Archivio 2007 Giugno - N. 84 Parole espropriate e altre poesie
Parole espropriate e altre poesie
di Karen Press   

Nata nel 1956 a Cape Town, dove risiede tuttora, Karen Press è stata molto attiva nel movimento anti-apartheid. A partire dagli anni ottanta ha pubblicato varie raccolte di poesia, libri per bambini e libri di testo per le scuole di matematica e scienza.

Speranza per i rifugiati
puoi tornare indietro
puoi tornare indietro
correre a ritroso
richiamare gli animali
scucire gli orli
strappare le foto al fuoco

puoi tornare indietro
puoi tornare indietro
tirarti giù la veste
abbottonarti la camicia
asciugare il sangue
raschiarlo via

puoi tornare indietro
puoi tornare indietro
lavare le pareti
aggiustare la porta
ricordare il gradino nel buio
evitare il buio

puoi tornare indietro
puoi tornare indietro
disseppellire la cassa in giardino
disseppellire la cassa in cortile
disseppellire la cassa nel tuo cuore
disseppellire la cassa nel cuore  del bambino

puoi tornare indietro
puoi tornare indietro
deporre gli scheletri nei loro letti
appendere gli anni all’aria
piantare semi, fare la guardia al pozzo
cancellare gli incubi, le tue impronte
chiudere a chiave la porta
lavorare sodo
rendere grazie a dio


Parole espropriate
(poesia trovata   
per Jessie Tamboer che si diede fuoco e morì bruciata
perché non poteva più procurare cibo per i suoi figli
)

I camion hanno portato 40.000 neri verso i confini meridionali del deserto.
Non posso dire niente sul mio futuro ora.
        Avevamo una bella vista
        ed è stata la prima volta che ho visto piangere mio padre.

Hanno detto “Ti muovi vecchio?”
Ho preso il cric e ho buttato giù la casa.
Non posso dire niente sul mio futuro ora.

        *
Un uomo deve avere almeno un buco per sé
Ogni coniglio ha la sua tana.
Anche un nero deve avere la sua tana.

        *
A volte piango, io
che non ho niente
Non ne posso più di contemplare la mia rovina.

        *
Avevamo una bellissima vista sul mare –
        Ci è stata negata.

        *
Scoperchio le pattumiere e mi chiedo, non può essere
che ci abbiano buttato qualcosa –
qualche cosetta da mettere sotto i denti?

Questo ci è stato negato.

        *
A volte lei cominciava a singhiozzare all’improvviso senza nessun motivo apparente.

Mancanza d’amore.
Non c’è modo di descrivere quella fame.
Pentole e bicchieri lucidi e puliti:
niente di niente da mangiare in casa.

        *
Le fiamme la inghiottirono immediatamente ma non emise un suono mentre camminava per il cortile bruciando.

Le ceneri di una casa vengono raccolte da un’altra per i pezzetti di carbone.
Se vuoi sopravvivere devi avere un progetto.

Non posso dire niente del mio futuro ora.

(da “Home”, Carcanet 2000)


Piccoli frammenti del passato
Piccoli frammenti del passato
mi finiscono nelle tasche

luminosi come gli occhi dei cani randagi,
imploranti e feroci.

Per simpatia il presente si sgretola
e finisce lì dentro.

Cemento – abbiamo bisogno di cemento ora,
colla per il legno, colla per la carta, adesivi, connettivi,

dovrebbero darne in abbondanza agli scolari,
e rimandarli in campagna

per cementarne i pezzi, cementarci i loro genitori
fare i calchi delle ossa e seppellirle come antenati,

ordinare alberi indigeni dai cataloghi
e piantarli dappertutto per consolidare la sabbia,

seppellire le maschere e i vasi frantumati
in profondità per tenere il terreno drenato,

dar da mangiare ai cani e lasciarli andare per la loro strada,
sistemare le cose, sistemarle una volta per tutte.


Pietre per le mie tasche
Seppellite le madri una dopo l’altra
ci lasciamo trasportare dalla corrente

le buone e le cattive ragazze.
Nessuno più ci chiederà,

quando torni a casa?
Tutte le valigie si svuotano e ci lasciano.

Dopo le prime ore di dolore in caduta libera
diventeremo sirene o sibille senza età, intoccabili.

Un’amica dipinge le mani di sua madre
su stoffa, vetro, carta.
Una cattura con le parole un certo nitore degli occhi
un certo chiuso dolore.
Una fa volteggiare i suoi piccoli in un vortice di petali dipinti
nell’autunno della loro nonna.

Io raccolgo le tue storie,
pietre per le mie tasche
per ancorarmi a terra
quando la radice cede.


Scaglie di luce cadente. Poesia della peste
all’incirca anche qui  
uno su quattro scompare
proprio mentre parliamo –

leggermente e senza alcuna tecnica muoiono
lentamente e oltre la durata dell’amore

buoni cittadini di un buon paese, muoiono modestamente
l’abbraccio dei contagiati è un progetto nazionale
il rifiuto la prerogativa della cerchia più intima

le metafore dell’amore si squarciano,
la gente esce
dal suo guscio laccato, morendo

urlare non è consentito dove dormono i bambini
e le madri, boccioli morenti di lampeggiatori
nei nubifragi dell’amore degli uomini

qui molto vicino alla terra i bambini e le loro madri
e poi anche i padri muoiono
come muoiono i poveri, lottando
per un po’ di dignità e un po’ di cibo
ogni volta stupita torno
a sfiorare lievemente con le labbra ogni morte

all’incirca anche qui
uno su quattro scompare –

quanti saranno i piccoli portatori per una bara?
ci vogliono molti giorni per avvolgere tuo padre in un lenzuolo
resti impigliato nella rete delle ossa
chi lo seppellirà se non lo fai tu?

smarrito seghi l’albero

tutta la notte il mio orologio fa un suono così solenne
come una bambina che attraversa il corridoio buio
con le scarpe del nonno

tra fili d’erba, contro mura sgretolate
lasciate che le mucche offrano le mammelle ai neonati
che giacciono a pancia in su, come scarafaggi indifesi

le metafore dell’amore si squarciano

improvvisamente un giorno sentirai
il cielo nero avvampare nel silenzio
la strada vuota cercare disperata
il rumore dei passi

siamo alla fine, siamo alla fine
scaglie di luce cadente

(da “The Canary Songbook”, Carcanet 2005)

Karen Press
traduzione di Paola Splendore