissimi e vani inchini a vuoto. Ricordare perché non succeda di nuovo: ma che cosa? Climax e anticlimax tendono a confondersi nel margine incerto di un non non-detto spacciato per un’ovvietà assoluta, naturale. E la retorica della Shoah (un termine che Primo Levi non usava mai, che trovava assurdo) finisce per chiudere i giochi, stancamente. L’idiozia criminale dei negazionisti diventa un comodo alibi, un rifugio, l’ennesimo pretesto per scandalizzarsi ancora una volta invece di provare a comprendere, o a spiegare. “Forse attribuiamo troppo valore alla memoria e non abbastanza al pensiero” scriveva Susan Sontag in “Davanti al dolore degli altri” e centrava perfettamente il bersaglio, andava al punto. Magari è un’osservazione sgradevole ma è vera. Il ricordo non è un gesto magico (un esorcismo) ma un dovere mentale, una necessaria premessa al giudizio e uno strumento. Quel che conta – e ferisce – è il presente, mai il passato. Chi è stato torturato, umiliato, avvilito, sterminato si porta dietro un’offesa eterna, interminabile, ma davvero se la trascina con sé come una cicatrice sfasciata, una condanna. Quello sfregio continua a vivere – e a crescere – negli spasimi della sua lacerata esistenza più interna, sottopelle. “Chi è stato torturato rimane torturato”, diceva Amery e Levi gli dava ragione, pacatamente. Ma più che un esercizio di memoria, la testimonianza del sopravvissuto è l’analisi di un’esperienza e un tentativo – a rischio – di pensiero. E se ricordare è importante – questo Levi lo dice in modo chiarissimo, senza nessuna incertezza, senza pose – è perché, almeno nel caso del genocidio nazista degli ebrei, i carnefici volevano sopprimere qualsiasi indizio e prova della strage in atto, di quel folle crimine estremo, universale. La “soluzione finale” voleva essere anche un’Opera al Nero perfettamente segreta, sconosciuta. Nessuno – questo era il loro programma politico, il progetto – avrebbe mai dovuto saperne niente. Ricordare, quindi, per il testimone significava raccogliere prove a carico, rispondere “politicamente” a un male assoluto creato dalla politica, replicare. Fuori dalle formule di rito, “I sommersi e i salvati” intendeva essere soprattutto un tentativo di comprensione (postumo) e un esercizio di giudizio politico e morale. Nessuna “confusione” tra carnefici e vittime, intimava Levi aggiungendo che l’oppressore “è reale” e va esecrato e “capito”, decifrato. Capire, quindi, ostinarsi a capire, pensare. Retrospettivamente, “I sommersi” più che una testimonianza (è anche quello) ci appare come un importante capitolo del lungo, intermittente, spesso clandestino lavoro di “critica della politica” che ha attraversato come un fiume sotterraneo il Novecento. Senza particolare originalità (a livello teorico certe cose le avevano intuite e detto meglio Hannah Arendt e Dwight Macdonald, Albert Camus e Bauman, Bettelheim) ma con l’autorità assoluta e spiazzante del “superstite”, Levi rintraccia all’origine dell’orrore quell’“etica dell’obbedienza” che rappresenta il diabolico segreto non tanto delle situazioni estreme – i campi, le camere a gas, i forni crematori – quanto della nostra vita normale, dello Stato. I mostri della distruzione, gli angeli sterminatori, gli invasati, del resto erano borghesi perbene, cittadini, ottimi e ragionevoli “padri di famiglia” (proprio il “devoto paterfamilias” è il protagonista negativo del lucidissimo e precoce – ’45 – saggio di Hannah Arendt su “Colpa organizzata e responsabilità universale”). Gli aguzzini – e già il termine svia, trae in inganno – “erano fatti della nostra stessa stoffa”. In un passo chiave e profondamente inquietante de “I sommersi”, Levi si spinge sino a osservare che gente come Eichmann, Stangl, Hoos era cresciuta ed era stata educata prima del nazismo, fuori dall’orizzonte totale del terrore (“erano stati educati male” dice con singolare candore e non è un’affermazione ingenua ma preoccupantemente vera, anzi agghiacciante). Poi si torna sempre al solito nodo intricato e al buco nero di una storia infinita, circolare. Ricordare per evitare un “ritorno”; ricordare perché non accada di nuovo, si ripeta. Peggio che vaga è una formula ambigua, molto ipocrita. Le infinite chiacchiere sull’unicità dell’Olocausto (un dato di fatto evidente, ma anche un alibi) creano una cortina di fumo, fanno nebbia. Si è già ripetuto più volte, si ripete. Levi non è uno di quei reduci barricato nel bozzolo di una sofferenza infinita vissuta quasi come una specialissima e paradossale gabbia dorata, un’esclusiva. Scriveva delle sue sofferenze pensando alla vita comune degli uomini, al mondo pubblico e non si raccontava favole, bugie. Tutto si ripete, anzi si è già ripetuto, all’infinito. Il genocidio e le stragi, la “violenza inutile” e l’arroganza sfacciata del privilegio, l’eterna corruzione del potere, l’oppressione. Dalla Cambogia a Sabra e Shatila, dalle paludi del Vietnam a Guantanamo, dalle fosse comuni di Srebrenica ai laghi inzuppati di sangue del Rwanda, gli orrori dell’obbedienza continuano a fare vittime, a milioni. Il male potrà essere meno sistematico e totale, ma dal punto di vista delle vittime non cambia. Sarà perché la natura dell’uomo è sempre quella (è l’argomento di Todorov, in sostanza); sarà perché questa è (l’innaturale) natura del potere, il suo sporco segreto dozzinale. Ma se è accaduto, dovrà accadere di nuovo, non si scampa. Senza fatalismo, I sommersi e i salvati era (e resta) un invito militante alla disobbedienza e all’attenzione. Il male non si scongiura: si rifiuta. O forse dovremmo dire: si combatte. Vittorio Giacopini
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