Archivio 2007 Luglio - N. 85 Teatro: umor lieto a Longiano
Teatro: umor lieto a Longiano
di Cristina Ventrucci   

Qui si vuol parlare di “umor lieto”, e farne un gesto poetico necessario e benaugurante all’interno di uno dei panorami più devastati della cultura italiana, ma insieme anche, forse, il più irriducibile, il teatro. È Silvia Bottiroli, giovane studiosa, critica e operatrice teatrale, a suggerire la questione attraverso un bellissimo passaggio di Cristina Campo con il quale ha voluto segnare il piccolo progetto da lei ideato per festeggiare a Longiano, vicino a Cesena, l’anima giovane del teatro italiano. Siamo in Romagna: qualche giorno fa un giovane pittore che abita sull’argine del fiume Senio (già linea gotica negli anni della liberazione) mi dice che il senso del vivere in questa piccola parte del mondo gli è dato dalla ricerca teatrale che vi fiorisce e vi transita. La forza di ogni singolo riscontro è legge per noi minoranza assoluta di ogni statistica (e a poco valgono i risultati di botteghino che danno il teatro vincente sugli stadi, se a far salire l’indice sono le operazioni di consumo); se ciò che si diceva in quello studio di campagna era che il teatro dà forza alle altre arti, che le ingloba e le rilancia, e che crea comunità in quest’epoca di disgregazione (senza con ciò affermare nulla di nuovo, non fosse che a parlarne non era un teatrante) posso, con l’aiuto dell’amico pittore, ancora una volta rimarcare l’evidenza, in queste terre battagliere, di un mondo della scena instancabilmente fiero, resistente, mai omologato, fatto di opere, relazioni, idee, lavoro quotidiano, verticalità, fatto di linguaggi e non più riconoscibile in generazioni, come a dire, di radice antica e sempre ventenne.
Col pretesto di ricordare l’ondata artisticamente felice che vent’anni fa aveva riaperto i battenti di un piccolo Teatro Petrella allora appena restaurato (con Raffaello Sanzio, Danio Manfredini, Valdoca, Lombardi-Tiezzi), il progetto ideato dalla nostra curatrice e sostenuto dall’Ert, si è voluto chiamare “Non ho mica vent’anni”, citando una canzone e indicando nuove forme di coraggio sorridente che si schiudono sulla scena italiana. “Sprezzatura è un ritmo morale”, scrive la Campo, “è la musica di una grazia interiore; è il tempo, vorrei dire, nel quale si manifesta la compiuta libertà di un destino, (…) è una briosa, gentile impenetrabilità all’altrui violenza e bassezza (…). Ma attenzione. Non la si conserva né la si trasmette a lungo se non sia fondata, come un’entrata in religione, su (…) profonda riverenza per il più alto che sé e per le forme impalpabili, ardimentose, indicibilmente preziose che quaggiù ne siano figura. La bellezza, innanzi tutto, interiore prima che visibile, l’animo grande che ne è radice e l’umor lieto”.
Siamo in un paese in cui, quale che sia il risultato elettorale, non muta la cecità dei governanti, non si muove l’anacronismo istituzionale, e sono rari gli spiragli di vita nel sistema; un paese di ostaggi, dove chi si arma del potere rivoluzionario del sorriso anziché del bieco lamento viene additato con sospetto. Sulla collina longianese ci è dato guardare i giovani artisti rimboccarsi le maniche, fare la spola tra l’essere attori e camerieri (ma c’è chi va ancora al liceo), oppure innestare con sarcasmo nella scena stessa intervalli promozionali a denunciare l’assenza di un circuito teatrale, ma anche concepire l’assetto scenico nello spazio fisico di un camper, autonomo e mobile, e accogliere proposte di “residenza” creativa dai pochi che la offrono spartanamente, o infine trovare supporti all’estero, perfino in India.
L’amaro piacere che si prova in tale visione è quello, appunto, della salvezza che essi portano, quali “ragazzini” morantiani, anche aldilà del dato anagrafico, anime sprezzanti del vuoto li circonda, lieti di esistere e del fuoco che li abita. Tra loro i gruppi Menoventi, Sutta Scupa, Caravankermesse, Cosmesi, Zapruder filmmakersgroup (composti da due o tre persone) e i solisti Ooffouro, Teodora Castellucci (con lei in scena Agata Castellucci), Ambra Senatore, Sonia Brunelli, cui si aggiunge la coppia formata da Mirko Fabbri e Alessandro Randi. Al loro fianco Altre Velocità, un gruppo di giovani critici che da qualche anno partecipano organicamente a festival e progetti speciali producendo, nel quotidiano della manifestazione, fogli di approfondimento attraverso i quali si creano una rete di sguardi e un terreno di confronto immediato.
I linguaggi presentati sono molteplici e ognuno di essi alquanto consapevole dei propri strumenti. Menoventi ispira a Ionesco e Enzensberger la propria drammaturgia dell’assurdo, congelando la parola per varcare i precipizi di una comicità degli abissi. Sutta Scupa con un atto di scrittura scenica allude a una dimensione beckettiana, e con finezza d’attore contiene il calore della lingua siciliana per far esplodere un grido di angoscia sociale. Cosmesi instaura un rapporto di sfida e insieme di complicità, un mondo bicolore bianco e rosso, nel cui stato di allarme si muove con la disinvoltura dell’atto performativo, la negazione della parola e l’eloquenza bizzarra degli elementi. Ambra Senatore, altro soggetto dotato di ironia e capacità di distacco, costruisce un catalogo di apparizioni tratte dai suoi lavori di danzatrice come gesto provocatorio sulle dinamiche di comunicazione e organizzazione. Sonia Brunelli si concentra sul rapporto tra estensione del corpo e respiro dello spazio facendo emergere una memoria di creature animali. Zapruder lavora alla reinvenzione di un linguaggio cinematografico ispirandosi a Bataille, Teodora Castellucci disegna e incarna in un flash fisico visivo e musicale la propria forza tellurica di adolescente, Caravankermesse rievoca una micromemoria circense, Ooffouro studia il rapporto tra l’aritmetica e la composizione coreografica, Mirko Fabbri e Alessandro Randi elaborano ombre tra percezione visiva e musicale.
La grazia e l’origine periferica fanno sì che questo progetto non crei una rigida idea di generazione, non assuma i toni chiassosi di una moda, nel suo essere un invito per il teatro a rilanciare sempre più in là e agli artisti ad annusarsi l’uno con l’altro. Nell’incontro che li ha messi a confronto sono emerse domande sull’indipendenza, che sono anche domande sulla relazione col pubblico e sull’atto creativo. Niente lamento, non si parla di mancanze ma di forze. “La differenza”, dice Eva Geatti di Cosmesi, “è che il teatro nel 2007 ha ancora a che fare con la vita. Non ci sono filtri, è questo che mi interessa.”
Qualche tempo fa, diciamo pure a metà degli anni novanta, si contrapponevano gruppi teatrali riconosciuti, e più visibili, ad altri che si nominavano invisibili, entrambi rivendicando uno spazio nel teatro, talvolta sprecando anche qualche energia a darsi battaglia. Oggi non c’è quasi più nulla a cui tendere, tra festival goldoniani e altri autoreferenziali sono troppo pochi quelli lungimiranti; i teatri storicamente riconosciuti a vocazione civica sono passati a costruire monumenti come nei peggiori regimi, e negli stabili troneggiano i più deteriori politici a livello olimpionico. Una politica di repressione e censura degli spazi sociali e culturali indipendenti ha soffocato l’intraprendenza che negli anni novanta aveva rinforzato il teatro di ricerca, ostacolando fatalmente la possibilità della formazione di nuove prospettive per l’arte scenica contemporanea. A questi artisti emergenti, in questo stato di emergenza, va l’invito a riprovarci, forti della consapevolezza insita nel loro “umor lieto” che il teatro cova in sé l’atto pedagogico e la relazione con lo spettatore e che dunque il muoversi politico, la creazione di spazi pubblici e di tessuto, insomma forse un’idea di “animo grande” per dirla con la Campo, fanno parte del gioco.
Sappiamo che oggi il pubblico nelle sale della ricerca, tranne in qualche raro caso di estrema “coltura” (dotato di “umor lieto” e mai abbastanza studiato come esempio), sembra desertificato da reiterati atti modaioli e dalla recessione culturale. Ma nella piccola Longiano – spostandoci tra un teatro all’italiana in miniatura e una chiesetta sconsacrata, tra un giardino allagato dalla pioggia e uno studio cinematografico immerso nelle colline – mentre prendiamo coscienza ancora una volta della misura minima che ci è concessa, dobbiamo però pur riconoscere che siamo un pubblico e pensare ancora una volta alla bellezza della provincia. In verità, però, il panorama extraurbano romagnolo non pullula solo di teatranti, ma di vari soggetti visionari, più o meno raggruppati, dediti alla musica, alla fotografia, al video, alla pittura, come il suddetto pittore Massimiliano Fabbri, appunto, e il gruppo di Selvatico da lui coordinato e al quale varrà una segnalazione nei nostri asinelli, altro osservatorio importante per nutrirsi, fuori dal clamore, di quella certa limpida “sprezzatura” dalla quale la Bottiroli ci ha fatto partire.

Cristina Ventrucci