Archivio 2007 Ottobre - N. 88 In ricordo di Grace Paley
In ricordo di Grace Paley
di Robin Morgan   

traduzione di Elisabetta Lopalco

Prima di tutto i fatti. Perché – come avrebbe detto Grace – c’è gente che a questo genere di cose ci tiene. Dunque bisogna comportarsi in modo cortese anche se, forse soprattutto se, si è scrittori, e anche se i fatti non dicono mai cos’è successo davvero e quante ne sono successe: tirar su i bambini, manifestare, insegnare, preparare la minestra, discutere, esporsi.
Perciò parleremo prima dei fatti. Intanto – avrebbe suggerito lei – sedetevi, bevetevi un caffè, passeremo a parlare di cose vere tra un minuto, oppure, se siete dei tipi impazienti, potete sempre saltare questo paragrafo.
Grace Paley, una delle scrittrici più amate d’America, è nata a New York, nel Bronx, nel 1922, ed è morta pochi giorni fa, il 22 agosto, nella sua casa di Thetford, Vermont. Descrivendo se stessa come “una via di mezzo tra una pacifista combattiva e un’anarchica cooperativista”, Grace è stata per tutta la vita un’attivista nei movimenti di giustizia sociale: dai diritti civili, alle proteste contro la guerra e il nucleare, al femminismo, dovunque ci fosse bisogno di una rivoluzione. I suoi libri di racconti brevi e saggi comprendono “Piccoli contrattempi del vivere” (1959), “Enormi cambiamenti all’ultimo minuto” (1974), “Più tardi nel pomeriggio” (1985), “Long Walks and Intimate Talks” (con Vera B. Williams, 1991) e “L’importanza di non capire tutto”  (1988) – una raccolta di articoli e conversazioni che “rappresentano circa trent’anni di attività letteraria e politica più un paio di occasionali occhiate retrospettive alla scomparsa della famiglia e dell’infanzia”. Ha scritto diversi libri di poesia, tra cui “Leaning Forward” (1985), “New and Collected Poems” (1991) e “Begin Again: Collected Poems” (2000). La sua opera “Collected Stories” (“Tutti i racconti”, in italiano nell’edizione einaudiana di “Piccoli contrattempi”), del 1994, è stata finalista al premio Pulitzer e al National Book Award. Lei e il marito Robert Nichols hanno raccolto le loro poesie e storie in “Here and Somewhere Else”, pubblicato all’inizio di quest’anno dalla Feminist Press della City University of New York. Grace ha insegnato per diciotto anni alla Sarah Lawrence. Tra i molti riconoscimenti ricevuti: un Guggenheim, diversi premi da parte del National Institute of Arts and Letters e del National Endowment for the Arts (per il contributo di un’intera vita spesa a favore della letteratura), la prima Edith Wharton Citation of Merit e il titolo di prima scrittrice dello stato di New York e di poetessa laureata del Vermont.
Ecco. Questo per ciò che riguarda i fatti. Esiste anche una bella intervista su “Salon” (www.salon.com/books/int/1998/10/26int.html) in cui la sua voce divertente e saggia ha il sapore pungente del rafano appena tagliato.
Adesso parliamo di cose vere.
Le volevo bene. In questo faccio parte di un altro movimento di massa.
Era tra i grandi narratori, ma quel che probabilmente gli omaggi letterari non menzioneranno è che Grace sapeva ancor prima del femminismo che il personale rientra nella sfera politica ed era olistica prima che la new age nascesse: atea feroce, ebrea convinta, fortemente radicale tradizionalista femminista moglie madre nonna artista. Che sciocchezza sarebbe se qualcuno trovasse da ridire sulla mancanza di cuciture di quest’abito o cercasse di trovarci delle contraddizioni: gente così si meriterebbe giusto un’alzata di spalle e un rumoroso masticare dell’onnipresente gomma.
Quel che gli elogi politici non necessariamente ricorderanno è la sua generosità nei confronti di giovani scrittori come Audre Lorde, Andrea Dworkin (anche loro non più tra noi, purtroppo) e molti altri; di questo sono stata testimone in prima persona. Inoltre Grace non ha mai fatto mancare il suo sostegno alle piccole imprese letterarie (come la recente fondazione di una rivista letteraria on line da parte di un’anziana signora, “Persimmontree”, www.persimmontree.org) e alla piccola editoria: Feminist Press, Kitchen Table Women of Color Press e molte altre, tra cui la società avviata insieme a Bob Nichols, la Glad Day Books (che deve il suo nome a un’incisione di William Blake).
Quel che i necrologi non possono dire è quanto fosse divertente fare l’editing dei suoi testi; sono stata testimone anche di questo. Quando lavoravo come editor per “Ms.” all’inizio degli anni novanta, cercavo di pubblicare Grace il più possibile. Non ho mai toccato le sue poesie ingannevolmente semplici o la sua prosa incredibilmente raffinata (nonostante lei continuasse a dirmi “Tesoro, per favore, elimina tutto quel che ti sembra stupido” – occasione che del resto non si è mai presentata). Per scusarsi del suo dattiloscritto “incasinato” (niente computer, niente stampante), degli errori e di tutte le aggiunte scarabocchiate, ti diceva: “Scusa, tesoro, ma sono corsa a una manifestazione, non ho avuto il tempo di ribatterlo”. Come avrebbe potuto immaginare il gusto che provavo nel seguire le tracce della sua revisione, veri e propri indizi che mi avvicinavano alla viva pratica della sua arte?
Ma l’autentico spasso arrivava quando si trattava di curare l’editing dei suoi testi non narrativi.
Prima di tutto era sempre in ritardo con la scadenza. Non in ritardo come lo siamo tutti noi scrittori: i gatti hanno fatto la pipì sulle bozze, mi si è bloccato il computer, è morto il nonno (di nuovo). Era davvero in ritardo. Perciò io brontolavo, e lei si scusava, “Mi sento così in colpa tesoro, sono venuti a trovarmi i miei nipoti, domani, te lo giuro.” Qualche giorno dopo, io ero di nuovo lì a brontolare, e lei a scusarsi, “Sono una persona terribile, no, non scusarti per avermi sgridata, è una forma d’arte femminile e poi io appartengo a un popolo di brontoloni, gli ebrei sopravvivono rimbrottando il resto del mondo”.
Ma alla fine Grace compariva, portando il saggio non in mano ma nella borsa della spesa. I frammenti emergevano e andavano a spargersi sulla scrivania, il tavolo o perfino il pavimento: mezza pagina battuta solo in parte; da uno a dodici post-it; un fazzoletto di carta con alcune frasi poco nitide scritte a inchiostro; il retro della lista della spesa arricchito da due paragrafi a matita. Sorrideva masticando una gomma. “Ecco!”, diceva raggiante, “Aggiustali come ti pare”. Io ribattevo “Grace”, cercando di rimanere il più calma possibile, “Grace. Tu sei un genio letterario, e anche un’amica, non ci penso neanche ad ‘aggiustare’ il tuo lavoro.” “Provaci ugualmente”, mi rispondeva con un’alzata di spalle – l’antidiva meno pretenziosa che io abbia mai conosciuto –, “Vedrai, tesoro, probabilmente ogni cosa andrà al suo posto da sola. Mi fido di te, fa’ quello che ritieni necessario”. Poi mi chiedeva di mio figlio, mi abbracciava e scappava via.
Ho capito – va da sé – che se quei frammenti altamente sofisticati di Lineare B venivano studiati abbastanza da vicino inevitabilmente “ogni cosa andava al suo posto”.
Questo rituale si è ripetuto non molto tempo fa quando ho chiesto a Grace di scrivere un saggio sulla pace per la mia antologia “Sisterhood Is Forever”.
Ecco un brano tratto da “Why peace is (More Than Ever), a Feminist Issue”, che una volta giaceva, come un tappeto di carta, ondeggiando senza posa sul pavimento del mio studio: “Patrimonio e matrimonio non c’è bisogno di spiegare cosa queste due parole significhino… Per patrimonio si intende ciò che un individuo eredita da suo padre. Il matrimonio è lo stato in cui ci si trova una volta sposati. Gli uomini, così come le donne, vivono nel matrimonio ed è quindi abbastanza divertente dal punto di vista maschile che questa parola sia impiegata per descrivere una condizione in cui le donne e le famiglie hanno spesso subito in maniera più forte l’oppressione patriarcale. Il matrimonio non è ciò che si eredita dalla propria madre, probabilmente perché storicamente quest’ultima non possedeva molto. Questo era vero perlomeno 500 anni fa e ci suona piuttosto francese. Se il matrimonio e la sua condizione storica sono stati ciò che le donne lasciavano alle loro figlie e figli, cosa tramandavano gli uomini? La guerra, naturalmente”.
Per dieci anni Grace è stata anche mia vicina di casa nel Greenwich Village. Ogni volta che la incontravo sulla Sesta Avenue, a volantinare a favore del matrimonio tra lesbiche, per i diritti dei palestinesi o per qualsiasi altro motivo, mi fermavo a chiacchierare con lei. Quelli che passavano raramente riconoscevano in quell’ottantaquattrenne bassetta, – “la vecchietta con le scarpe da tennis” – , un titano della letteratura americana. Una volta, mentre rivedevo il linguaggio di un volantino, mi ha sussurrato con tristezza, “Non l’ho scritto io”. Era ovvio, ma i suoi standard da artigiana della parola avevano subito un attacco; e però si è affrettata ad aggiungere, “Ascolta, chi se ne importa, dice ciò che c’è da sapere”.  
Il suo amorevole lavoro ha nutrito le nostre vite e vorrei davvero che ce ne fosse di più. Ha onorato le proprie scelte senza rimpianti, qualche volta “usando la mattinata per preparare un buon pasto”, come in questi versi dal poema “The Poet’s Occasional Alternative”: “Stavo per scrivere una poesia / e poi invece ho fatto una torta  mi ci è voluto / quasi lo stesso tempo / ovviamente la torta era una stesura / finale  invece una poesia avrebbe richiesto un po’ più / di distacco prima di essere ultimata  giorni, settimane e / molta carta appallottolata nel cestino // la torta ha subito trovato un suo pubblico / che si precipita tra macchinine / e camion di pompieri sul / pavimento della cucina // piacerà a tutti questa torta / fatta di mele, mirtilli / e albicocche secche molti amici / diranno  perché nei hai fatta / solo una // non succede lo stesso con le poesie.”
Viviamo in un periodo spaventoso. Uomini di potere costruiscono muri contro gli immigrati e alimentano la nostra paura dello straniero. Niente e nessuno era “l’Altro”, per Grace. La sua arte dava voce allo Straniero: “una letteratura che canta la scomparsa delle lingue” (dalla poesia “The Immigrant Story”). Questa voce è ricca e impregnata del passato, ma allo stesso tempo incredibilmente avida del futuro che le era stato promesso e poi negato nel Nuovo Mondo. I suoi personaggi sono uomini che puzzano di cipolla, che si urlano addosso, che piangono in buie cucine. Il lettore potrebbe ridere nel riconoscere le piccole cattiverie che si nascondono nel crudele amore familiare, ma è attraverso un groppo alla gola che passa quella risata. Intensamente presente, Grace ha amato la vita e l’ha vissuta bene. Per lei neanche la morte era “Altro”. In “Therefore” diceva: “Quando invecchierò / non ne sarò sorpresa… perché ho fabbricato la mia Nave della Morte… vivo anche se morirò / con furia come un pazzo… questa finestra fa una luce tale che è / una legge naturale come ogni bambino / conosce la luna, la notte e l’amore”.

Robin Morgan