Archivio 2007 Ottobre - N. 88 Politici e lavavetri
Politici e lavavetri
di Vittorio Giacopini   

La “rentrée” – come la chiamano i francesi – è partita alla grande e già vien voglia di chiamarsi fuori. Più che le scelte, i gesti, le decisioni colpiscono i toni e le voci, l’inflessione. Idiozie, minuzie, frattaglie spacciate per Rivoluzioni copernicane, impetuosi Rubiconi da varcare in armi (o già varcati). Spacconate vendute come battaglie di rigore, cose serie. L’ordinanza del comune di Firenze contro la “piaga” dei lavavetri magari lascia interdetti ma non sorprende. Sta nelle cose, nel clima; sta in una sensibilità diffusa, in uno stile. 
Mettiamola nel modo più semplice. È una cosa sinistra… di sinistra. Almeno di questa sinistra in gestazione: perbenista, ordinata, sussiegosa, accettabile e morbida, educata. Il Partito democratico scrive sulle sue bandiere Sicurezza e Decoro e il comune di Firenze dà l’esempio (Cofferati, forse, era partito anzitempo). Questo è un assaggio o un laboratorio. Domenici e i suoi assessori in una città tutta di turisti e commercianti non hanno dubbi. Si comincia dai lavavetri tanto per cominciare, ma è un esempio. Quella che va ripensata – con ordinanze, vigili, gendarmi – è l’esistenza comune, l’immediato campare, la qualità del vivere civile, la decenza. “Il rispetto della legge”, Domenici gioca la carta truccata della ragionevolezza, il discutibile asso del buon senso, “comincia dalla vita quotidiana, la legalità si misura dai gesti di ogni giorno” (e che la vita quotidiana sia insidiata dai lavavetri – o dai writers, per dire, questa gente – è un’assioma matematico che non si discute e non si deve discutere: mai).
Ma poi – davvero – sono i toni che contano e lo stile. Lo psicodramma innescato da tutta questa sciocca faccenda sui giornali non è soltanto il classico tormentone di fine estate o una sit-com. In piena campagna elettorale per le imminenti primarie (un’altra roba truccata) del Pd, la querelle sui lavavetri ha una sua rilevanza quasi strategica. Consensi, voti, troiate, ammiccamenti: tutto fa brodo e non si butta niente. E allora via col gioco delle parti. Il ministro Amato, che mesi fa attribuì ai cantanti neomelodici napoletani il successo della camorra, oggi cita Rudolph Giuliani, seriamente. Domenici, addirittura Lenin, e non per scherzo (“Lenin diceva: il problema è l’analisi concreta di una situazione concreta”…); Veltroni non dice niente, e non stupisce (ma sguinzaglia pattuglie di pizzardoni giù agli incroci).  E mentre l’immigrata di lusso Afef Jenin (in Tronchetti Provera) fa notare che lei “va in bicicletta” e perciò se ne frega, Gad Lerner su “la Repubblica” mette un po’ tutti e tutto a posto, a modo suo. Un paese serio – non si capisce se stia facendo il verso alla buonanima di Norberto Bobbio o a Daniel Defoe – dovrebbe mettere al bando “l’accattonaggio molesto”, eliminarlo. Troppi “ingiusti agguati ai semafori”, denuncia Lerner; troppe rogne e rotture per il buon cittadino, troppe storie. Il “ricatto dei disperati” – prosegue con un calore degno di miglior causa o altra testata – non possiamo accettarlo, né subirlo. “Minaccia contro minaccia” i lavavetri “diventano subdoli, puntano le donne sole o gli anziani”. E allora la “vita metropolitana imbarbarisce”. Per “aspera ad astra”, in ogni caso. Qui non si parla di dettagli, bruscolini. Leggete la conclusione del suo pezzo, accorata e dialettica, vibrante, gustatevi questo appassionato predicozzo: “Cancellare la presenza delle vite derelitte in mezzo a noi non è possibile. Ma ripristinare dignità e legalità agli incroci cittadini è doveroso, anche per custodire quel bene ormai raro ma prezioso che è la solidarietà”.
È inutile starla a fare lunga. “Barbarie” e “solidarietà”, “accattonaggio molesto”, “vite derelitte” (e anche Lenin). Sono paroloni sbagliati, fuori luogo. Bisognerebbe essere meno tromboni. Perché dovremmo avere paura di dire che i lavavetri non sono un problema? Perché ci dobbiamo affannare a correre dietro all’idiozia di un assessore al traffico o di un sindaco o di un ministro?  
Resta l’ombra seccante di un dubbio (e uno spinoso problema di falsa coscienza). Anche chi invita a occuparsi delle “cose prime” o dei grandi mali di sempre (la mafia, il racket, la guerra o le camorre, eccetera) fa il gioco dei cretini: chiude gli occhi. La “vita quotidiana” – questa è l’unica cosa accertata – sta scivolando su una brutta china. Solo che a renderla intollerabile non sono i “derelitti”; i marginali (che giustamente,  poi, restano ai margini, confinati nell’ombra o ai semafori). È la normalità – una normalità intimamente violenta, autoritaria – che non si può sopportare e non andrebbe accettata né subita.
Pensate a una normalissima giornata-tipo e dovrebbe balzarvi agli occhi facilmente. La fisiognomica sta diventando una scienza esatta. Più che i micro-criminali a fare veramente orrore sono i megalomani della borghesia (cioè tutti, insomma: quasi tutti). Vecchi mostri e nuove mostruosità: le loro macchine a prova di lavavetro, le suonerie di quei cellulari, le eterne videocamere e le cravattine, gli occhiali (e le bandane, i laccetti di cuoio), quello stile mediano e diffuso; quelle loro innocenti evasioni (di fisco o, volendo, di letto: fatevi un giro sulla Salaria).
L’ironia è speculare alla bieca ferocia che c’è in giro. L’assessore Cioni e Domenici o Giuliano Amato sanno quello che stanno facendo, e molto bene. La “gente” sta dalla loro parte, lo capiscono. A sinistra e a destra, come al centro, la richiesta di ordine e disciplina, sicurezza e decoro, “pulizia” si fa ogni giorno che passa più spietata. Per una volta fa comodo persino un sondaggino di “Repubblica” (del 4 settembre). Bastano queste cifre, i dati nudi e crudi, la desolante eloquenza di una statistica: i capri espiatori inventati da Domenici o da Amato sono il “vero nemico” per un’opinione pubblica sempre più aggressiva e paranoica e mai così unita nella difesa di un suo “spazio vitale” (immaginario) e di uno stile di vita imperativo. Il 72% è a favore di “punizioni” (economiche o carcerarie) per i “lavavetri” (aggressivi o meno, non importa). Il 67%, poi, vuole multe e sanzioni per le prostitute che battono per la strada (per le prostitute, badate, non per i clienti come ha provato a chiedere la neo-sindaco di Genova Vincenzi). Oltre il 60%, per finire, vuole il pugno d’acciacio anche contro writers e graffitari. E in tutti i casi, le differenze tra gli elettori del centrosinistra e del centrodestra sono semplicemente irrilevanti.
Al di là dei pretesti, oltre la crosta delle apparenze più immediate, la situazione indica anche una tendenza seria, e preoccupante. Questo livore significa qualcosa anche in termini politici essenziali; tradisce un processo in atto ancora allo stato talente, sotterraneo. Che ha almeno due aspetti o due emergenze. Primo: il vecchio rapporto – da molto tempo eclissato, reso dubbio – tra Opinione Pubblica e Democrazia sta tornando a saldarsi ma in una forma esplicitamente reazionaria, regressiva. Secondo: c’è un nuovo meccanismo dialettico che definisce spazi, abitudini, modi di vita e consumo, forme di disciplina e di obbedienza. Il way of life dominante – la vita quotidiana normale, obbligatoria – si afferma nel segno di una sempre più diffusa e indulgente tolleranza repressiva proprio perché – ai margini, sui bordi – il borghese medio può concedersi il lusso del ringhio violento e inneggiare alla tolleranza zero: ovvero alla repressione intollerante.
Perché allora dovremmo stupirci se dovunque andiamo, qualsiasi cosa facciamo, con chiunque parliamo, ci ritroviamo perennemente circondati da deficenti azzimati, brutti musi, grandi facce di merda e altri pupazzi? È l’Italia e sono gli italiani: giovani e meno giovani, signore e signorine, vecchietti; bambini. Sì, persino i bambini, a questo punto. È un intero paesaggio antropologico che sta andando in rovina. Azzardatevi; provate a far la prova. Sperimentate l’orrore di uno spiaggia o di una palestra; l’orrore di una “riunione genitori”, l’orrore di un qualsiasi supermercato e dei vicoli, delle piazze, delle strade. E gli uffici, le banche, le chiese. Non c’è riparo, siamo circondati! Thoreau almeno poteva svignarsela, sparire nei boschi, dileguarsi. Noi non siamo così fortunati. Non c’è morale e forse non c’è nemmeno via di scampo. Non bisognerebbe mai uscire di casa. Però anche gli specchi mica scherzano. Siamo tutti coinvolti, per così dire. Il vecchio slogan del maggio francese è ancora buono. Purtroppo, bisognerebbe aggiungere.

Vittorio Giacopini