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La Corte costituzionale ha deciso di bocciare, anche se non integralmente e non in in tutti gli aspetti caratterizzanti, la legge sulla “lustracja” proposta dal tandem al potere dei fratelli Kaczynski, Lek il Presidente della Repubblica e Jaroslaw, primo ministro e alla guida del partito di maggioranza, una coppia che farebbe la fortuna di ogni comico e cabarettista se non si trattasse di una realtà terribilmente seria e di una minaccia alla democrazia, alla tolleranza e all’integrazione stessa dell’Europa da parte del paese e dello stato certamente più importanti tra quelli che si sono più di recente aggregati all’Unione. Contro la legge persecutoria, che pretendeva una sorta di autodafé politico-ideologico da parte di coloro che avevano avuto a che fare con il Partito comunista (in Polonia si chiamava Partito operaio unificato) in qualsiasi momento o avevano svolto incarichi statali e pubblici, senza fare alcuna distinzione tra periodi, momenti storici, evoluzione personale, giustificazioni nazionali, responsabilità personali, si erano già pronunciati alcune delle personalità più in vista della Polonia democratica, alcuni tra coloro che avevano maggiormente contribuito prima a mettere in crisi il regime comunista fondando Solidarnosc, poi a farlo crollare proprio grazie all’attività di quella straordinaria e originale organizzazione sindacale, per tanto tempo incompresa dalla sinistra occidentale che coglieva solo gli aspetti – certamente forti e reali – di identità nazional-religiosa che erano presenti in quel movimento. I rifiuti di Bronislaw Geremek e di Tadeusz Mazowiecki, anime democratiche e cattoliche di quel rinnovamento, il primo deputato nel 1989 e dal 1997 al 2000 e ministro degli esteri, il secondo presidente del consiglio del primo governo non comunista della Polonia del dopoguerra nell’agosto del 1989, sono quelli che hanno conosciuto maggiore diffusione presso l’opinione pubblica occidentale, anche perché Geremek ha rischiato, con la sua dichiarazione, di perdere il suo seggio di eurodeputato a Stasburgo. In realtà l’intera società polacca, e in particolare il mondo intellettuale e della cultura che aveva osservato attonito e senza capacità di reagire la rapida scalata al potere dei gemelli Kaczynski e del loro movimento Legge e giustizia, attorno a cui avevano saputo creare una coalizione comprendente altri partiti di destra e populisti come quello dell’Autodifesa della Repubblica Polacca (Samoobrona) e della Lega delle famiglie polacche, avevano mostrato segni sempre più forti d’insofferenza e voglia di reagire di fronte a una politica populista che assumeva spesso toni antieuropei quando non apertamente razzisti e anche antisemiti. La legge sulla “lustracja”, entrata in vigore il 15 marzo 2007, aveva sostituito una legge esistente fin dal 1997 che aveva trovato un solido e coerente compromesso nei confronti della volontà di una parte della società polacca di fare i conti con il passato comunista in modi radicali e giuridicamente illegittimi. Essa prevedeva, da parte di tutti i cittadini nati prima del 1972, di compilare un modulo di autodenuncia che, con lo scopo di sapere chi avesse collaborato con i servizi segreti, in realtà cercava di mettere a fuoco l’intero passato di tutti i cittadini bollando superficialmente come comunista chiunque avesse avuto riscontri archivistici o avesse compiuto una “confessione” nel timore di non sapere cosa potessero contenere gli archivi del precedente regime. Oltre all’opposizione delle principali personalità di Solidarnosc – cui si era aggiunto lo stesso ex Presidente Lech Walesa – la legge era stata messa in discussione come tentativo di cancellare, in nome di un’ideologia familiar-nazional-religiosa ancora profondamente radicata nella società polacca, le modalità stesse della transizione alla democrazia avvenuta negli anni ottanta e nei primi anni novanta. Contro questa legge avevano preparato un appello diversi intellettuali e personalità di Cracovia, cui si erano aggiunti centinaia di altre adesioni da ogni parte del paese. La presenza, tra i primi firmatari, della poetessa Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura, e dell’ex Presidente Aleksandr Kwasnieski, leader del partito socialdemocratico, aveva fomentato una nuova polemica contro l’“intelligencija”, accusata in blocco di essere stata comunista e prona al potere comunista, dimenticando il ruolo fondamentale di una parte di essa nella lotta contro il regime a partire dal 1956 e poi nel 1968 e negli anni settanta fino al momento di fondazione di Solidarnosc. Wislawa Szymborska, a Siena per presentare e leggere le sue poesie in una serata organizzata in suo onore, parlava amaramente ma insieme con grande ironia della situazione attuale. Ne parlava a cena, avendo scelto di evitare ogni forma d’intervista in questo viaggio in Italia, proprio per dare maggior rilievo all’intervista che è stata pubblicata, invece, su “Gazeta Wyborcza” alcuni giorni prima il giudizio della Corte costituzionale. è una situazione cui bisogna porre ormai un freno, in ogni modo: questo il ritornello ripetuto più volte, in mezzo ad aneddoti e riflessioni sulla poesia e sul cinema, su Fellini e Wajda, sulla possibilità di farsi ascoltare attraverso la poesia e con interventi pubblici più direttamente impegnati, sulla trasformazione e globalizzazione e sulle cose talmente belle per salvare le quali occorre impedire la distruzione del mondo. Szymborska sembrava nutrire grande fiducia nella decisione della Corte, anche se ancora non sapeva che proprio alla vigilia del suo incontro, due tra i giudici erano stati direttamente accusati da un parlamentare di Legge e giustizia di essere stati essi stessi comunisti e collaboratori dei servizi segreti, chiedendo quindi che la Corte si esimesse dal giudicare una legge che metteva sotto accusa una parte di essa. Era stato l’ultimo, maldestro tentativo per evitare una sconfessione della legge che ogni giurista e persona di buon senso non poteva che attendersi nella forma poi resa esplicita. La Corte, che con senso di responsabilità si è riunita senza i due giudici accusati, i quali si sono volontariamente astenuti pur avendo ogni diritto di partecipare alla discussione, ha stabilito l’incostituzionalità di alcuni dei provvedimenti di “lustracja”, ma non dell’intero provvedimento. L’entusiasmo che traspare dai giornali di tutto il mondo all’indomani della decisione della Corte può sembrare, a uno sguardo più attento, miope, egoistico o ingenuo. Anche con i “tagli” che la Corte ha apportato ad alcune parti della legge, infatti, sarebbe possibile già adesso, senza riscrivere l’intero provvedimento, continuare l’opera di “lustracja” già iniziata da quasi due mesi. A essere esclusi in toto dai richiami della Corte sono, infatti, i settori privati, ma non il settore pubblico e statale. Se, per fare un esempio, il direttore di una scuola privata non potrà essere costretto a scrivere, testimoniare e confessare i suoi rapporti passati con il regime e con i servizi segreti, questo potrà avvenire (e avverrà) per il direttore di una scuola pubblica. Se oggi Geremek può rifiutarsi, perché eletto prima della legge, di dire alcunché sul suo passato, non così sarà per chi si presenterà alle prossime elezioni. I giornalisti, che temevano, e giustamente, questo provvedimento come occasione per porre un bavaglio alla libertà di stampa, sono giustamente soddisfatti di averla scampata. Ma non è così per tutti. La Corte è dovuta tornare alla definizione di “collaboratore” della legge di dieci anni fa (che prevede consapevolezza e intenzione e non semplice e oggettivo rapporto magari casuale), e ha rinviato a una nuova sessione un altro punto assai delicato che riguarda la punibilità di chi “offende” il popolo polacco sostenendo che sia stato responsabile di episodi di genocidio o di crimini contro l’umanità. Su questo tema si leggano le osservazioni che seguono scritte qualche tempo fa da Wiktor Osiatynski, uno dei padri della Costituzione polacca che ha rifiutato, al termine della seduta della Corte costituzionale, di rilasciare qualsiasi dichiarazione. Se quell’articolo dovesse passare, in futuro, uno scrittore come lo storico Jan Gross, che nel suo libro “I carnefici della porta accanto”, aveva raccontato il progrom antiebraico commesso da cittadini polacchi sotto gli occhi degli occupanti nazisti nella cittadina di Jedwabne nel luglio 1941, potrebbe rischiare la prigione. Ma vi è un pericolo ancora maggiore, che Osiatynski ha voluto sottolineare tempestivamente per telefono, in aggiunta alle riflessioni che vengono qui pubblicate. Di fronte al consenso e al rispetto che la Corte costituzionale ha ottenuto in questi giorni, aggiungendo autorevolezza all’autorità che già ha, vi è il rischio concreto che entro un anno, quando due giudici (tra cui il presidente della Corte) verranno cambiati e saranno anch’essi nominati tra i fedelissimi dei gemelli Kaczynski, come ben sei attualmente sono, la maggioranza di 9 a 7 che ha bocciato in questi giorni gli aspetti più palesemente incostituzionali della legge sulla “lustracja” venga ribaltata da una maggioranza di segno contrario che possa far conto anche sul nuovo Presidente. Anche una Corte costituzionale, lo si è già visto spesso nella storia, può dismettere gli abiti dell’arbitro neutrale e corretto e scendere in campo a fianco del potere politico. Marcello Flores
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