Archivio 2007 Agosto/Settembre - N. 86/87 Una storia di etiopi e di italiani
Una storia di etiopi e di italiani
di Alessandro Triulzi   

“Allora prometti davanti alla Madonna dell’icona. Quando sarai grande scriverai la mia storia, la storia di quegli anni e la porterai nel paese degli italiani, per non dare loro la possibilità di scordare.” Inizia così la preziosa ghirlanda “di fiori e di perle” che la giovane scrittrice italo-etiopica Gabriella Ghermandi (“Regina di fiori e di perle”, Donzelli) trae dal “giardino incantato” della sua terra, l’Etiopia. Il romanzo intreccia sapientemente gli avvenimenti del presente con la memoria del complesso “incontro” tra italiani ed etiopi durante l’occupazione fascista. La promessa fatta all’anziano nonno Yacob di raccontare da grande il difficile passato del paese sotto occupazione è il motivo dominante dell’opera (“è per questo che oggi vi racconto la sua storia. Che poi è anche la mia. Ma pure la vostra”) e suo principale filo narrativo. Ed è narrando la storia del giovane arbegnà o guerrigliero Yacob che prima ostacola e poi favorisce l’impossibile relazione tra sua sorella Amarech e Daniel, un talian sollato ‘buono’ che si unisce alla resistenza etiopica pagando con la vita la sua scelta di campo, che si innestano altri temi e storie e racconti di vita quotidiana e di ordinaria convivenza tra dominanti e dominati, militari italiani e guerriglieri etiopi, uomini e donne qualunque sconvolti dalla guerra, dall’occupazione, e dalle leggi razziali del fascismo: “Tu ci puoi andare con le donne di qui, ma devi trattarle da prostitute. Non puoi amarle, avere figli con loro, sognare una famiglia. Se fai una cosa del genere loro applicano il decreto. Capito Yacob! C’è una legge italiana che mi condanna perché amo tua sorella e avrò un figlio da lei. La grande Italia civilizzatrice. Ecco il suo vero volto.”
Scritto con vivezza di stile e una pacata ironia in cui lo sdegno non sfocia mai in rivendicazione di vendetta o richiesta di perdono, ma cerca di ricomporre l’umanità violata in un dolore contiguo e comune, “Regina di fiori e di perle” percorre due generazioni di vite etiopiche irrorandoci di storie inanellate di sgomento e di compassione. Nel volume compaiono figure inedite nella corrente memoria italiana sui fatti d’Etiopia: da quella dei guerriglieri-patrioti in armi (da noi chiamati shifta o fuorilegge), ai più nascosti wst arbegnà, i patrioti che si muovono all’interno della comunità civile cercando di contrastare la prepotente cultura degli occupanti che viola corpi e spiriti insieme; dai molti che cercano semplicemente di evitare il peggio e accettano di sottomettersi alle autorità di occupazione, a quei pochi, che pure c’erano, che cercano di ribellarsi alle sue leggi, persone comuni che affermano in vari modi i valori di una umanità condivisa che non trova spazio o tolleranza nell’Etiopia occupata dalle truppe italiane. Nelle parole dei protagonisti-testimoni, appare con forza sia lo sdegno per le viltà di guerra compiute dal governo fascista (i gas, gli eccidi, le stragi di civili da “finimondo” dopo l’attentato a Graziani, le operazioni di repressione della guerriglia e dei suoi supposti alleati, i contadini inermi, il clero, gli intellettuali), sia la memoria lunga dell’occupazione fascista che lascia segni indelebili nei cuori e nei corpi, e interroga il lungo rimosso nella coscienza civile e nelle istituzioni del nostro paese. Come in uno specchio, la memoria ancora viva tra gli ex-sudditi si appella alla memoria rimossa dell’Italia contemporanea, e ne contesta il ricordo bonario e assolutorio. Gli italiani, ricorda un vecchio vescovo, “stavano sempre così, con la mano rivolta verso se stessi e con in bocca una sola parola: “Io”. Si sentivano superiori, e non accettavano di guardarsi dall’esterno, con gli occhi degli altri.”     
Il confronto con la memoria, nostra e loro,  è il filo conduttore del romanzo. Mahlet, la protagonista narrante che ascolta e registra il racconto corale degli anziani raccolto simbolicamente intorno al luogo sacro della cristianità etiopica, la cattedrale di Giorgis a Addis Abeba, riannoda insieme i ricordi e i racconti della sua famiglia allargata (“Era una casa etiope la nostra, con una famiglia molto allargata. Sotto lo stesso tetto vivevamo in diciotto”) di cui dispiega i rituali e il lessico quotidiano (i lavori di casa, le feste, le compere al mercato, le decisioni gravi prese nella “stanza dei colloqui”) di fronte ai tortuosi e non meno luttuosi eventi postbellici che si susseguono negli anni (la fine della monarchia, la presa del potere del Derg e la feroce dittatura imposta da Menghistu, gli eccidi del Terrore Rosso, le tirannie dei kebele, le strutture circoscrizionali di controllo del governo, e l’apparire all’orizzonte dei nuovi “eroi”, i guerriglieri anti-Derg che appaiono agli occhi della popolazione “come invincibili giganti che combattevano per la nostra liberazione”). Ancora una volta, come sotto l’occupazione italiana, la gente vive nel terrore assoggettandosi alle regole imposte dal regime e stringendo i denti sotto il volto apparente della rassegnazione. Nella cittadina a sud di Addis Abeba dove la famiglia sopravviveva sotto il Derg: “Tutti a Debre Zeit si viveva così. O si entrava nella guerriglia scappando nelle foreste o si imparava a ritagliarsi un proprio spazio tra le maglie della dittatura. E noi che eravamo rimasti avevamo imparato. Ci eravamo abituati alle loro prepotenze e sapevamo anche come evitarle... Accettavamo di assoggettarci alle regole imposte dal kebele, e in cambio continuavamo a vivere tranquilli, con le nostre tradizioni.”
è in questo sofferto periodo della storia etiopica che Gabriella Ghermandi arriva in Italia come studentessa e diventa col tempo, come voleva il vecchio Yacob, “cantora” e scrittrice, per riordinare il suo e il nostro passato, e non permettere a entrambi di scordare. è qui che incontra i discendenti degli antichi padroni di un tempo, le loro nostalgie e i loro rimpianti, e insieme le due “malattie dell’Occidente”: la solitudine e l’individualismo. Qui ascolta i ricordi di chi dall’Etiopia è venuto via per lavoro o per necessità, e di chi, come il Signor Antonio dell’ultima storia, si ricollega idealmente al Daniel del primo racconto: entrambi scottati dall’esperienza dell’occupazione, il primo muore giustiziato per aver preso le parti dei partigiani e il secondo, rimpatriato per insubordinazione, insegna alla colf etiope Bekelech i rudimenti scritti della lingua amarica da lui appresa in Etiopia ma rifiuta di seguirla nel paese per il senso di vergogna che gli trasmette il passato: “Bekeletch, io mi vergogno. Mi vergogno di quello che il mio paese ha fatto al vostro.” è in questo continuo contrappunto di ricordi e racconti in qualche modo speculari, che il romanzo di Ghermandi appare in tutta la sua densità narrativa: se il tempo di Flaiano è stato quello di “uccidere”, e quello dei guerriglieri della prima e della seconda ora è stato quello di “combattere”, “Regina di fiori e di perle” ricorda a tutti noi che è arrivato il tempo di “sanare” – come scrive Cristina Lombardi-Diop nella postfazione – non rimuovendo o agitando gli spettri o le vaneglorie del passato, ma cogliendo le storie degli uni e degli altri, quelle buone e quelle cattive, perché insieme compongono la loro storia che è anche la nostra.

Alessandro Triulzi