|
Chissà se le tre generazioni di generali, succedutesi alla guida della Birmania, dal colpo di stato del 1962 a oggi, saranno un giorno oggetto di studi storico-antropologici. Lo meriterebbero, per la singolare capacità di coniugare il dominio più odioso con le continue e provocatorie promesse di ritorno alla normalità. Meritiamo anche noi, milioni di democratici del mondo presente, di essere ricordati per non aver capito la debolezza della loro forza apparente e averli sempre sottovalutati. I generali pazzi e ridicoli, da ben quaranta anni controllano con la pura forza e il terrore preventivo l’economia e la popolazione di un paese nato, nella sua configurazione attuale, da una costola del colonialismo britannico che aveva unificato amministrativamente territori da sempre autonomi di fatto. Dopo poco più di un decennio di regime democratico (1948-1962), questo paese è diventato un regime militare, socialista fino al 1988, a economia globale di mercato poi, attraversato da periodiche rivolte della popolazione birmana nel nucleo geografico centrale e circondato nelle periferie da guerriglie indipendentiste combattute nella foresta da gruppi etnici diversi, ai quali, fin dal periodo britannico, è stato difficile spiegare che la tradizionale organizzazione a “nebulosa”, di entità autonome tributarie attorno a uno stato dominante, tipica di questa regione del mondo, dagli incerti confini e dalle mille culture, possa essere sostituita da uno stato centralizzato e militarizzato. I generali di Yangon (fino a qualche anno fa Rangoon) hanno affrontato il problema dell’ordine statale coniugando il carattere post-coloniale dello stato a un agire violento, da laboratorio degli orrori, ispirato alla tradizione del potere assoluto in Asia, che ha denotato uno dei caratteri dell’autorità del potere politico asiatico, quella capacità di prendere decisioni dall’alto che gli osservatori occidentali, non riuscendo a comprendere la società locale, definirono “dispotismo orientale”. La grande novità della rivolta di questo 2007, è stata la leadership dei monaci fino ai giorni del nuovo massacro; ma la storia del pronunciamento di massa parte da molto prima. A febbraio nelle strade della capitale Yangon un piccolo gruppo denominatosi Myanmar Development Committee, invita pubblicamente la giunta a rivedere i prezzi al consumo, il sistema sanitario, la scuola, la mancanza di infrastrutture per la distribuzione dell’energia elettrica. Da molti anni non si vedeva niente di simile in pubblico e la protesta è durata il tempo record di trenta minuti. Ma il fatto di autoidentificare il gruppo con un nome indicava la volontà di organizzarsi e di inviare un messaggio organizzativo alla popolazione. La voglia di superare la rassegnazione, emergeva qua e là nel paese. I leaders dell’insurrezione del 1988, per esempio, dopo anni di silenzio, si erano organizzati in un’associazione e tutti sapevano che i monasteri buddisti venivano raggiunti da molti giovani per prendere gli ordini proprio perché assicuravano una relativa libertà di discussione. Il 15 agosto, il governo ha deciso di tagliare i sussidi di sostegno al prezzo della benzina. Il prezzo è salito del 100% immediatamente ed è arrivato in poco tempo a un aumento del 500%. L’inflazione, già al 17,7% nel 2005 e al 21,4% nel 2006, ha subito un ulteriore impennata. Il taglio dei sussidi era parte di un piano più ampio di riforme strutturali, “naturalmente” consigliato dagli immancabili e irremovibili “masters of disasters” più noti: Fondo monetario internazionale e Banca mondiale. Il governo militare ha prodotto un deficit altissimo con la costruzione della nuova capitale Napyidaw, un centro amministrativo moderno realizzato in area non abitata, e del progetto della capitale cibernetica IT (Information Technology), la città di Yadanabon. A questi due piani vanno aggiunti gli aumenti al personale statale, indispensabile ai fini del consenso, l’acquisto di un reattore nucleare, le spese militari correnti. Dal 1988, i generali hanno trasformato l’economia della Birmania in un sistema globalizzato totalmente orientato all’export di risorse naturali e dipendente dagli investimenti esteri. La città IT, che copia un simile progetto della Malaysia, è un tipico esempio di scarsa programmazione e problematica realizzazione di programmi concreti da parte della giunta. Anche le piantagioni di jatropha (la pianta tropicale tipica di zone semiaride dai cui semi si ricava un olio per la produzione di biodiesel), che il piano nazionale ha moltiplicato, non sono, poi, coordinate con le infrastrutture necessarie a rendere il biodiesel utilizzabile. La popolazione vive in condizioni pesanti: secondo un recente survey dell’Onu, la maggioranza dei birmani spende il 60% di quello che guadagna in acquisto di cibo quotidiano e beni di sopravvivenza. Per i trasporti pubblici un cittadino può arrivare a dover pagare il 40% dell’entrata giornaliera. Esiste, diffuso e non quantificabile, il lavoro forzato. Dopo il 1988, l’emigrazione verso la Thailandia si è fatta frequente e si calcola che almeno un milione di birmani viva fuori del paese. Il 19 agosto iniziano le prime proteste organizzate dall’Associazione ex studenti del 1988. E ci sono i primi arresti immediati dei partecipanti e dei presunti organizzatori. Ai primi di settembre nella città di Pakokku, centro della produzione e commercio del tabacco e naturalmente dei famosi sigari fumati da almeno un milione di signore birmane, vicino a Pagan, nella Birmania della religiosità profonda, si svolge la prima manifestazione di monaci, che viene attaccata e dispersa. In pochi giorni iniziano cortei di monaci nelle città principali del paese. I religiosi portano il loro contenitore per il cibo rivolto verso il basso a simboleggiare il rifiuto di accettare le offerte dei militari e delle loro famiglie. Il confronto duro tra le due istituzioni più significative del paese è senza precedenti: il governo contro il clero buddista che difende un popolo allo stremo, che vive in un paese lager a economia duale divisa tra l’economia minima della lotta per la sopravvivenza quotidiana e l’economia della dipendenza dall’estero e della vendita forsennata di tutte le risorse naturali. Nelle vesti arancione e rosse dei monaci è cucita una nuova politica del dissenso e una nuova intelligenza della politica. Marciano a piedi nudi in doppia fila, ogni giorno più numerosi e cantano e cantano come i loro predecessori descritti in “L’arpa birmana”. Allora attraverso le note di quel canto si diffondeva la critica più radicale e pacifista della guerra, oggi nell’autunno dei monsoni, c’è l’invito al popolo a praticare la pace, ai governanti ad ascoltare il popolo, a rispettare le richieste provenienti dal basso, all’intera società la proposta di una dimensione di rispetto degli altri. In altre parole, il dissenso dei monaci ha proposto ai cittadini piegati da una indicibile oppressione e ha raccomandato a un governo violento di sviluppare nei rapporti sociali i principi dell’amore attento agli altri che il buddismo predica da sempre. Vi sono tre mosse che indicano la traduzione concreta di questa nuova intelligenza politica: 1) I monaci compiono il gesto radicale di rifiutare le offerte dei militari, ma non marciano sui palazzi simbolo del potere. Vanno verso i templi più significativi in ogni città, rivendicando l’autonomia della protesta da obiettivi politici immediati. Sottolineano la richiesta di un cambiamento dei rapporti sociali e la necessità di valori condivisi come base di una democrazia operante nella realtà specifica della Birmania. 2) Marciano sull’Ambasciata della Cina, dimostrando di avere compreso perfettamente che la resistenza dei generali al potere deve molto alle relazioni internazionali. Non si tratta solo delle solite amicizie di interesse che spesso i pacifisti rimproverano a governi potenti, ma di un sistema organico, economico innanzitutto, ma anche di forti legami soprattutto con Cina, India, Russia e i paesi asiatici confinanti, che permette alla casta militare di organizzare il paese come un campo di prigionia per i sudditi e come un paese dei balocchi per se stessi e per i propri protetti, in cui tutte le prepotenze e le provocazioni dello sfarzo sono possibili. 3) I monaci sono andati a rendere omaggio a Aung San Suu Kji, di fronte alla casa dove è prigioniera da 13 anni e da dove è uscita anche prima solo a intervalli. Suu Kji è la donna simbolo dell’opposizione, della richiesta di democrazia. Il suo partito ha stravinto le uniche elezioni che si siano tenute dal 1962 a oggi, ma gli eletti della sua lista non sono mai entrati in un parlamento e hanno varcato più volte le soglie delle carceri. I monaci collegano la loro protesta all’esempio di Suu Kji e nello stesso tempo indicano la nascita di una dimensione della politica che parta da una visione generale della società birmana. Qualche considerazione sul buddismo va fatta. Noi siamo abituati con spirito occidentale a giudicare il buddismo una grande filosofia spirituale di vita, profonda e significativa, materializzata poi per debolezza in culti dispersi di spiriti, forze recondite, livelli invisibili di vita che misteriosamente attraversano il nostro mondo visibile. Pochi studiosi delle scienze sociali hanno preso sul serio il buddismo popolare dell’Asia tropicale ed equatoriale. Stanley Tambiah è rimasto isolato, come eccezione, nei suoi studi sul clero thailandese e sul culto degli spiriti delle foreste nei villaggi. Ho l’impressione che per le strade della Birmania sia sfilato proprio questo buddismo, fatto di spiritualità profonda sia quando invita alla meditazione sia quando offre ai contadini, alle donne dei villaggi, una visione misterica della vita. L’approccio dell’amore attento agli altri come atteggiamento di fondo dell’agire sociale, non va scambiato per un fondamento politico a suo modo religioso e “fondamentale”, ma come la rivendicazione di una cultura della convivenza, lontana da chi, sotto qualsiasi cielo, vede nei valori di una religione il fondamento della società politica. Questo atteggiamento è più comune tra i monoteisti, come è arcinoto. Quello che è accaduto in ottobre è evidente a tutti. I generali hanno incassato l’appoggio di fatto di Cina e India, la neutralità benevola dei vicini dell’Asean, le dure dichiarazioni degli Usa, gli intransigenti, futuri propositi della Ue, ma hanno agito con la loro intelligenza violenta e senza contegno alcuno. Dopo avere sciolto le manifestazioni con un dispiegamento enorme di forza, richiamando, perfino, le truppe dai confini di guerra, hanno decretato il coprifuoco, poi rotto da loro stessi sistematicamente per andare a prendere nelle case e nei monasteri le persone riconoscibili nei filmati. Hanno arrestato presunti leaders, setacciato interi quartieri e villaggi. Hanno, anche, come è loro tattica, insultato Aung San Suu Kji, dicendosi disposti a incontrarla per discutere una pacificazione a patto che lei si pentisse pubblicamente di avere invocato le sanzioni internazionali contro di loro e la mobilitazione dei cittadini contro il loro governo. Ancora una volta gran parte dei media ci sono cascati e hanno cercato segnali di un qualche cedimento tra le righe delle dichiarazioni. Il presupposto da cui partire è che non c’è nessuna possibile intesa con i generali, e che le loro dure divisioni interne danno luogo a complotti, intrighi senza fine, cordate segrete e sottocordate, ma che tutti si ricompattano di fronte al pericolo che il loro potere venga messo in discussione. L’idea stessa di governare un paese stando reclusi in una capitale lontana e concedendosi qualche svago milionario in eleganti città del continente asiatico, è una follia, ma il potere reale dei generali non deriva affatto dalla canna del fucile, come pensava Mao, quanto piuttosto dal “business”, dalla vendita del paese stesso e dai progetti avveniristici, da quella corruzione che aveva preoccupato nel 2006 perfino i dirigenti cinesi. Questi ultimi si erano lamentati del fatto che il lavoro delle ditte di Pechino era intralciato dalla dispersione di fondi e dai passaggi di una catena imposta dalla corruzione locale. Eppure i monaci hanno fatto bene a marciare sull’ambasciata cinese, per chiedere, in fondo, a tutti una solidarietà operativa. Per la società civile internazionale, la scelta è stata facile: da una parte monaci pacifici, forti solo dei loro canti, dall’altra militari violenti. C’è stato anche nei giorni dello scontro in Birmania il segnale di una società civile internazionale più attenta e creativa del passato, coinvolta in modo trasversale. Forse è giunto anche il momento di riuscire a mobilitarsi oltre il tempo dell’esposizione mediatica degli avvenimenti, di finirla con il saltare da una questione all’altra, seguendo l’emotività e far entrare ogni campagna, in particolare sin da ora quella per la democrazia birmana, nella pratica di ogni giorno, come forza del carattere dell’agire sociale. Si possono allora discutere le forme e la pratica di questo agire sociale aggiornato al mondo dei Putin, dei Bush, degli Hu Jin Tao, e forse tra breve dell’ordinaria Hillary. Renato Novelli
|