Archivio 2007 Agosto/Settembre - N. 86/87 A Taranto, cioè in Italia
A Taranto, cioè in Italia
di Alessandro Leogrande   

C’è una grande città del Sud in crisi da molti anni. Questa città è Taranto, terzo centro del Mezzogiorno continentale dopo Napoli e Bari, e la sua crisi, per quanto estrema, esasperata, a tratti unica, è in fondo lo specchio di una crisi generale dell’intero paese. Dell’intero sistema-Italia.
La causa prima della stagnazione è, come noto, il rapporto irrisolto con il polo siderurgico. Ex capitale meridionale della partecipazioni statali, Taranto ha legato per quattro decenni la sua storia a quella del più grande stabilimento siderurgico d’Europa. Dalla crisi occupazionale del polo industriale alla fine degli anni ottanta, la città non si è mai ripresa. Eppure nonostante la cassintegrazione massiccia e le ricadute occupazionali, lo stabilimento non fu dismesso come a Bagnoli. Fu privatizzato e consegnato al Gruppo Riva che oggi, grazie proprio alla fabbrica jonica, è diventato il nono produttore mondiale di acciaio. L’Ilva oggi occupa ancora 13.500 operai (che diventano 18mila calcolando anche i dipendenti dell’indotto) ed è la prima fabbrica del paese: ha sopravanzato finanche Mirafiori. Così, Taranto è forse l’unico posto in Italia in cui fordismo e post-fordismo coincidono, generando una nuova serie di problemi. Innanzitutto, la natura dei nuovi contratti: l’Ilva di Taranto è il più grande esperimento (anche se poco studiato) di utilizzo dei contratti a termine, e quindi del ricatto occupazionale che essi generano, su un vasto parco di dipendenti. E per quanto, tra i dipendenti diretti, le assunzioni a tempo indeterminato tendano a stabilizzarsi, la questione resta cruciale nell’indotto. In secondo luogo, da quando la fabbrica è stata privatizzata, tutti gli indici di inquinamento sono schizzati in alto. Oggi Taranto assomma incredibili record negativi. Intorno all’area urbana viene sversato, in aria o in mare: il 10% della diossina emessa in tutta Europa, il 20% delle emissioni di CO2 e oltre il 60% di quelle di mercurio sprigionate in tutta Italia. Sono dati impressionanti e difficilmente immaginabili, ma che si traducono in un aumento netto – anche se ancora non quantificato – di varie forme di cancro. Se oggi è ancora poco percepibile, nei prossimi vent’anni il disastro ambientale assumerà toni catastrofici.
Ora, nonostante questo quadro desolante e lo strapotere del Gruppo Riva, il quale finora non ha sostanzialmente mutato la propria politica industriale e ogni volta che si parla di inquinamento minaccia ricadute occupazionali, mettendo tutti a tacere, Taranto non è mai diventata un caso di emergenza nazionale. Non solo: la politica locale, sinora, non è stata minimamente in grado di gestire il disastro. Anzi, in una logica perfetta, in cui la cattiva produzione e il feroce inquinamento alimentano la cattiva politica, Taranto è diventato un caso estremo di sospensione della politica. O, se si vuole guardare il problema da un altro punto di vista, il comune in cui ha avuto luogo il  maggior grado di devastazione che una macchina politica degenerata possa produrre.
Alle ultime amministrative del 27-28 maggio, quelle in cui il centrosinistra è stato sconfitto in tutta Italia e di fatto espulso da molte aree del Nord, il risultato di Taranto è apparso sbalorditivo. La città dei due mari è apparsa come una roccaforte del progressismo: l’unico grosso centro in cui al ballottaggio sono andati due candidati del centrosinistra e, tra i due, ha vinto con oltre il 70% dei consensi quello più a sinistra, sostenuto da mussiani, Rifondazione, verdi eccetera. Lette in questi termini, le elezioni joniche sono parse una riedizione del successo vendoliano di due anni prima. In realtà l’epilogo anomalo della tornata elettorale è stato il prodotto di un lungo anno “sui generis”, e di almeno altri due record raggiunti inaspettatamente dalla città.

Il crack finanziario
Nell’estate del 2006 la giunta di centrodestra – Forza Italia, Udc, An più qualche lista civica – viene commissariata. Il sindaco Rossana Di Bello (una versione meridionale di Letizia Moratti), rieletta per un secondo mandato solo un anno prima, viene accusata insieme ad altri assessori di aver estorto una tangente. L’insediamento del Commissario prefettizio è repentino. Eppure non appare una cosa straordinaria: in fondo, è la terza volta, in soli 12 anni, che il comune viene commissariato. Quello che appare invece del tutto anomalo è che quella piccola tangente era in realtà solo la punta dell’iceberg di un incredibile caso di “mala amministrazione”. A poco a poco si scopre che la giunta di centrodestra (una decina di assessori) insieme ai massimi dirigenti amministrativi, approvando bilanci non veritieri, lievitando tutte le spese possibili e immaginabili, facendo un uso forsennato del finanziamenti fuori bilancio, ed elargendo a un ristretto novero di fedeli clienti stipendi e consulenze d’oro per centinaia di migliaia di euro, ha letteralmente svuotato le casse pubbliche. Il buco di bilancio è enorme: inizialmente ammonta a 300 milioni di euro, ma nei mesi successivi non fa altro che lievitare fino a superare la soglia degli 800 milioni di euro. Taranto è la prima grande città, in tempi di Seconda repubblica, a usufruire della legge sul dissesto finanziario degli enti locali. L’unico precedente di una tale gravità è quello di Napoli nel ’93. Ma allora a dichiarare fallimento – finanziario, politico, sociale, culturale – era stata una delle capitali della Prima repubblica. Sulle rive dello Jonio invece è avvenuto uno scempio, forse, ancora più feroce: a rubare il denaro pubblico non sono stati gli eroi tragici della vecchia Dc, con il loro immutabile sistema di potere, ma una banda rapace di piccoloborghesi all’assalto. Geometri, commercianti, commercialisti, costruttori edili, gestori di imprese di pulizie hanno prodotto una fuoriuscita verso le casse private di centinaia e centinaia di milioni di euro. Una cifra – per intenderci – pari, se non maggiore, a quella gestita dai “furbetti del quartierino” che avevano tentato, più o meno negli stessi mesi, l’assalto al capitalismo italiano.
Il fallimento di un comune ha conseguenze tragicomiche: i dipendenti non vengono pagati per mesi, l’immondizia viene raccolta a scadenze dilatate, gli autobus diminuiscono, l’illuminazione pubblica viene elargita a singhiozzo, le bare al cimitero vengono accatastate in attesa di essere sistemate nei loculi... Insomma, uno scenario da secondo mondo, condito dall’esplosione quotidiana di innumerevoli proteste – per la casa, per il lavoro, per qualunque forma di ammortizzatore sociale.
Sul piano più strettamente politico, il crack decapita il centrodestra locale. Mentre Berlusconi rimonta punto su punto negli indici di consenso, in una delle sue principali e stabili roccaforti meridionali, il berlusconismo di governo mostra il suo volto più melmoso e truffaldino. E, anche qui, solo un’accurata dimenticanza evita di fare due più due, stabilire gli evidenti collegamenti tra il locale e il generale, e fare nuovamente di Taranto un caso nazionale. Di Taranto, certo, si parla: ma nessuno ne fa un atto di accusa politica verso i partiti che hanno prodotto un buco di bilancio da far impallidire i Gava e i De Lorenzo.
Nel momento in cui la campagna elettorale ha inizio, il centrodestra non ha un proprio candidato: solo alla fine riusciranno a trovarne uno, l’ex questore. Nel centrosinistra invece i candidati sono da subito due: Florido, già presidente della provincia in quota Ds e Margherita, e Stefàno, appoggiato dall’area più a sinistra. In qualsiasi posto in Italia si sarebbero fatte le primarie. Ma a Taranto i reggenti del futuro Pd non hanno voluto e pare che su questa decisione abbia pesato fortemente il diktat di D’Alema. Il ministro degli esteri, che in Puglia – essendoci cresciuto – conta molto, pare abbia imposto questo ragionamento: noi candidiamo Florido, il candidato “naturale” del nascente Partito Democratico, in un modo o nell’altro il dissenso rientrerà... Ma poi, smentendo le previsioni dalemiane, il dissenso non è rientrato e, ben prima del congresso nazionale dei Ds, quello dello scioglimento, oltre la metà degli iscritti jonici ha abbandonato il partito – e quindi il nascente Pd – per sostenere Stefàno.
Spiegare i motivi per cui Florido è risultato inviso a molti richiederebbe molto tempo. Bastino, in questa sede, due elementi decisivi. Innanzitutto, il candidato “naturale” del Pd, si è candidato a sindaco senza dimettersi da presidente della provincia, provando in modo piuttosto rozzo e arrogante ad accorpare le due cariche, aggiungendo un’ulteriore anomalia in una città già di per sé anormale. In secondo luogo, la questione ambiente è stata depennata dal suo programma elettorale. Non solo Florido si è sempre detto fiero industrialista, e ha caldeggiato l’ipotesi di costruire un grande rigassificatore accanto alla già disastrata area industriale, ma – si mormora – ha accettato i soldi di Riva per finanziare la propria campagna elettorale, promettendo in cambio di non sostenere mai e poi mai la costituzione di parte civile del comune nel processo sull’inquinamento contro il gruppo industriale...
Apriamo un inciso. Quando, poche settimane dopo, Veltroni si è candidato alla guida del Pd dicendosi a favore della Tav, perché il “Pd è a favore di un ambientalismo del sì”, un ambientalismo che accetta cioè le tecnologie e il loro impatto, molti sono rimasti interdetti. In realtà non stava facendo altro che addolcire la pillola, difendendo con belle parole quello che il Pd già sostiene in giro per il paese, a Taranto e altrove. Eppure, checché ne dica Veltroni, l’ambientalismo in realtà ha bisogno di molti no; quanto ai sì, invece, come il caso di Taranto dimostra, la loro pronuncia non è mai puramente ideale, è sempre il frutto di accordi, di un “do ut des” sfibrante e snaturante non solo per la città e per chi ci vive, ma anche per le consorterie politiche che si mettono a contrattare.
Tornando alle elezioni tarantine, alla fine, come da molti ipotizzato, Florido e Stefàno sono andati al ballottaggio e ha vinto Stefàno, non in rappresentanza della sinistra “radicale”, ma semplicemente di una sinistra che ha provato a rimanere tale, dialogando maggiormente con i propri elettori, gettando le basi per un’amministrazione decente della cosa pubblica in una città che, a partire da ora, dovrà impiegare almeno vent’anni per ripianare il deficit. Un programma, in fondo, minimo, ma a Taranto necessario come l’aria. La vera novità della tornata elettorale, però, è che nel vuoto che si è aperto a destra dopo il crack finanziario è rispuntato Giancarlo Cito.

L’enigma Cito
Giancarlo Cito, per chi non lo ricordasse, è stato sindaco di Taranto dal 1993 fino al ’95, allorquando è stato costretto a dimettersi perché accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Negli anni settanta Cito era stato un picchiatore fascista. Poi, negli ottanta, aveva fatto fortuna con una tv privata, At6, usandola prima di altri come una gogna politica. Aveva fondato un movimento politico populista  chiamandolo At6, proprio come l’emittente, e aveva intercettato fette di consenso sempre più ampie: dapprima il voto delle periferie, in una città messa in ginocchio dalla crisi occupazionale; in seguito anche quello della piccola borghesia e buona parte del bacino elettorale democristiano. Il citismo è stato uno degli esempi più selvaggi di antipolitica alla metà degli anni novanta: il populismo espresso da At6 ha sempre avuto venature di estrema destra ed è forse l’unico rigurgito politico italiano davvero simile al Fronte nazionale di Le Pen. Ma poiché in queste degenerazioni il personalismo conta molto, fino a sfociare in una stramba variante del culto della personalità, occorre anche ricordare che Cito ha ottenuto uno strabiliante successo soprattutto perché è riuscito a farsi passare – in video e nelle piazze – come il giustiziere immacolato dei politici corrotti della Prima Repubblica.
Dopo molti alti e bassi, la crisi del citismo sembrò completarsi nella seconda metà degli anni novanta. Mentre il telepredicatore veniva risucchiato dai suoi guai giudiziari, il voto di destra veniva riassorbito, e appena ingentilito, dalla Casa delle libertà. Nel 2003 Cito viene definitivamente condannato in Cassazione per concorso esterno in associazione mafiosa (nella fattispecie è stato provato che fosse vicino a due sanguinari boss tarantini dei primi anni novanta). Tra carcere e arresti domiciliari, finisce di scontare la pena ai primi di marzo del 2007, cioè a meno di tre mesi dal voto amministrativo. In qualsiasi posto al mondo, la sua sarebbe una carriera politica finita, ma non a Taranto. Così Cito decide di candidarsi, forte di sondaggi che lo danno oltre il 20%. E quando il Tar annuncia che è incandidabile, come se nulla fosse, decide di candidare il figlio al suo posto: “Tanto la gente, se vota a lui, vota a me!”.
Candidatosi per interposta persona alla fine di aprile, l’ex sindaco ha condotto un mese di campagna elettorale all’arma bianca. È tornato in televisione, ha riattivato il filo-diretto con i margini della città, ne ha intercettato il livore e il rancore. E, costruita una lista alla meno peggio, ha superato davvero il 20% dei consensi. Assorbite dallo scontro in casa, dimostrando una miopia eccezionale, tutte le forze dell’Unione (moderate o radicali) hanno sottovalutato le sue potenzialità, pretendendo di ridurre la sua irruzione a puro folclore, fino al momento della proclamazione dei risultati. In realtà non hanno capito per tempo che lo sgretolamento dei partiti di centrodestra a causa del crack finanziario non avrebbe significato automaticamente la “fine” della destra. E che, essendosi praticamente polverizzata la Casa delle libertà, sarebbe tornato in auge il populismo “nero”.
La vera novità delle elezioni tarantine, quindi, non è stato il ballottaggio tra i due candidati del centrosinistra, ma quello che è accaduto al primo turno. At6 Lega di Azione Meridionale, la lista risuscitata da Cito, una combriccola di perfetti sconosciuti, è oggi – come nel ’93 – il primo partito cittadino. In una frammentazione  del voto che ha assunto dimensioni patologiche, At6 ha ottenuto oltre il 15%. Non è una cifra esorbitante, inferiore al consenso espresso direttamente per il candidato sindaco, ma diventa davvero consistente se raffrontata al tracollo degli altri partiti. I Ds si sono fermati al 5%, la Margherita al 6%, Rifondazione al 2%, Forza Italia all’8%... Certo, c’è il peso delle liste civiche, ma anche la più influente, quella che raccoglieva i fuoriusciti dai Ds, non ha superato il 9%. Da questo punto di vista, Taranto appare come un deserto di piccole consorterie, di piccole tribù raccolte intorno alla propria piccola oasi, tra cui spunta, più numerosa delle altre, la tribù dei barbari, quelli con le camice nere e i bracci tesi nel saluto romano, quelli del revanscismo localistico, quelli che rispondono a ogni problema con l’odio verso tutto il sistema politico e le sue espressioni, quelli contro “i negri, i drogati, gli albanesi, i ricchioni...”.
L’aspetto più surreale di queste elezioni è che Cito ha fatto credere a 25 mila elettori che eleggere il figlio era “la stessa cosa che eleggere il padre”, che tanto lui avrebbe fatto il “city-manager”, che tutte le delibere sarebbero passate dalla sua scrivania. Così, un ragazzotto che durante tutta la campagna elettorale non ha detto una sola parola, espresso un solo concetto, tranne ridacchiare con spirito da caserma alle spalle del padre durante il comizio conclusivo, ha ottenuto solo 700 voti in meno del presidente della provincia sostenuto da D’Alema, Fassino e Rutelli. Cito è riuscito a convincere 25 mila persone che questa era una mossa legittima contro la persecuzione politico-giudiziaria di cui è vittima e contro una legge “ingiusta” che non permette a un politico condannato per reati gravi di candidarsi. E il vittimismo, nella sua irruzione, ha avuto un forte peso.
In fin dei conti, Giancarlo Cito è un ex picchiatore fascista che ha scontato una pena a quattro anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Tuttavia sarebbe erroneo pensare che ha ottenuto, oggi come ieri, tutto quel consenso solo perché “fascista” o “mafioso”. Per capire questo exploit elettorale, bisogna analizzare le sue viscere. Questo citismo senile che ritorna quando era stato dato definitivamente per morto, più lamentoso che impetuoso, più “sfascista” che decisionista, è molto simile al citismo delle origini. Non quello che vinse al ballottaggio le elezioni del ’93 intercettando anche il voto della borghesia, ma quello che si affacciò per la prima volta in consiglio comunale nel ’90, dialogando con aree della città con le quali non dialogava più nessuno. Sono passati 17 anni da allora, ma il vuoto di sistema è drammaticamente simile. Il successo di Cito si annida ancora una volta nell’uso spregiudicato della sua emittente televisiva, Super 7, che nel frattempo ha sostituito At6: un mezzo povero ma efficace, che gli ha permesso di creare un filo-diretto con i suoi sostenitori. Quelle ore di trasmissione, captate solo a Taranto e provincia, sono un documento di sociologia della politica: c’è l’operaio dell’Ilva che chiama perché è stanco del suo lavoro ed è convinto di prendersi un tumore, c’è la giovane disoccupata del c.e.p. che rivela che per parlare con Giancarlo ha atteso in linea 45 minuti e non è andata al concerto del cantante che ama tanto, Gianni Celeste...
La sensazione è che questi tele-elettori non abbiano mai parlato con altro politico in vita loro. Il leader di At6 ha intercettato ancora una volta l’assenza disperante di prospettive. A parte condannare “i ladroni”, la corruzione della giunta Di Bello, i tentativi di compravendita di voti, i suoi sermoni sono stati incentrati sui mali dell’inquinamento e sulla fine del sogno industrialista. Senza offrire soluzioni, eppure dando l’impressione di agitarsi per farlo.

Una crisi generale
Non ci saremmo dilungati nell’analisi del voto tarantino, e della crisi surreale che lo ha determinato, se questo fosse solo una questione locale. In realtà, come si diceva prima, anche se in modo estremo ed esasperato quanto è accaduto nella città pugliese dice molto dello scricchiolio del sistema-Italia. Oggi, in molti dicono, stiamo tornando al ’92-’93. Stesso clima, stessi personaggi, stessa incapacità dell’agone politico di rinnovare se stesso. Stessa incomunicabilità tra paese reale e Palazzo, anche se – occorre sottolinearlo – il paese reale è sempre peggiore: invecchiato, incattivito, reazionario, cerchiobottista, lazzarone, avvitato su se stesso...
L’impressione è che la nascita del Partito democratico, l’investitura di Veltroni, la riorganizzazione delle forze che gravitano più a sinistra siano solo opere di maquillage, per altro male assortite. Guardando le città, le loro crisi concrete, il volto crudo della politica, la situazione è spesso desolante. E questo non riguarda solo le città che occupano gli ultimi posti nelle classifiche annuali del “Sole 24 ore” come Taranto. Riguarda anche le città dei ricchi. Basti pensare a Verona, che ha eletto al primo turno il suo “local Cito” con un programma non molto dissimile. Soffia il vento dell’antipolitica, dicono in molti. Eppure, forse, è proprio questa accoppiata, politica & antipolitica, che oggi va rigettata perché, in fondo, spiega poco della realtà italiana. Nessuna delle due è meglio dell’altra poiché sono entrambe figlie della stessa madre matrigna: l’impossibilità strutturale di governare democraticamente i problemi di tutti.
Così, la metafora del deserto occupato qua e là da alcune tribù di nomadi è forse più convincente. Non concerne solo Taranto, ma tutto il paese. Su questo piano, alla fine, non vinceranno le tribù capaci di creare l’alleanza più vasta (ché più larga è, più debole per tutti diventa), ma quelle più abbarbicate alla propria oasi, e in grado di usare al meglio il proprio particulare come arma contro tutti gli altri. Alla fine vinceranno quelli più duri, i meno interessati all’interesse generale, e gli sfaldamenti simili al caso-Taranto non faranno altro ripetersi e emularsi a vicenda. In termini strettamente politici, oggi si assiste a questo paradosso. Da una parte c’è il tentativo di aggregare, di fare nuovi e grandi partiti, dall’alto, mettendo insieme apparati ma non pezzi di paese reale. Dall’altra c’è un riaffiorare forte delle leghe, al nord e al sud, con il loro baldanzoso e truce particolarismo. Fanno paura perché oggi, proprio come nel ’92-’93, sono molto radicate nel locale, molto più dei partiti “nazionali”, rimanendo lontane da Roma. Altri fanno i loro accordi. Loro sono pronte a giocarsi, fino all’ultimo centesimo, la loro rendita di posizione.

Alessandro Leogrande