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Alla Mostra di Venezia si è avuto modo di verificare il divario crescente tra il cinema di fiction, con l’irrigidimento di codici e idee, e il cinema documentario, aperto e vivo. A differenza dell’edizione scorsa, l’ultima ha avuto una selezione di documentari quantitativamente e qualitativamente alta, fornita di un ampio spettro di generi, argomenti, durate, formati e mondi tale da mettere in crisi l’idea del cinema di fiction. Comunque si voglia incasellare il cinema documentario (se per generi – creativo, d’inchiesta, di montaggio, narrativo, poetico, sperimentale, di finzione, fantastico – o per temi - storico, famigliare, biografico, di denuncia, a tesi…), riesce sempre ad essere di più della sua classificazione per quel tanto di libertà, curiosità, respiro che gli concede l’infinita realtà che lo alimenta. È proprio la realtà, il suo antefatto, che impone anche alla più stravagante delle ricostruzioni un ancoraggio e una necessità, e la possibilità di ambire all’universale partendo dal particolare. Jia Zhangke, il regista Leone d’Oro l’anno scorso con “Still Life” (film prezioso che nessuno vide a Venezia e nessuno vide in sala, perchè considerato mortalmente d’autore, persino cinese), ha portato quest’anno un “piccolo” capolavoro, un documentario sulle sartorie in Cina. “Wuyong”, il titolo del film, vuol dire “inutile” e si riferisce al marchio scelto da una stilista-artista cinese di un laboratorio artigianale di alta moda. Jia Zhangke inizia il suo viaggio nel mondo “inutile” delle cose artigianali, seguendo le azioni e riflessioni della stilista Ma Ke, che dal suo antro artigianale di Fenyang va a Parigi portando la filosofia del destino degli oggetti vecchi e inutili. Come accadde per “Dong” (il documentario su un famoso pittore cinese che diventa storia delle Tre Gole e delle sue genti), anche in “Wuyong” Jia Zhangke parte dall’arte (e dalla commissione) per allontanarsi, o meglio per farla entrare in dialogo con il mondo, vero e spesso dolente, che le fa da sfondo. Dalla moda, da Pechino e dalla settimana fashion di Parigi ci porta dentro altri luoghi, pronti alla dismissione, dell’artigianato tessile in un viaggio nella Cina sperduta. La sartoria di una città mineraria, una volta attiva, adesso è a mezzo regime da quando il sarto ha dovuto diventar minatore. Il film diventa apologo poetico della condizione economica imposta dal sistema globalizzato e capitalistico, allorquando recupera l’invisibile e decide di raccontare non l’enorme produzione tessile che giganteggia nel mondo, ma quella piccola e artigianale ormai scomparsa. Inutile, ma viva, è anche la polvere che cade sugli oggetti e i vestiti diventati moda per la stilista, come mortale è la polvere delle miniere di cui tentano di liberarsi i lavoratori, nella scena più pittorica di tutto il film. Tutto sulla polvere, invece, è il lavoro di Hartmund Bitomsky, regista tedesco, ex critico cinematografico di “Filmkritk”. “Staub” è un film classico nella forma, fatto di interviste e inchieste, montate in un crescendo che dal particolare fisico arriva all’universale politico. Bitomski inizia raccontando la polvere che cade sulla pellicola e arriva alle polveri sottili e letali che si sono alzate dalle Torri Gemelle, passando, in un lento ascendere, per tutte le manifestazioni di queste particelle invisibili (dalla casalinga isterica alla ditta che produce aspirapolvere agli scienziati). Jia Zhangke e Bitomski appartengono a due scuole di cinema lontane e fanno documentari di generi diversi, eppure i loro film hanno l’ambizione di raccontare un “particolare” per arrivare al generale, per vedere le cose nel contesto e nella loro complessità, e dare una visione del mondo. E cosa fa Pietro Marcello se non raccontare l’Italia, le sue genti e paesaggi, nascosti e notturni, partendo da un microcosmo, da una comunità in viaggio, che è quella dei nuovi migranti pendolari sui treni? “Il passaggio della linea” guarda fuori e dentro gli espressi notturni a lunga percorrenza, categoria in dismissione, che vanno da sud a nord trasportando un popolo sommerso e precario. Marcello li racconta con sguardo libero, senza rimanere vittima della retorica e della sociologia. È la poesia il suo occhio, il suo stile. Attraverso immagini spesso silenziose, sospese e rivelatrici Marcello inserisce il destino randagio dei suoi testimoni nella geografia spezzettata di un “bel paese” inedito e vero. Il disorientamento è loro, ma anche nostro. Non si scende mai dal treno e non si sa mai dove ci si trova… In una inquadratura si è a Lamezia Terme in quella successiva a Mestre, ma solo quando i cartelli delle stazioni ce lo dicono, altrimenti si cade nel buio indifferenziato, solo a volte definito da qualche luce elettrica. Questa Italia spezzettata e rimontata così come l’ha rifatta Marcello, è piena di significati. “Il passaggio della linea” è un film ipnotico e denso di segnali; fonde, senza didascalismi, le esigenze del racconto e dell’inchiesta con quelle della poesia e del cinema, con un occhio al maestro armeno Pelejan. Questi sono solo alcuni esempi di film che ambiscono, in modi diversi, a mettere in connessione l’oggetto della loro osservazione con il mondo che li accoglie. Non si sfugge, comunque, alla sensazione che anche i fideisti del genere documentario abbiano avuto il loro momento di stupore e gratificazione, così come è accaduto agli amanti degli altri generi cinematografici, in una mostra-mercato che ha previsto un film-merce per ogni cliente. Marco Müller (che continua a essere considerato l’unico professionista in grado di dirigere un festival) è uno stratega piuttosto cinico che ha composto il programma della 64a edizione dando a tutti un osso, così che impegnati a spolpare la propria passione non hanno potuto vedere quale cadavere è stato disossato, quale cinema è stato proposto. Cinefili, fanzinari, coloristi, gossipari, critici, giornalisti, anchormen, professori, dottori. Classi, gruppi, enclave, singoli: a ognuno una segreta dedica. Un cinema per “quelli che il cinema è…”: un Bressane per quelli di filmcritica, un Kitano per quelli di fuoriorario, un Haggis per quelli di repubblica, un De Oliveira per quelli che ghezzi, un Questi per quelli che lo spaghetti western, un Branagh per gli anglisti, un Wes Anderson per i fighetti, un Lizzani per i nostalgici, un Kechiche per gli scopritori, un De Palma per quelli che il cinema teorico è… Si potrebbe andare avanti a lungo. Ma una considerazione complessiva, pur nelle eccezioni e distinzioni, non può non notare che il cinema di fiction si definisce sempre più in stereotipi e rigidi modelli, anche quando lo si analizza per nazionalità. Il cinema italiano dei suoi giovani registi, la “gaffe” più clamorosa del festival, ha dimostrato di essere quanto mai decrepito, fintamente autoriale (Franchi), autenticamente televisivo (Porporati), completamente sbagliato (Marra). Il cinema della vecchia Europa e dei suoi vecchi registi è dignitoso ma palloso, intelligente ma codificato, allorquando letterario (Rohmer), pittorico (Greenaway), teatrale (Branagh), cinefilo (Chabrol), realista (Loach). Il cinema orientale (nonostante l’assurdo Leone d’oro ad Ang Lee) è in profonda crisi, ormai la maniera di se stesso. L’ha capito con profonda ironia Takeshi Kitano che si dice non riuscire a fare altro che i film yakuza, anche se ha provato a fare Ozu. Non l’hanno capito: Takeshi Miike che produce remake western abietti (“Djanko”); Lee Kang Sheng, attore feticcio di Tsai Ming Liang che imita il maestro senza averne colto lo spirito (“Bangbang wo aishen”); Johnnie To che tenta di rinnovarsi con un manga introspettivo ma produce il solito film d’azione (“Mad Detective”). Il cinema americano si dice vitale, ma è sempre “americano”: quando è di denuncia (Haggis, De Palma, Gillroy) affronta il suo presente, si getta sulle colpe, è progressista, ma non si pente mai, usa la sfiga per fare teoria o per essere fintamente antipatriottico; quando è intellettuale è fighetto (Wes Anderson) oppure puramente celebrale (Todd Haynes). La vera novità (tra le tante verifiche e qualche stupore, per una Mostra che comunque ha tenuto banco) sono un grande vecchio, Youssef Chahine, e un grande giovane, Abdellatif Kechiche, un egiziano ultraottantenne maestro di melodrammi sociali e politici (“Chaos” ne è l’esempio ultimo e perfetto), un franco-magrebino quarantenne, che sono tra i pochi autori a capire il presente e a restituircelo nella sua romanzesca verità. Dario Zonta
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