Archivio 2007 Agosto/Settembre - N. 86/87 Pomeriggio d’addio a Meneghello
Pomeriggio d’addio a Meneghello
di Gianfranco Bettin   

Attorno a Gigi Meneghello, nei giorni dell’addio, si sono intrecciati strani fili, strane voci, divergenti gli uni e le altre per tutto il resto ma convergenti nel rendere omaggio ed esprimere gratitudine e ammirazione allo scrittore di Malo (e di Reading, è giusto dirlo). Notevoli, nell’occasione, sono stati però anche i vuoti. La cultura italiana cosiddetta ha taciuto in massa, salvo eccezioni (soprattutto di area veneta, o della più seria accademia nazionale), a riprova di una nota incapacità di vedere oltre il limitare dei salotti tv e/o delle terrazze capitoline. 
Quanto alla politica, meglio non stendere un pietoso velo e dirne tutta la miseria, specie di quella cosiddetta di sinistra. Salvo una nota d’ufficio del ministro della cultura Rutelli, in pratica ha parlato solo Massimo Cacciari (anche se più da intellettuale che da esponente politico). D’altronde, quando mai la sinistra ufficiale (ma anche quell’altra, qualunque cosa sia) ha capito il valore di un’esperienza letteraria come quella di Meneghello, anche se proprio nell’humus più fecondo (ma meno ortodosso) della sinistra medesima affonda le proprie radici?
Il risorgimento mazziniano, “La rivoluzione napoletana” del Cuoco, l’antifascismo e la democrazia come base del nuovo ethos civile, Salvemini, Rossi, Rosselli, Gobetti, Gramsci, presi tutti sul serio, senza finti omaggi e sostanziali abbandoni togliattiani, “la fede nell’autonomia assoluta della coscienza individuale” in una Italia in cui “ci piace dire che siamo grandi individualisti, ma a me sembra che in fatto di etica civile siamo invece profondamente conformisti” (come scrisse introducendo “I piccoli maestri”, il suo vero primo libro, incominciato mentalmente ed emotivamente ancora dentro l’esperienza partigiana e dentro i conflitti generativi del primissimo dopoguerra, anche se concluso e apparso solo nel 1964), Giustizia e Libertà, il successivo e precoce “dispatrio” verso una modernità meno gretta e più aperta, ma anche l’attenzione sensibile e colta (con “Libera nos a malo”, naturalmente, il primo libro compiuto e pubblicato, nel 1963, e suo capolavoro, e con tutto il lavoro successivo, incessante) per le radici e per la terra in cui affondano, ma anche per il fiorire ovunque della pianta linguistica (e dell’umanità che la esprime). E su tutto questo, il senso dell’incombere di questioni ancora più gravi, ultime. Non solo relative all’Italia, anche se questa visione alta, ad esempio, gli faceva leggere il fascismo non come parentesi o episodica degenerazione della sola classe dirigente bensì come crisi di civiltà, e semmai episodio italiano di un processo globale.
“Era il posto migliore per isolarci dall’Italia, dal mondo”, scrive nei “Piccoli maestri” a proposito dell’Altipiano della guerra partigiana.“Fin dal principio intendevamo bensì tentare di fare gli attivisti, reagire con la guerra e l’azione; ma anche ritirarci dalla comunità, andare in disparte. C’erano insomma due aspetti contraddittori nel nostro implicito concetto della banda: uno era che volevamo combattere il mondo, agguerrirci in qualche modo contro di esso; l’altro che volevamo sfuggirlo, ritirarci da esso come in preghiera” poiché c’era “la sensazione di essere coinvolti in una crisi veramente radicale, non solo politica, ma quasi metafisica… Sentivamo la guerra come la crisi ultima, la prova, che avrebbe gettato una luce cruda non solo sul fenomeno del fascismo, ma sulla mente umana, e dunque su tutto il resto, l’educazione, la natura, la società”.
Dopo la guerra, gli scacchi subiti dalle speranze e dai progetti di rinnovamento e positiva modernizzazione non potevano che accentuare il sentimento di disagio e, ormai alle spalle quella che era stata una guerra necessaria, non potevano che rendere lo stesso agire politico assai meno convincente. L’incontro con Katia, la compagna della vita, il cui ruolo per Gigi non molti hanno capito nella sua grande importanza anche culturale e politica, oltre che esistenziale, deve averne ancor più accentuato l’insofferenza per un paese incapace di essere all’altezza dei veri compiti che gli si prospettavano (ben al di là di quelli di ricostruirsi e sfuggire alla povertà).
Francesca Caputo, una studiosa che ha capito bene questo ruolo forte e profondo di Katia nell’esperienza anche intellettuale e politica di Meneghello, ne ha riassunto brevemente ma icasticamente il percorso, nella nota biografica introduttiva all’edizione Bur di “Libera nos a malo”: “Nel settembre del 1948, in Italia (Meneghello) sposa Katia Bleier, ebrea jugoslava di madrelingua ungherese, nata e vissuta in Voivodina, poi a Zagabria, deportata con la famiglia nella primavera del 1944 ad Auschwitz, tradotta nel gennaio 1945 a Belsen e lì liberata dagli Alleati a metà aprile: inseparabile compagna di vita e di lavoro”. Analoga consapevolezza del ruolo di Katia si ritrova nel film documentario di Carlo Mazzacurati in cui Marco Paolini intervista a lungo Meneghello (film ora distibuito da Fandango nella serie dei “Ritratti” che comprende anche, stesso regista e stesso intervistatore, Rigoni Stern e Zanzotto, un lavoro, va detto a dar atto di una buona azione istituzionale, finanziato all’origine dalla Regione del Veneto).
Il legame di Gigi e Katia, per tutta la vita, si nutre delle radici vive e dalla loro allegria fiorente ma anche delle radici recise e del dolore inestinguibile che provocano. Chi vede nello scrittore di Malo solo il cantore – o l’antropologo – delle prime o solo il brillante e acuto interprete di un’avventura partigiana e poi l’erudito e quasi virtuosistico scrittore-filologo non capisce gran parte del suo itinerario, molto più lungo e vario e ricco e sofferto.
Una sinistra prima rigidamente ideologica e ora strumentalmente e/o fatuamente sincretistica non poteva e non può comprendere la portata vasta e complessa dell’opera di Meneghello. Perciò, deve averlo considerato, per sentito dire o, peggio, per valutazione diretta, uno scrittore provinciale e laterale. È più facile, per questa cultura politica, capire l’importanza di Moccia o di Camilleri che di Meneghello (sia detto con tutto il rispetto per i citati, non è colpa loro).
Tutto ciò si è visto con evidenza a Malo il pomeriggio del funerale. Sinistra politica quasi zero. Cultura ufficiale (di ogni tendenza) poco più di zero. Molta gente. Quelli del posto, andando oltre le diffidenze e le incomprensioni che pure non sono mancate negli anni, e quelli venuti da tanti altri posti del Veneto e d’Italia nonché dall’Inghilterra. I sindaci leghisti con la fascia tricolore, ad ascoltare Marco Paolini che, memore dell’amore di Gigi per Belli, ne legge, prima di una di Noventa, una poesia in romanesco (“Perché a Gigi i dialetti piacevano tutti”) e poi, mentre la bara scende nella terra a raggiungere Katia (scomparsa nel 2004), dopo aver ascoltato il violoncello del grande maestro Mario Brunello, ecco “Fischia il vento” suonata dal piccolo registratore portato dalle associazioni partigiane che alzano le bandiere per il vecchio compagno di Resistenza.
Strani fili, strane voci intrecciate. Certa politica di oggi, viscerale e vera ancorché rozza ma radicata nel presente e nei suoi stravolgimenti, e certa politica di un tempo, che fu autentica e viva e ora lo è rimasta, autentica, forse solo nello smarrimento.
Ha scritto Ilvo Diamanti (“la Repubblica”, 27.6.2007) che questo smarrimento era anche suo, condito da una certa incredulità per la mutazione avvenuta in “patria”: “L’estrema periferia che si era insediata al centro dell’economia italiana ed europea, (…) il piccolo mondo rurale di Malo che è diventato grande. E si ‘libera’ di “Libera nos a malo”. Della propria memoria di povertà. D’altronde, nulla è più lontano del suo linguaggio dalla retorica del Nordest. Lui, così ironico, sottile, estraneo alla mitopoiesi della ‘patria veneta’…”.
Una delle ultime cose scritte da Meneghello, l’ultima finora pubblicata, nella sua rubrica (“Nuove Carte”) sul domenicale del “Sole 24 ore” del 3 giugno scorso, si conclude proprio con un sapido aneddoto (ma in Meneghello gli aneddoti diventano parabole) su un arricchito del Nordest e sulla sua fiammante auto nuova adorata nel tempio-garage che gli riaccende in testa il ricordo di quel ragazzo veneto – Pietro Maso – che per un’auto del genere ha massacrato i genitori.
D’altronde lo aveva detto, ancora nei “Piccoli maestri”. Siamo verso la fine. Gigi sta guardando dai Colli Berici la valle, insieme al compagno partigiano Bene, e pensano al dopo guerra, a come sarà possibile ricominciare. “Queste case non mi parevano edifici, ma modi di vivere; le corti tra i castani, e le viottole, e le stalle, e i sottoportici, tutto era mescolato con la povertà, era questa la forma della valle e della vita italiana. Dissi a Bene: ‘Per uccidere la povertà, dovranno massacrare l’Italia’.”
Sessant’anni dopo, quel paesaggio, anche il paesaggio umano, lo vede e lo descrive stravolto dalla mutazione: tutto è mescolato con la ricchezza, si potrebbe dire riecheggiando quelle lontane parole. È questa la forma attuale della valle e della vita italiana.

Gianfranco Bettin