Archivio 2007 Novembre - N. 89 La lingua non ha ossa. Turchi in Germania
La lingua non ha ossa. Turchi in Germania
di Lea Nocera   

Nel corso degli ultimi mesi – anche per effetto dell’onda lunga del premio Nobel a Orhan Pamuk, – sono apparsi in Italia, sparpagliati qua e là per piccole e grandi case editrici, diversi romanzi a opera di scrittori turchi. “Leyla” (Il Saggiatore, traduzione di Margherita Belardetti) è uno di questi anche se il suo autore, Feridun Zaimoglu, vive in Germania praticamente da sempre. Nato a Bolu, piccolo villaggio vicino alla costa del Mar Nero, raggiunge ancora piccolo i genitori “Gastarbeiter” a Berlino Ovest alla fine degli anni sessanta, ripercorrendo un itinerario battuto già da molte altre famiglie turche. Sono gli anni in cui il miracolo economico tedesco si alimenta grazie al lavoro di operai stranieri, scelti accuratamente dalle commissioni di reclutamento sparse in tutti i paesi dell’Europa meridionale. Dalla Turchia partono in migliaia, con motivazioni molto diverse e non sempre per povertà, spinti in molti casi dal desiderio di sperimentare da vicino la modernità e lo stile di vita europeo di cui hanno avuto un assaggio seducente al cinema, attraverso i film italiani, francesi e americani o per l’ingannevole passaparola di chi è partito per prima. A partire sono uomini che come minatori, operai meccanici, siderurgici, muratori vanno ad affiancare, quando non a sostituire, gli italiani, a cui si confondono anche per le strade, come loro piccoli e scuri. Ci sono però anche molte donne, le cui mani piccole e agili sono agli occhi degli imprenditori tedeschi i migliori strumenti per intrecciare i cavi elettrici e i microchip delle prime televisioni. Le donne turche incontrano anche meno difficoltà a lasciare da sole il loro paese, a differenza delle italiane e spagnole su cui pesa l’asfissiante morale cattolica, tanto delle famiglie quanto delle organizzazioni che mediano il reclutamento.
Oggi sembra difficile perfino immaginarlo, sommersi come siamo dai fiumi di parole sulle donne e l’islam che colgono poco la complessità dei diversi sistemi sociali in Europa e nei paesi musulmani ma che si impongono con tale forza nel presente da apparire come un quadro valido sempre e per tutte. Le donne turche partite da sole o con i mariti nel corso degli anni sessanta, con un contratto di lavoro e poi, dopo il 1973, grazie ai ricongiungimenti familiari, sanno qualcosa di come l’attualità possa appiattire la situazione reale e le loro stesse storie di vita. Come loro anche Feridun Zaimoglu, che decide di scrivere “Leyla” per narrare la storia delle madri, facendo un omaggio alla propria e soprattutto, come lui afferma, “per raccontare la storia delle molte donne turche che, nonostante tutta l’attenzione mediatica, incentrata esclusivamente sui fatti di cronaca, sui cosiddetti delitti d’onore e matrimoni forzati, restano ancora invisibili in Germania”.
Leyla, la protagonista che dà il nome al romanzo, è una giovane donna che trascorre l’infanzia in una piccola cittadina di provincia dell’Anatolia negli anni cinquanta, in un mondo contadino che sta per esalare gli ultimi respiri. Il padre rivendica antiche e nobili discendenze caucasiche ma non è altro che un uomo autoritario e violento, davanti al quale Leyla e i due fratelli e le due sorelle devono tenere gli occhi bassi e sperare di non far nulla di sbagliato. Emine, la madre, cresce i figli con la delicatezza delle piccole cose quotidiane, raccontando loro storie, proteggendoli dal malocchio e dalle cattive voci, incoraggiandoli in ogni occasione. E loro, i figli, si ribellano al padre, ognuno a suo modo e ognuno scontando nel proprio intimo la profonda contraddizione tra il peso dei codici normativi di una società patriarcale e il desiderio irrompente di trasformazione ed emancipazione. Le relazioni d’amore, le pratiche di seduzione, la curiosità sessuale e il cieco abbandono all’innamoramento rappresentano il modo in cui tanto Gengis e Tolga, fratelli di Leyla, quanto Yasmin e Selda, sue sorelle, si sottraggono, anche a duro prezzo, all’imposizione di comportamenti sociali che collidono con la loro volontà di cambiamento. Come le tre sorelle che architettano stratagemmi per guadagnarsi spazi di libertà fuori dal controllo del padre, anche i fratelli dovranno forzare gli spazi stretti in cui sono confinati da un modello di virilità autoritario e repressivo. Al termine della storia il padre muore, rivelando tutta la sua debolezza e il segreto che lo lega alla moglie; Leyla decide di raggiungere suo marito in Germania, dove si trovano oramai anche le sue sorelle. Con lei la vecchia madre, “ritirata dalla vita, l’anima impigliata nei suoi sogni”, il figlioletto a cui è stato deciso sarà dato un nome solo in Germania, e un bagaglio carico di timori, aspettative, speranze: “la vita che ho vissuto fino a questo momento sta in due valigie, penso, non ci vuole molto per esistere agli occhi degli altri”.
Feridun Zaimoglu decide di aprire queste valigie e rovesciarle in testa ai suoi lettori tedeschi, raccontando loro la storia di Leyla con cura in una lingua raffinata, ricercata, elegante, lontanissima da quel mondo turco-tedesco fatto di kebab e moschee, di baffi neri, caffè pieni di fumo, börek e donne inevitabilmente velate. Il tedesco è la sua lingua madre e il turco si nasconde bene dietro le sue complesse architetture linguistiche e le parole composte da una logica sbalorditiva: sono rarissime le parole in turco, anche quelle di uso oramai comune in Germania, Zaimoglu ricorre a perifrasi e ad accurate descrizioni, persino i nomi sono scritti rispettando la pronuncia tedesca (Schafak invece di Fiafak o Djengis invece di Gengis). È un modo questo, egli dice, per non cedere terreno all’esotismo e non offrire al lettore facili appigli per riportare la narrazione al presente, all’immagine diffusa che c’è ora dei turchi nelle città tedesche, che è un’immagine senza storia. L’effetto, se da un lato è l’assenza del tradizionale glossario che sembra caratterizzare oramai ogni romanzo che descrive società diverse dalle nostre – purtroppo ricomparso nell’edizione italiana – dall’altro è anche un’immersione coinvolgente nella storia della Turchia tra gli anni cinquanta e sessanta e nello sgretolamento del mondo contadino di fronte all’avanzata arrogante dei consumi e della città. “Questa è una storia dei vecchi tempi. Ma non è una vecchia storia” avverte subito l’autore all’inizio del suo romanzo. E di fatto è una storia che narra di un mondo che sembra oggi arcaico, di quando la modernità premeva alle porte, di un’atmosfera fatta di odori pungenti e colori vivaci, di asprezze e piccole scoperte, segnata da tradizioni e superstizioni, dal rapporto con la magia e con la morte: di un mondo che le donne e gli uomini turchi arrivati in Germania avrebbero perduto nelle fabbriche, nei casermoni operai, nei grossi supermercati. Non è una vecchia storia, e per quanto sembra essersi persa nel tempo, è ora di ricordarla a quanti credono che le vite dei migranti inizino solo nel momento in cui mettono piede su una terra straniera. Feridun Zaimoglu non scrive per tornare alle radici recise, non gli interessa il ritorno alla terra e lo dichiara senza tentennamenti. Vuole raccontare la preistoria di una migrante. Il sociologo Abdelmalek Sayad insisteva nel ricordare che ogni studio e discorso che dimenticasse le origini dei migranti non può che fornire del fenomeno migratorio e delle sue implicazioni una visione parziale ed etnocentrica. Zaimoglu accoglie a distanza di anni il suo invito elaborando una risposta letteraria. “Leyla” è la storia di una donna, ma anche di tante altre e di tanti uomini. La miriade di personaggi che costellano il romanzo frantuma l’immagine fissa e immobile, colpevolmente statica, che si ha dei turchi in Germania.
Anni prima, più di dieci anni fa, lo stesso scrittore si era fatto conoscere al pubblico tedesco, e quindi europeo, per aver raccontato le storie liminali dei giovani tedeschi, turchi di seconda e terza generazione, con la loro lingua, la “Kanak Sprak”, una sorta di creolo composto da un tedesco deformato, sgrammaticato, volgare e un turco altrettanto impuro, fatto di neologismi e termini desueti, popolari. Con i suoi reportage letterari – tra cui “Abschaum”, tradotto in italiano con il titolo “Schiuma. Il romanzo della “feccia” turca” (traduzione di Alessandra Orsi, Einaudi 1999) che narra le vicende del piccolo criminale Ertan Ongun – era riuscito a trascinare fuori dalle strette colonne dei tabloid e dei quotidiani tedeschi le storie molto più complesse dei giovani turchi e a mostrare come in realtà lo spazio di confino in cui essi erano relegati – il “multikultizoo” – fosse piuttosto una zona di margine fluida, in cui anche con la violenza delle parole, si corrompeva quotidianamente la presunta purezza dell’identità nazionale tedesca e allo stesso tempo si mettevano in discussione i precetti pseudocomunitari. Così facendo Feridun Zaimoglu approfittava dello spazio offerto dalla letteratura per avanzare discorsi politici, che in altro modo, se presentati diversamente, sarebbero stati probabilmente mal masticati e riconfezionati.
La distanza tra “Kanak Sprak” e “Leyla” – puntellata del resto da numerosi altri romanzi, racconti e sceneggiature teatrali – è dunque solo apparente. C’è una linea di continuità che lega l’opera prima all’ultimo romanzo e che sta nella capacità di collocarsi all’interno del dibattito politico tedesco su immigrazione, integrazione, identità, in modo chiaro e netto e cogliendo lucidamente le metamorfosi del linguaggio politico, senza fornire elementi per una sua codificazione all’interno di parametri letterari. Così “Leyla”, per il suo tedesco elegante e per lo spirito con cui è stato scritto, sembra discostarsi anche dalla letteratura di migrazione, in Germania detta “Gastarbeiterliteratur”, e appare piuttosto una replica in chiave letteraria ai numerosi lavori di storiografia e alle operazioni documentaristiche-museali, di diversissima qualità e spesso incentrate su biografie, che negli ultimi anni si stanno sviluppando in Germania sul tema della migrazione nel secondo dopoguerra.
È un peccato che in Italia non venga colta la valenza che hanno questo romanzo e in generale l’opera letteraria di questo autore: l’attrattiva commerciale che offre in questo momento la Turchia supera persino quella più originale della letteratura di migrazione. A Zaimoglu, durante il suo passaggio in Italia, non si è fatto che porre domande sulla situazione politica in Turchia e sull’Islam, a cui ha tentato di rispondere pur confessando – forse deludendo i suoi interlocutori – che in Turchia ci trascorre solo cinque settimane l’anno per visitare la madre. È un peccato anche che, per la mancata traduzione dei suoi libri, non si possa fare neanche un confronto interessante con l’opera di un’altra scrittrice tedesca nata in Turchia, Emine Sevgi Özdamar, autrice di un romanzo che racconta una storia simile a quella di “Leyla” e il cui titolo molto lungo funge quasi da prologo: “La vita è un caravanserraglio / ha due porte / da una entro / dall’altra esco” (“Das Leben ist ein Karawanserei / hat zwei Türen / aus einer kam ich rein / aus der anderen ging ich raus”, Kiepenheuer & Witsch). Özdamar, a parte una fugace apparizione in Italia nel 2005 nell’ambito del progetto “Transeuropa Express” della Bur dove del resto rappresentava la Turchia, è tanto poco nota in Italia quanto famosa in Germania e in altri paesi d’Europa. Nata nel 1946 a Malatya, una cittadina nell’Anatolia Orientale, arriva per la prima volta in Germania nel 1965 come operaia con un contratto per la Telefunken di Berlino Ovest. Vi resta per un paio di anni ma, dopo un breve rientro a Istanbul, vi torna per lavorare al fianco di Benno Besson presso il teatro di Berlino Est, la Volksbühne. È la prima autrice turca, appartenente alla cosiddetta prima generazione, che decide di scrivere in tedesco, rappresentando in questo modo quasi un anello di congiunzione tra gli autori turchi che prima di lei avevano scritto della migrazione in Germania ma in turco e quanti poi l’avrebbero seguita. Il suo romanzo ha molti tratti in comune con “Leyla”: anche qui si racconta di una giovane ragazza e della sua famiglia, della sua crescita fino alla partenza per la Germania. La storia della protagonista comincia questa volta in un treno, quando lei si trova ancora nel grembo della madre, e finisce dopo vari spostamenti all’interno della Turchia, su un altro treno diretto in Germania. Le varie tappe che segnano i passaggi migratori interni servono ancora una volta per raccontare la Turchia e le trasformazioni che il paese conosce nel corso di due decenni, gli anni cinquanta e sessanta. Torna la contrapposizione tra il mondo rurale e la grande città. Ciò che differenzia i due romanzi sono le motivazioni che vi sottendono e che sono alla base del loro progetto  letterario, la prospettiva in cui i due autori, appartenenti a due generazioni differenti, decidono di guardare a questa storia e di raccontarla ai lettori.
“Das Leben…” esce nel 1992 in una Germania che fa i conti con le scosse di assestamento della riunificazione, segnata da una violenta ondata di razzismo che culminerà poi negli attacchi di Mölln e Solingen del 1993. Nella Germania riunificata si fa un gran parlare della nazione tedesca, di un popolo unico dalle radici comuni e omettendo la storia di decenni di migrazione che pur aveva contribuito alla ripresa e alla ricostruzione della Rft quanto in parte della Rdt e livellando una società che nel frattempo era divenuta composita ed eterogenea. I cittadini di origine straniera reclamano la loro appartenenza a un paese in cui vivono anche da più decenni, decisi a non voler rinunciare alle proprie storie. Il romanzo di E. S. Özdamar rappresenta da un lato il tentativo personale di ricostruire l’esperienza della migrazione e del ritorno al paese d’origine e dall’altro, grazie al tedesco che ella usa, un modo di scalfire il carattere monolitico che si attribuiva alla cultura e alla società tedesca. Scrivere in tedesco è per l’autrice una scelta ricca di significati e un esperimento di valenza politica oltre che culturale e linguistica. Nelle parole in cui lascia che i suoi personaggi si raccontino, Özdamar trascina tutto il loro mondo, la lingua turca, le tradizioni letterarie, i modi di dire, le arti del fare. È un tedesco contaminato quello in cui scrive, “turchizzato”, arricchito di nuovi termini e nuove espressioni idiomatiche, di forme proverbiali che non gli erano ancora mai appartenute. Per chi le legge, in Germania, dovendo rallentare il ritmo, obbligato a fermarsi di fronte alla propria lingua per cercare di comprendere un significato che viene da un’altra cultura, è inevitabile provare un senso di straniamento, che richiama la condizione di spaesamento vissuta dall’autrice e dagli altri migranti all’arrivo in Germania. Così ha detto in un’intervista: “ho scritto di proposito in una sorta di dadaismo linguistico, in cui la lingua non è immediatamente comprensibile. Se si traducono le immagini turche perfettamente in tedesco, oppure se si parla in modo stentato, è molto difficile capire; questa era la mia viva intenzione, perché l’incontro avviene proprio quando si percepisce il senso di estraneità”. La rielaborazione linguistica le offre inoltre la possibilità di stabilire un nesso di continuità con il proprio passato, di ricostruire una propria e antica genealogia di fronte al senso di smarrimento provocati dai passaggi migratori, con il distacco, l’allontanamento. Ripescare nella memoria parole turche è per lei un tentativo di riappropriarsi della “lingua materna” che sa di aver perso. Le ripetizioni, le litanie e le filastrocche riproducono un tempo scandito da un ritmo che le ricorda l’infanzia e la campagna,  che si è accelerato in Germania e con l’industrializzazione in Turchia.  “La ricerca della identità è come una spedizione archeologica nel proprio intimo” ribadisce E. S. Özdamar che, al contrario di Zaimoglu, scrive per ridefinire in privato e in pubblico la propria identità, per ritrovare le proprie radici e affermare con più forza e decisione la propria presenza in Germania.
“Das Leben...” e “Leyla” narrano due storie analoghe eppure diverse perché descrivono due attitudini nell’affrontare il tema della migrazione in chiave letteraria, rivelando quanto sia complesso il rapporto tra scrittura e migrazione, in particolare quando questo è profondamente radicato in un impegno politico di critica a discorsi e pratiche di esclusione, discriminazione e assoggettamento che nelle società contemporanee si riversano contro chiunque non abbia una certa e attestata identità nazionale. Sono infine entrambi due romanzi che rivelano gli scenari di una letteratura europea che oramai non può non essere anche meticcia e che si mostra capace di varcare i propri confini e narrare altri territori senza dover necessariamente sedurre i lettori con facili esotismi e diversivi orientaleggianti.

Lea Nocera