Archivio 2007 Luglio - N. 85 Leggende e storie raccapriccianti
Leggende e storie raccapriccianti
di Egon Bondy   

Poeta, filosofo, prosatore, ma anche teorico e attivista politico, drammaturgo, personaggio di prose altrui, eroe di fumetti e cantante. Tutto questo, e altro ancora, è stato Egon Bondy (1930-2007), pseudonimo di Zbynek Fiser, vera e propria leggenda della cultura underground ceca. La sua morte, avvenuta a Bratislava lo scorso aprile, ha posto la parola fine a una biografia del tutto unica e a un vasto corpo di opere che hanno fatto di Bondy una delle figure più straordinarie della cultura europea contemporanea. La sua carriera di scrittore è cominciata negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, quando ha raccolto l’eredità di due dei più importanti teorici cechi dell’avanguardia e del surrealismo, Karel Teige e Zavis Kalandra. Un’eredità che aveva un valore del tutto particolare, perché sia Teige che Kalandra, oltre ad avere vissuto sulla loro pelle la barbarie nazista durante la Seconda guerra mondiale, erano stati prima del conflitto tra gli intellettuali più attivi nel denunciare, da sinistra, la regressività e i crimini dello stalinismo. È proprio subito dopo la presa del potere da parte degli stalinisti nel 1948 che Bondy, insieme a un pugno di altri giovani scrittori e artisti (tra i quali vale la pena di ricordare soprattutto Ivo Vodsedalek, Jana Krejcarova e Vladimir Boudnik) dà vita a un gruppo che, nell’illegalità, opera una svolta radicale rispetto al surrealismo, dando vita a una corrente letteraria che non ha analoghi nell’Europa Orientale di allora. Il “realismo totale” di Bondy e la “poesia imbarazzante” di Vodsedalek ribaltano completamente la poetica surrealista, considerata da loro inadeguata rispetto alla situazione venutasi a instaurare con il nuovo regime totalitario (per una selezione in italiano di poesie di Bondy e di scritti di altri protagonisti dell’underground dell’epoca, si veda “Linea d’ombra”, n. 96, settembre 1994; sulla sua produzione di questo periodo si veda anche l’ottimo “Sole rosso su Praga”, di Alessandro Catalano, ed. Bulzoni, 2004). Ma non è solo l’opera, principalmente poetica, di questo periodo a segnare una svolta radicale. Innanzitutto il gruppo dà vita a quello che è in assoluto il primo samizdat dell’Europa Orientale, le edizioni Pulnoc (Mezzanotte). Inoltre, è il loro stesso modo di vivere ad avere una valenza di rottura. Nessuno di loro lavora, in un’epoca in cui era obbligatorio avere un’occupazione, si dedicano ad attività illegali che vanno dal contrabbando alla prostituzione, alcuni di loro aderiscono a posizioni trockiste, che all’epoca rischiavano di portare direttamente alla forca. Un ruolo essenziale all’interno del gruppo viene svolto da questo punto di vista da Jana Krejcarova, della quale in italiano è uscita una raccolta di testi intitolata “In culo oggi no” (sotto il suo nome da sposata, Jana Cerna, edizioni E/O, 1992). Il loro modo di vivere e la loro opera hanno anticipato di alcuni anni, in una Cecoslovacchia totalmente chiusa al mondo esterno, il fenomeno della beat generation americana, come sottolinea lo stesso Bondy nel suo saggio “Radici dell’underground letterario ceco”, pubblicato in italiano da “Carta”, 28 aprile 2007, con il titolo “Under Praga”. L’intensità della loro esperienza è tale che all’inizio degli anni cinquanta il gruppo si sfalda, lasciando però un’eredità che si rivelerà particolarmente feconda negli anni settanta. Bondy prosegue la sua opera poetica, dedicandosi contemporaneamente alla filosofia. Negli anni sessanta escono le uniche sue tre opere pubblicate ufficialmente, delle quali una in particolare, “Il sollievo dall’ontologia”, è strettamente legata alla sua opera poetica ed è mirata a dimostrare l’inesistenza di ogni principio trascendentale (sia esso dio o la materia) che possa condannare l’essere a qualsivoglia forma di passività. Bondy è stato anche uno dei pochi intellettuali non di regime che ha assunto una posizione critica rispetto al riformismo che alla fine degli anni sessanta è sfociato nella Primavera di Praga, considerato da lui in sostanza una faccenda da burocrati, posizione tradottasi nel suo impegno politico in un gruppo di tendenza trockista e maoista. 
Negli anni della cosiddetta normalizzazione che hanno fatto seguito all’invasione sovietica della Cecoslovacchia, contrassegnati non solo da una ristalinizzazione del regime comunista, ma anche dal progressivo emergere di un “consumismo neo-piccoloborghese” in stile real-socialista, Bondy trova una sua seconda stagione creativa particolarmente fertile. La comunità underground creatasi nell’illegalità intorno al gruppo rock Plastic People vede in lui una leggenda vivente, le opere sue e dei suoi colleghi degli anni cinquanta tornano a circolare in samizdat e sono un punto di riferimento per la nuova generazione. In questo periodo Bondy continua a scrivere, pubblicando rigorosamente solo in samizdat raccolte poetiche (tra le quali “Diario di una ragazza che cerca Egon Bondy” e “Ingenuità”) e numerose prose, tra le quali va segnalata in particolare l’antiutopia “Fratelli invalidi” (pubblicata in italiano, ed. Eleuthera, 1993), quasi una bibbia dell’underground. Una dimostrazione dell’importanza della sua opera per le giovani generazioni è il fatto che il gruppo dei Plastic People gli abbia dedicato uno dei suoi migliori album, “Egon Bondy’s Happy Hearts Club Banned”.
L’underground ceco di quegli anni, sottoposto a durissime repressioni, è stato molto vicino all’organizzazione dissidente Charta 77 (nata proprio per protestare contro l’arresto dei membri dei Plastic People nel 1976), differenziandosene tuttavia sia per il rifiuto di avere il regime come proprio interlocutore sia per la diversa composizione sociale, fatta soprattutto di giovani lavoratori e dropouts. Bondy in particolare ha denunciato fin da allora Charta 77 come un “establishment ombra”, criticandone ideologia e metodi, cosa che negli anni successivi gli è costata non poca ostilità da parte degli ambienti intellettuali. Il suo status di leggenda vivente e di guru dell’underground è rimasto comunque intatto anche negli anni ottanta, quando una nuova generazione di scrittori dell’underground ha fatto ancora riferimento a lui, in un momento in cui le repressioni del regime avevano arrecato un colpo durissimo alla comunità, molti dei cui membri erano in carcere o emigrati all’estero. Rimanendo fedele alle sue posizioni di marxista di sinistra contrario a ogni dogmatismo, Bondy ha continuato a scrivere anche dopo il 1989, cimentandosi tra l’altro con il genere cyberpunk nel romanzo “Cybercomics”. Ha vissuto gli ultimi anni della sua vita a Bratislava, dove aveva scelto di vivere dopo la divisione della Cecoslovacchia, in una sorta di esilio dalla sua Praga. Ha lasciato una vastissima opera nella quale poesia, filosofia, prosa e politica sono strettamente intrecciate l’una con l’altra e rimangono a loro volta indissolubilmente legate a una vicenda biografica unica nel suo genere, che ha attraversato nel giro di alcuni decenni alcuni dei punti più caldi della storia del secolo scorso. Nel suo paese era una figura nota, spesso adulata, più frequentemente criticata od osteggiata, ma solo di rado letta con occhio attento. Il suo rimanere ai margini della cultura ufficiale è stato da una parte una scelta cosciente, dall’altra la conseguenza del convinto antielitarismo di cui ha sempre dato prova nella sua vita e nella sua opera e che era di per se stesso una critica radicale a ogni establishment, culturale o politico che sia. I brevi testi che presentiamo fanno parte della produzione minore di Bondy, ma non sono per questo meno significativi (segnaliamo che la rivista online eSamizdat, http://www.esamizdat.it, ha in preparazione un’ampia scelta di testi di e su Bondy). Nelle Leggende, scritte nel 1951, sono evidenti gli echi dada-surrealisti e della poetica del realismo totale, nelle Storie raccapriccianti del 1976 traspare l’atmosfera paradossalmente gioiosa del “ghetto felice”, come è stata definita la comunità underground, che in quel momento viveva il suo momento migliore. Entrambi, pur nella loro brevità, “contengono i principi creativi fondamentali del poeta”, come ha scritto Martin Machovec, uno dei migliori conoscitori della sua opera. (Andrea Ferrario)

Herrmann
Dopo il bombardamento di Berlino, Herrmann trovò per la strada la testa di un bambino. Se la portò a casa, dove prese a usarla come fermacarte sullo scrittoio. Dopo tre giorni la testa cominciò a puzzare, così la gettò nel giardino. Un po’ di tempo dopo cominciò a sentire ogni notte i passi di qualcuno sotto la finestra. Una notte restò alzato e si mise alla finestra aspettando il passante sconosciuto. Nel giardino passeggiava un fiore dalla testa di bambino. Herrmann prese delle corde resistenti, lo catturò e lo bruciò sul fuoco. Dopo che ebbe battuto sette volte nella cenere con un bastone, dal focolare emerse una fanciulla. Pregò Herrmann di lasciarla andare a trovare i suoi genitori per una settimana. Herrmann acconsentì e passata la settimana non la vide mai più.

Il bosco
Un giorno Natalie si perse in un bosco fitto. Non riuscendo a trovare la strada per tornare a casa, si arrampicò su un albero alto per passarvi la notte. Di notte un uomo giunse sotto l’albero e gridò a Natalie di scendere. Natalie però aveva paura e restò sull’albero. La mattina trovò infine la strada per casa. Quell’uomo era Stalin in persona.
 
La marca
Un giorno il Führer, accompagnato da un corteo di generali, uscì per ispezionare il Vallo atlantico. Nel cantiere lavoravano sudici prigionieri. Il loro sudore puzzava d’ebreo. Il generale Runstedt porse al Duce un fazzoletto di batista. Il Führer immerse la mano destra nella tasca del suo mantello da campo e gettò intorno alcune monete. I prigionieri si buttarono nella polvere e presero a cercare i marchi. Il Führer se ne andò, accompagnato dai generali e da un maresciallo del Reich. Il suo tempo è rigorosamente limitato.
Questa leggenda esiste anche in un’altra versione.
Un giorno Stalin, accompagnato dal maresciallo Budennyj, fece una sortita a cavallo al fine di ispezionare i cantieri di pace per l’edificazione del comunismo. Nei cantieri lavoravano sudici compagni. Il loro sudore puzzava di contadino. Il maresciallo Vorosilov, che accompagnava Stalin a distanza, diede a quest’ultimo un pugno di zafferano. Stalin si tolse il suo berretto dorato e si asciugò la fronte. Estrasse dal fondo della tasca della sua modesta giubba di generale una manciata di monete e la gettò intorno. I compagni si disputarono le monete azzuffandosi nella polvere. Seguendo il maresciallo Budennyj sul cavallo, Stalin se ne andò verso il sole che sorgeva. Lo attende il lavoro, altre riflessioni sul bene dell’umanità.

I maghi
Un giorno Bondy si mise in viaggio in canoa con un suo amico. Incontrarono due ragazze che avevano un buco nella barca, le quali dissero: “Guarda, quello è Bondy con un suo amico. Diciamogli buongiorno, perché sono dei potenti maghi”. Bondy, seduto nella canoa, fu lieto di essere stimato e di essere famoso. Portò le ragazze fino all’Ostenda di Praga, dove mangiò loro il pane. Poi le ragazze dissero che sarebbero andate al cinema. Bondy le attese, ma le ragazze - erano ragazze selvagge - non si fecero vedere.

Le donne marine
Un altro giorno Bondy faceva il bagno, sebbene di norma non lo facesse. Ad un tratto giunse la donna marina Dagmara e disse: “Bondy, tuffati nell’acqua!” Bondy si tuffò nell’acqua e se non si fosse messo a nuotare sarebbe annegato. Bondy si sedette quindi su un ceppo che galleggiava e navigò per molti giorni e molte notti, finché giunse alla terra di Elgart, dove tutte le persone erano morte. Bondy eresse una tenda sulla riva e si cucinò un pranzo. A un tratto giunse uno storno e affondò il becco nel pranzo di Bondy. Bondy lo catturò e lo appese in una gabbia sull’albero. Poi si sedette di nuovo sul ceppo galleggiante e dopo molte notti approdò alla sua casa Sevoem. L’uccello tuttavia nel frattempo era crepato nella gabbia.

A Saken
Quando a Saken è primavera, il florido granturco si piega. Le fanciulle rivestite di variopinti abiti artistico-popolari discorrono con i vecchi di concimi artificiali. È in ciò che risiede la forza di Saken e della sua bellezza alpina. La strada a Saken è altrettanto scomoda a cavallo che con bestie da tiro. I vecchi vivono ancora nei tempi antichi. Lo scorrere dei ruscelli rinfresca la valle. Sui colli pascolano montoni. Gli agronomi sono allegri. Cantano molte canzoni. Sui monti si erge un Grande Stalin che tiene un Cremlino sotto le braccia. Dietro di lui, i miei Hradcany natii. Tutti li amano, sebbene io provenga da un paese così povero. Oh primavera mia! L’autunno è di nuovo alle soglie. Il granturco è il nutrimento dell’Unione Sovietica.

L’ultima leggenda
Una volta Bondy sedeva in un caffè e osservava il firmamento. D’un tratto gli si avvicinò il capocameriere e gli disse: “Cosa desidera?”
Al che Bondy, il quale era un famoso mago, cosa che tuttavia non era nota al capocameriere, ribattè: “Mi dia da mangiare.” L’uomo maligno se ne andò e da allora Bondy non lo vide mai più. Questo uomo maligno ora trama i suoi complotti contro Bondy in un altro luogo. (da “Leggende”, 1951)

Il mortaccino
Il Mortaccino vive in via Nerudova 51. Al posto della testa ha un teschio nudo e per questo si chiama Mortaccino. Malgrado ciò, ha solo dieci anni. Quando viene in osteria, porta un grande cappuccio e così in un primo momento non si vede che è il Mortaccino. Poi, quando ha bevuto molte birre, si toglie il cappuccio e tutti ammutoliscono pieni di orrore. Il Mortaccino ne approfitta e se ne va tranquillo in un’altra osteria senza avere pagato. A volte il Mortaccino si dimentica il cappuccio ed entra così da Slunc con il teschio nudo. Nella bocca tiene dei fili ai quali sono appuntati gli occhi e quando si ficca una mano in bocca tira fuori prima un occhio – dietro al quale rimane solo un’orbita vuota – e poi l’altro occhio – dietro al quale rimane un’altra orbita vuota. Dopo di che fissa a lungo e silenzioso lo sguardo delle due orbite sull’oste Franta, finché quest’ultimo non gli versa della birra tremando per il terrore.
D’estate, mentre Bondy si trovava in Inghilterra, il Mortaccino è entrato nel suo appartamento e con il suo fiuto da fantasma ha subito fiutato che Bondy teneva il suo diploma di mago nell’insalatiera. Gli si è subito gettato sopra, cominciando a lacerarlo con i suoi artigli. Ma poiché il diploma è di pergamena ed è scritto tutto in latino, il Mortaccino si è spaventato terribilmente, pensando che fosse un libro di stregoneria, ed è scappato.

Lo sbirro delle osterie
È uno dei fantasmi di cui il nostro paese abbonda maggiormente. Si chiama così perché vive nelle osterie. Il suo dovere è quello di captare le parole. Perciò salta continuamente fino al soffitto, dato che le parole sono più leggere dell’aria e lui le deve captare. A volte non fa altro che volteggiare per intere ore sotto il soffitto e si trascina nel fumo da una stanza all’altra lamentandosi, perché non gli rimane tempo per bere birra.
A volte invece se ne sta a cinguettare sotto il soffitto.

La suora viva nella cantina di Bondy
Bondy, quando vuole scrivere qualcosa, scende giù in cantina. Lì da un muro sgorga una sorgente di acqua pura mista alla birra che esce dalle botti bucate dell’osteria SluncÛ, e quindi Bondy beve gratis. Per lungo tempo Bondy non riuscì a capire chi mai emettesse laggiù quei tremendi sospiri a mezzanotte. Pensava che fosse il divoratore di cani, o gli spiriti dei cani divorati, oppure il Mortaccino. Ma una notte la parete dalla quale sgorgava la sorgente si spaccò e a Bondy si offrì lo spettacolo raccapricciante di una suora murata viva, così raccapricciante, ma così raccapricciante, che non ne dirà più nulla.

La fine di Bondy
Le figlie di Lopatka saltano di continuo su Bondy, perché racconti loro le vere storie raccapriccianti sui fantasmi. Così un giorno Bondy arrivò a casa e dovette scrivere per le ragazze delle storie di fantasmi. Scriveva così tanto e così veloce, che gli cadde la mano destra. Così continuò a scrivere con la mano sinistra. Ma scriveva così veloce, che dopo un attimo gli cadde la mano sinistra. Così si mise la matita in bocca e continuò a scrivere. Ma scriveva così tanto e così veloce, che la testa finì per cadergli. Così se ne stette sdraiato l’intera notte senza la testa e non potè bere birra. La mattina Julie lo cucì tutto con dei fili, così ora le mani e la testa non gli cadranno tanto rapidamente e potrà bere birra. (da “Storie raccapriccianti”, 1976)

Egon Bondy
a cura di Andrea Ferrario