Archivio 2007 Dicembre/Gennaio - N. 90/91 Una voga letteraria: il tremendismo
Una voga letteraria: il tremendismo
di Goffredo Fofi   

Nelle corti del Rinascimento operarono, più o meno coetanei, ma non sono così colto da poter dire se mai i loro destini si incrociarono, l’uno tutto romano e fiorentino l’altro tra Nord e Centro della penisola, il Berni e il Bembo. Il primo cantava con provocatoria voluttà il brutto della vita (la peste e i debiti e gli orinali) quasi fosse un secondo Aretino – che detestava, ricambiato – mentre il secondo metteva in bella forma l’amor spirituale e i sentimenti più elevati. Cortigiani entrambi o anche, come si diceva nei nostri anni sessanta, “piacevoli servi”. Si pensa a loro, e alla loro presunta inconciliabilità dentro lo stesso contesto, leggendo certi romanzi italiani contemporanei che da tempo battono in forme apparentemente nuove gli stessi chiodi. E questo dal tempo della disputa, ormai quasi dimenticata e che ci sembra antichissima, tra i “cannibali” e i “minimalisti” (si dà anche il caso, peraltro, di cattivi che diventano buoni, di ex cannibali che nei loro ultimi libri recitano il rosario). Oggi c’è chi si entusiasma per i romanzi, mettiamo, ed è un nome tra trecento, della Comencini (e i film equivalenti) che narrano i sentimenti più comuni della comunissima piccola-media borghesia dei nostri anni con partecipe adesione, sinceri e sincerissimi nella loro attribuzione  di tanta umana dignità a personaggi che, visti un po’ più da lontano, ne dimostrano assai meno, chiusi come sono nel loro egocentrico “particulare”. E c’è chi invece si esalta per quelli che descrivono-denunciano gli orrori della nostra società, del nostro turpe presente. Ultimo arrivato, lanciato da Adelphi con la stessa convinzione con cui lanciò qualche anno fa Ferrandino, l’Andrej Longo di “Dieci”. Ferrandino arrivava a ipotizzare un camorrista ex divo del porno che puniva chi non soggiaceva agli ordini di un boss letteralmente sodomizzandolo (ben più hard di un Grillo con le sue comuni metafore da comune linguaggio di massa, sia del popolo che dei politici e dei giornalisti e, a giudicare dalla cronaca, perfino di qualche religioso). Più cauto e pudico, ma non sempre, Longo racconta dieci storie di miseria umana e sociale napoletana di oggi, dieci come i Comandamenti, e che parlano dei modi di rispettarli o non rispettarli oggi, secondo la morale di un sottoproletariato molto degradato, di una condizione di avvilimento dell’umano che produce quotidiane mostruosità. Qualche anno fa un altro esordiente napoletano, Maurizio Braucci, narrò in “Il mare guasto” (edizioni e/o) con infinita pena e pietà le vite perdute di certi abitanti del quartiere centrale di Montesanto, a cavallo tra i Quartieri Spagnoli e la Sanità – le tre zone a rischio del centro della città – e fece precedere ogni capitolo dai versetti delle Beatitudini. Un controcanto e un atto d’amore, non una pretestuosa elencazione quale invece ci pare quella di “Dieci”. (Viene anche da chiedersi: cosa escogiterà ora Peppe Lanzetta per stare al passo?) 
In realtà tutto è cambiato con il successo di “Gomorra” di Roberto Saviano, che io continuo a considerare un grande libro per il modo attualissimo in cui rivitalizza la nostra narrativa secondo la linea grandemente necessaria e attuale dell’incrocio tra inchiesta e romanzo, che è stata ed è quella di alcuni tra i maggiori scrittori della letteratura del Novecento, dei Carlo Levi e dei Capote, delle Poniatowska e dei Kapuscinski, delle Aleksievic e dei Langewiesche. Senza nulla togliere ai grandi romanzieri – i pochi rimasti, e che non sono divorati dal supermercato dell’intrattenimento – che per nostra fortuna continuano a dare grandi romanzi, anche di interesse più-che-letterario.
Dopo “Gomorra”, sta dilagando una voga piuttosto equivoca, del romanzo o inchiesta che potremmo definire, secondo una tradizione latinoamericana, “tremendista”: il racconto del peggio della vita, senza moderazione dei termini.
Il “tremendismo” esiste da sempre. C’è sempre stato nelle arti il bisogno di raccontare l’orrore della storia e dell’umanità, perché anche di questo – e forse soprattutto di questo – è fatta la storia. C’è sempre stata la tentazione di giocare sull’enfasi e gli “effetti speciali”, di fare spettacolo dell’orrore: ma “Medea non uccida in scena”, con tutto quel che ne seguiva (e il primo a infrangere il tabù è stato forse Hitchcock, artista torbido come pochi, in “Psyco”). Ma tra Sade e Goya la differenza è immensa, come tra Sue e Hugo, e lo stesso è oggi tra Saviano e i suoi imitatori (e quanto ai buonisti e alle buoniste, si potrebbero fare paragoni simili nel campo dei narratori dei sentimenti comuni, tra Carver o la Paley e le nostre anime belle e democratiche di vasto successo). La fase più spettacolare della storia del tremendismo si chiamò, a ben vedere, grand guignol, non solo in Francia, e più tardi il grand guignol passò dal teatro al cinema diventando horror. Da queste scuole nacquero anche dei capolavori, la distinzione non va fatta tra i generi ma tra le ispirazioni e le finalità, l’intelligenza e il talento dei singoli autori.
Oggi, in ogni caso, la moda rischia di toglier peso al meglio e di dar fiato al peggio, cioè agli imitatori più o meno consapevoli  e che sono, potremmo dire, dei “retori” e non dei “persuasi”, che non sembrano guidati nel maneggiare armi delicatissime da una salda moralità o da una radicata vocazione. I racconti di Longo sono ben scritti e ben “tagliati” e sono a loro modo efficaci, di buon mestiere,  ma della loro “verità” e “necessità” si deve dubitare. Il dialetto che riproducono, per esempio, attribuito agli abitanti dei quartieri a rischio del centro come delle periferie, mi pare quello medio, perfettamente mimato, della piccola borghesia napoletana odierna e non quello della marginalità, che è assai più aspro e a suo modo nuovo. E la volontà di stupire più che di indignare conferma il lettore nei suoi pregiudizi invece di aiutarlo a metterli in discussione. Conferma idee correnti, che scaricano con faciloneria la coscienza dei garantiti e dei benestanti, dei sindaci di Firenze e Bologna e Roma come dei ministri alla Amato e dei giornalisti alla Scalfari e alla Mieli. Ma perché anche degli editori alla Adelphi? (Una illustre intellettuale romana molto aristocratica ha dato una cena adelphiana in onore di Longo, e si rimpiange che non potessero più parteciparvi gli sceneggiatori della commedia all’italiana di un tempo, o qualcuno dei pochi moralisti morali dotati di senso dello humour che ci sono rimasti, alla Benni.)
Questo, mi si dirà, succede con decine di altri libri, e “Dieci” non è certamente dei peggiori. è che la fantasia – il racconto – non ce la fa a star dietro alla realtà e alle sue bruttezze. E il mercato spinge rapidamente a cristallizare nuove convenzioni, una nuova retorica. L’Italia di oggi si presta alla voga del tremendismo perché l’imbarbarimento progressivo della vita quotidiana è indubbio, ma troppo spesso scrittori e giornalisti finiscono per conclamarlo ed enfatizzarlo, e così facendo, invece che combatterlo, rischiano di diffonderlo. E di aumentare i pregiudizi, i razzismi, gli esibizionismi, la (interessata, egoistica) superficialità del giudizio, e insomma la malafede. Proprio per questo a chi si arroga la prerogativa del giudizio e dell’analisi della produzione letteraria o cinematografica o altra è chiesta un’attenzione e una vigilanza che implicano indissolubilmente, oggi, sia l’estetica che la morale.

Goffredo Fofi