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Un uomo solo al comando, e il tour de france ridiventa di colpo più importante del nostro solito giro. Anche in Italia, Sarkozy è diventato un campione. E per di più ammirato e conteso da destra e sinistra. Subito dopo le elezioni francesi e la sconfitta della bella Segolène, non importa più il colore della marsina o della bandiera. Dalle ordinarie congratulazioni di stato si è passati, a sinistra, a una graduale e sempre più aperta simpatia: Prodi ha sorriso dicendo che è sempre stato suo amico, Veltroni ha dichiarato che, quando toccherà a lui (perché gli toccherà di sicuro), cercherà di imitarlo. Nulla di grave, e nemmeno di insolito. Forse più strano è l’altrettanto graduale disinteresse della destra italiana, che prima delle elezioni sembrava volersi identificare nell’uomo nuovo (sia pure del partito vecchio), e che vedeva somiglianze con Berlusconi e che giurava assimilazioni per parte di Fini, e che alla fine non s’è fatta né distrarre né attrarre dal cugino Nicolas Sarkozy. Non quanto era successo con l’hermano Aznar. Forse perché la Francia, anche quando è di destra, porta sempre la coccarda di “sinistra storica”, agli occhi degli italiani. Al contrario della Spagna e ovviamente anche della Germania. Segno che la storia non ci fa il baffo di un cambiamento, ma nei tempi lunghi deposita al contrario uno stereotipo, proprio come fanno le barzellette. E sui cugini francesi, quelli che s’incazzano quando vedono Bartali ma anche quando vedono il nostro look e il nostro lusso, i consumi abbondanti e i costumi sfacciati, e le produzioni di alta moda e di false griffes e di italian style. Sui cugini francesi, dicevamo, ne abbiamo di cose che non vanno e di conti che non tornano. Un telegiornalista italiano, passato per Parigi, ha fatto in tempo a scrivere anche un instant book di mediatico successo e di mediocre contenuto sui difetti della cultura e della politica, della philosophie e della politesse francesi. Ma in fondo in fondo loro ci sono sempre quasi simpatici anche quando sono decisamente odiosi, mentre a noi ci riempiono di applausi e complimenti, ma gli stiamo “francamente” antipatici. Nella bilancia di una lunga storia fin troppo condivisa, si sono da sempre pareggiati i rispettivi piatti del loro falso senso di superiorità e del nostro finto senso di inferiorità, del loro fragile orgoglio e della nostra falsa modestia, della loro vittoriosa ragione e della nostra ragionevole resa… Non c’è mai stato accordo ma non c’è mai stata una gara – a parte la mitologica disfida di Barletta. Piuttosto c’è sempre stato un gioco delle parti politiche e culturali che ci ha sempre fatto sembrare complementari, anche se loro ci considerano senz’altro supplementari. Loro l’impero e noi la chiesa, noi l’arte e loro l’armata, loro la borghesia e noi la mafia. Immaterialità, irrazionalità e illegalità nessuno le ha sapute gestire come gli italiani, ma sulla concezione ideale e conduzione materiale della società non siamo né competenti né concorrenti. Così, da loro, un partito catatonico messo su da un generale è stato in grado di partorire l’ennesimo piccolo grande napoleone; da noi, la balena bianca benedetta dai preti è morta di gotta e di corruzione, lasciando un’eredità tanto contesa quanto non compresa: un Centro ancora da riempire, malgrado tutti ma proprio tutti (perfino i rifondatori del comunismo all’italiana) ci si siano riversati dentro. Così loro adesso hanno Sarkozy, un post-immigrato diventato badante della repubblica con quasi pieni poteri, e confermato alle legislative “a pieni voti”. Un giovane inviso, deciso, preciso, per di più sedicente filoamericano e seducente liberista, tanto da meritare, malgrado il diverso appeal, l’appellativo di Tony Blair della Francia; e chissà perché diventare Blair, un laburista di destra e un guerrafondaio di sinistra, vada così di moda anche da noi… Da noi, dove l’ultimo miracolo è stato invece Berlusconi, un re dell’etere disceso in campo e asceso al potere, una figura a metà fra il peggior Mussolini e il migliore Walt Disney, l’immagine della Forza e il cartone animato dell’Italia, con i tre crismi che agli occhi del suo Popolo lo ungono più di quanto potesse fare il Signore: il denaro, la televisione e il calcio, cioè quanto rimane della religione, dell’arte e – dopo calciopoli, se non prima – anche della mafia. Ecco perché fra Francia e Italia continua a non esserci gara. Non si può paragonare Berlusconi a Sarkozy, sarebbe come mescolare il sacro con il profano, e soprattutto un miliardario con un parvenu; semmai – come abbiamo già detto – uno squillo di tromba e uno strillo di ammirazione viene dalla nostra sinistra, a cui piacerebbe somigliare alla destra francese, pur di essere ancora qualcosa, pur di sperare nell’arrivo di qualcuno. La “dittatura democratica” lanciata da D’Alema – per fare l’esempio dell’ultimo dribbling di un giocatore che qualunque allenatore o elettore avrebbe messo da tempo in panchina – certo non si ispira più alla Germania Orientale del passato, ma alla Francia Occidentale del futuro. Ma il modello Sarkozy è per noi, per la nostra politica e cultura, non solo irraggiungibile ma impensabile: bisognerebbe prima colmare una distanza che è tanto grande quanto quella che divide la politica dal suo teatro. I nostri attori sanno di essere lì per finta: così D’Alema finge di pensare, come Veltroni finge di amare e Rutelli di essere. Quelli di destra poi non sono nemmeno attori, ma appena personaggi: tutta una galleria di maschere di una commedia senz’arte, tanto più evidente tanto più avvicente. Non c’è ambiguità in quelle teste di ponte di legno che dirigono la Lega, non c’è ipocrisia nelle facce toste degli ex-missini diventati alleati nazionali, non c’è conflittualità di pensieri o di interessi nelle mani e nelle bocche dei pupi (siciliani e non) del Cavalier Mangiatutto. Per questo da noi convince la destra anche quando vince la sinistra, perché la gente buona e lavoratrice ma anche quella cattiva e parassitaria, alla fine preferisce i solidi burattini ai cattivi attori: i fagiolini e i rugantini e i malandrini piuttosto dei sei o seicento personaggi in cerca d’autore. Troppo psicologico il teatro impegnato di sinistra. Meglio il teatro di figura, anche quando si fa una brutta figura. O immagine, che dir si voglia. Non che in Francia non ci siano i guignols e i comédiens. Non che Sarkozy sia un vero interprete della società. E però è un attore che la scena politica la prende sul serio. E non potrebbe fare altrimenti, perché la vera differenza fra Francia e Italia non sta nella recitazione e nemmeno del copione: a legger bene i programmi di sala o i commenti della critica, le premesse e promesse del suo governo non sono molto diverse dalla miglior sinistra della nostra destra o dalla peggior destra della nostra sinistra. Per continuare la metafora, la differenza sta prima di tutto nel palcoscenico e nella scenografia, che in francese suona – non a caso – “décor”. Da noi le strutture della scena istituzionale sono fatte di cartapesta quando non sono solo di fantasia, fra partiti del sud e parlamenti del nord, corpi separati ed enti inutili, poteri forti e decisioni deboli. Da loro la scena è almeno di cartongesso e per di più basata sulle solide prime pietre che sono i fondamenti e i fondali che tengono in piedi il gioco della politica, anche quando i testi e i contesti cambiano o non ci sono più. Qualcosa costringe i francesi a un minimo di serietà o appunto di decoro, anzi tre cose su cui si basa la possibilità della politica. Non le parole liberté, égalité e fraternité che hanno saputo esportare senza mai attuare, ma le tre cose che hanno fatto per davvero e che noi non abbiamo e non facciamo: lo Stato, la Nazione e la Repubblica. Roba solida, costruita con pazienza e determinazione, con rivoluzione e soprattutto con restaurazione. Loro, fin dall’inizio dell’età moderna, si sono inventati un re e una corte, una burocrazia che funziona e controlla, una lingua da imporre e una cultura da proporre, e poi una repubblica che viene prima e resta al di sopra della democrazia (di cui non sono troppo esperti e nemmeno troppo fanatici). Ma la Repubblica da loro non è un giornale, e nemmeno soltanto una forma di governo: è una relazione e una convinzione per la quale lo stato e la nazione sono dei cittadini e per i cittadini. In un certo senso è questa l’eccezione francese. Per limitarsi all’Europa, chi altri può dire di avere lo stato, la nazione e la repubblica? Molti sono gli stati senza cultura nazionale, fatti di regioni con identità e lingua e nazionale di calcio separata; molte nazioni appena arrivate dall’est non si possono ancora chiamare stati, e infine non sono troppe le democrazie i cui cittadini credono per davvero di vivere in una “cosa pubblica”. Da noi il problema non si pone nemmeno: siamo un popolo di creduloni se si tratta di Padre Pio o di Vanna Marchi, ma – in cultura e in coscienza – che lo stato sia dei cittadini è per tutti inverosimile. E per molti nemmeno auspicabile. Ecco perché in Italia il francese Sarkozy non può essere capito, e nemmeno tradotto. Manca una cultura politica che ci affanniamo a riempire con molta politica culturale. Manca non dico la fiducia, ma appena l’abitudine verso uno stato presente o appena presentabile, una cultura nazionale condivisibile o almeno riconoscibile, una repubblica che non si voglia fondare soltanto sul lavoro ma anche sul pensiero dei suoi cittadini. Inutile fare patti di mutuo riconoscimento fra i cento partiti o fra i due poli dell’unione e della libertà, se nessuno degli eletti e degli elettori ha nulla – o non ha mai avuto nulla – in comune. Inutili però anche le vere liti o le false contrapposizioni. In Italia non c’è una destra repubblicana ma un’antenna televisiva che ha sdoganato a colpi di pubblicità e commercio i militanti postumi del fascismo; dall’altra in Italia, dopo Nanni Moretti, non c’è più nessuno che dica una cosa di sinistra. In Italia c’è solo il vuoto del centro, orfano della Dc e non più disponibile alla politica, riempito com’è dal papa e dai suoi embrioni, dalla televisione e dai suoi androidi, dalla vecchia mafia e dalla nuova Gomorra piena di spregiudicati e pregiudicati imprenditori. Ancora la chiesa, l’arte e la mafia. Per omnia saecula saeculorum? Dalla Francia probabilmente ci vedono così, quando, spinti da morbose curiosità per vecchie storie di brigatisti rossi o negri, si degnano di darci un’occhiata. Noi invece loro non li vediamo più. Stanno messi male anche loro, di questo siamo certi. Sono nella stessa Europa e negli stessi debiti, con le stesse tendenze a privatizzare e liberalizzare, ma nei limiti di una tradizione protezionista che fa la rima e fa la difesa di una loro fin troppo robusta identità. Rischiano di esser meno flessibili di quanto oggi si richiede e più isolati di quanto oggi è consentito. Hanno davvero molti, forse troppi problemi, ma anche un sacco di gente che sembra volerli e poterli affrontare. Ed è proprio questa loro caparbia solidità che li allontana definitivamente dalla nostra visuale politica. Loro sono amministratori da sempre, noi vogliamo diventare tutti amministrativi, per sempre. Dibattono di tutto e di più con toni e argomenti che noi non ci sogniamo, con dettagli e riferimenti che noi non conosciamo. Discutono di come modificare la “carte scolaire” (che assegna il posto a scuola sulla base della residenza) e promettono mutui gratuiti per le prime case, quando noi abbiamo distrutto la scuola a colpi di riforme e non siamo ancora sicuri di poter ridurre l’Ici per la prima casa. Non solo hanno una destra, ma conservano perfino una sinistra che, pur appesantita da un armamentario di bandiere e da un archivio di volantini che non avrebbero senso nemmeno in un museo, anche lei, va avanti come un diesel, nelle strade del tour. è arrivata ultima anche alle legislative, ma l’importante è partecipare, almeno fin quando i discorsi e i percorsi della politica avranno spazio e senso, in quel paese. Nel nostro, come si sa, la politica non c’è più, e per molti è una festa, come fosse sparita la pancia. Intanto però i politici, da quando si prendono anche in prestito, sono aumentati fino a diventare una vera e propria classe sociale. Per potere e per censo ovviamente, ma anche per quantità: a contare quanti sono gli incaricati e gli eletti, dalle circoscrizioni alle comunità montane, dalle asl alle aziende municipalizzate, su su fino al Palazzo, passando per comuni, province, regioni, la somma non farà il totale ma quasi. Abbiamo pertanto sostituito una cosa astratta come la politica con tante persone concrete, abbiamo rinunciato alla lotta in cambio di due fustini di governo, abbiamo aderito per primi alla cultura dell’immagine e al culto dell’impresa, abbiamo diluito il pensiero in opinione e l’opinione in televisione. Vuoi vedere che il futuro siamo noi e non quei tardoni dei francesi? Dipende dalla prospettiva con cui si guardano le cose. Se la strada fosse tutta in discesa (e di sicuro lo è, e non è tanto lunga) stiamo senz’altro vincendo l’ultima tappa. Siamo più avanti e più bravi nella accelerazione della decadenza della società politica, senza contare che partiamo molto avvantaggiati. Ma in salita o nell’attuale falsopiano – bisogna ammetterlo – corrono meglio loro. In fondo Sarkozy è uno scalatore nato, mentre Berlusconi come si sa è sceso dal cielo e Prodi non è ancora sceso dalle nuvole. Forse allora non sarà proprio l’uomo nuovo ma, agli occhi di ogni sportivo della politica, è lui quello che oggi ha preso il cuore e il posto del vecchio Bartali, quello del “tutto da rifare”. Un francese all’antica che ancora corre su strada, che ancora ci crede e si fa credere, e che stavolta fa incazzare gli italiani. Lui è difatti riuscito dove i nostri corridori non sanno ancora osare. Con le sue aperture ambientaliste e attenzioni sindacali, e poi con una squadra di appena 15 ministri e un solo sottosegretario, composto per metà di donne e con uno, poi due e forse tre socialisti, il suo è il primo governo di sinistra comandato da un uomo di destra. Dall’altra parte della salita dello stesso gran premio della montagna, si dice che Veltroni stia pedalando e rodendosi il fegato: chissà se ce la farà a fare l’esatto contrario? Prima di saperlo, ci toccherà sorbettarci tutto il Tour, e quindi aspettare, chissà fino a quando, il prossimo Giro. Piergiorgio Giacchè
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