Archivio 2007 Dicembre/Gennaio - N. 90/91 Cultura: il modello Torino
Cultura: il modello Torino
di Luca Rastello   

Un quesito si aggira per Torino. Suscitato da un’intervista a Franco Branciaroli che, sottraendosi al coro laudatorio sul “modello Torino” che dovrebbe far da traino alle ambizioni nazionali dei politici locali, si è concesso dei dubbi sul presunto rinascimento culturale in atto. Da qualche anno la città ama cantare se stessa presentandosi come una sorta di capitale culturale, sventola a titolo di merito fiere e festival, dal libro alla spiritualità, attenuandone l’aspetto commerciale ed esaltando l’evento come prova di spessore culturale, esaltando persino le folle assiepate per l’happy hour nei locali del quadrilatero romano come testimonianza di nuova feschezza mentale. A onore e gloria, s’intende, di istituzioni locali illuminate che trainano la metropoli fuori dal suo triste passato di monocultura industriale rigida e tediosa. Ma, si chiedeva più o meno Branciaroli, davvero ora la città produce e consuma più cultura che ai tempi di Giulio Einaudi? Da un dubbietto legittimo è nata una buffa quanto rumorosa (la città è suscettibile, si sa) “disputa degli antichi e dei moderni”, alimentata dai media locali con interviste e pensosi interventi: Fondazione Sandretto e Scuola Holden o Pavese e Calvino? Le redazioni locali hanno offerto il microfono a intellettuali e manager perché dicessero la loro,  e la “discussione” (si fa per dire) è sfociata, manco a dirlo, nell’ennesimo “evento” (parola-chiave, mantra e feticcio per chiunque voglia accedere a un finanziamento in campo culturale oggi a Torino): una giornata-evento con tanto di bancarelle sotto i portici dedicata alla celebrazione della produzione culturale torinese e, naturalmente, alla disputa degli antichi e dei moderni sotto la Mole.
Torino è una città avezza alle coincidenze spiritose. È inutile: ci affanniamo a tentare di riprodurre in sedicesimo e caricatura la Milano da bere che incarna tutte le nostre frustrazioni da terziario mancato, ma è come se un piccolo, maligno genius loci, si ostinasse a emergere ogni volta che rischiamo di cedere alla tentazione di prendere sul serio il teatrino di carta con cui ci piace velare la realtà metropolitana fatta di cemento, finanza d’assalto, rapina, svendita e pantomima. Abbiamo un’innegabile propensione sabauda al conformismo, ma è come se a volerlo bilanciare intervenisse – spesso in forma di lapsus – lo humour nero che impregna l’aria della città. Maestri tanto di demonia quanto di adesione categorica all’esistente, confermiamo il sindaco in carica (mi verrebbe da dire “chiunque sia e qualunque cosa faccia”) con l’inquietante 66,6%, apocalittico a meno della virgola. Ma qui anche i tifosi di una squadra che vince tutto adorano lamentarsi, lo spleen juventino – si potrebbe dire – è un’immagine dell’altra faccia del kitsch conservatore sabaudo, e nello spazio di questa contraddizione vive lo spiritello locale che ama le coincidenze e gli sberleffi.
Solo qui accade, per esempio, che accigliate facce d’assessore celebrino, compunte ma frettolose, i riti della “giornata della memoria” dedicata alla Shoah per poi correre a precipizio nella piazza a fianco a dare il via, nello stesso giorno, ai riti festevoli della Notte Bianca voluta dai commercianti. Un lapsus, nessuno ride, ma lo spiritello ci sguazza.
È un tipo impiccione e anche nella giornata-evento (“Portici di carta” era il titolo, per via delle bancarelle e della pioggia) ha voluto mettere il naso: per esempio proprio nel giorno in cui culminavano i dibattiti celebratori delle progressive sorti della cultura a Torino, chiudeva i battenti per sempre la libreria Agorà, prima in Italia (e unica in città) specializzata in fotografia. Ma nessuno se n’era accorto, gli stessi giornali locali lo avrebbero raccontato soltanto il giorno dopo. Ma al genietto, soprattutto deve piacere il fatto che la disputa degli antichi e dei moderni si tenga in una città dove le istituzioni locali incarnano sia gli uni che gli altri. L’apparato del Comune (funzionari, amministratori, consulenti) e molti assessori sono in carica chi da due chi da tre decenni: le istituzioni che guidano il “rinascimento” sono incarnate nelle stesse persone, negli stessi visi, in cui si incarnavano dunque i “secoli bui” da dimenticare. E non fa certo eccezione la cultura; ma con il titolare di questa delega conviene essere prudenti e abbassare i toni perché l’Uomo è suscettibile e abile ai limiti della genialità nella comunicazione, uno che se la suona e se la canta, direbbe lo spiritello se avesse il dono della parola: qualche settimana fa, per esempio, ha collaudato sulle pagine di un quotidiano cittadino un modello inedito per l’informazione: l’autoreportage di denuncia. Non nel senso che denunciava se stesso: nel senso che nel corso di un elegante racconto in prima persona, elencava gran parte degli argomenti su cui di recente la giunta in carica è stata fatta oggetto di critiche (questioni per lo più relative allo sviluppo edilizio più o meno selvaggio in atto), ma facendoli recitare da una suggestiva figura di squilibrato violento e paranoico incontrato per strada che, inseguendo l’assessore-articolista fino al portone (“ecco, ora sa anche il mio indirizzo”), dei temi del dibattito politico cittadino faceva altrettanti pretesti per lanciare insulti e minacce di morte. Un “brigatista mentale”, la definizione dell’assessore. Uno a cui non vorremmo mai essere accostati. Sarebbe antipatico passare da terroristi solo per aver evitato di dimenticare che le istituzioni torinesi, in particolare quelle culturali, fanno registrare una continuità così serrata da rendere vana ogni disputa fra antichi e moderni e ogni confronto troppo stringente fra le due epoche. È per evitare paragoni come questi, forse, che lo spiritello quando ridacchia lo fa tra sé e sé, non certo sulle pagine dei giornali. Sia lodato dunque il rinascimento in atto, condannato il tempo buio alle spalle e onorate le guide che ci conducono nella transizione.
La continuità, comunque, non è così soffocante: ha le sue smagliature, le sue distrazioni. Come della chiusura dell’Agorà (ma anche di molte altre librerie storiche e di quasi tutti i cinema non multisala), pochi anni fa nessuno, in specie fra i politici, si è accorto del massacro della Utet, la più antica (e a lungo la più grande) casa editrice italiana che, dopo la cessione al colosso De Agostini, leader nelle vendite di gadget in edicola, ha licenziato la maggior parte dei redattori, chiuso tutte le redazioni culturali, ne ha svendute altre, come quella giuridica, mantenendo soltanto un marchio vuoto a legittimare l’eclettismo della nuova casa madre. E vuoto, destinato a loft di lusso, è rimasto ora anche il grande palazzo in corso Raffaello, fra via Ormea e via Giuria: i pochi sopravvissuti, con marchio De Agostini saranno deportati in Lungo Dora Colletta (forse una tappa verso Novara?): anche il decentramento spaziale ha un significato preciso… non abbiamo bisogno di spiritelli per capirlo. Nel “dibattito degli antichi e dei moderni” di questi mesi si son voluti spesso citare i tempi (funesti per gli uni gloriosi per gli altri) del cosiddetto “duopolio La Stampa-Einaudi”. Ecco fatto, il duopolio: è sufficiente produrre un’immagine efficace (vale quanto le altre, riuscite e false, come la grigia monocultura-dittatura industriale o la “città di guarnigione” di cui parlava l’avvocato Agnelli) e la Utet non esiste più, nemmeno nella memoria. Meglio così: con i suoi duecento dipendenti licenziati e le grandi opere chiuse e i trecento anni di storia era un macigno per chi prova l’impulso di cantare le lodi dell’esistente. Per esempio, alla Utet da trent’anni si produceva il “Grande Dizionario della Lingua Italiana” avviato da Salvatore Battaglia, l’opera di riferimento fondamentale sulla storia, ma anche sull’uso vivo e su quello letterario della nostra lingua. Un tesauro della memoria, si potrebbe dire, anche se in questo caso non si tratta di quella Memoria utile alle celebrazioni retoriche. Un tipo di istituzione, il GDLI, che in altri paesi viene posto sotto la tutela di un ministero ed è considerato patrimonio e priorità nazionale. A Torino, mentre dipingevamo le scene per celebrare il rinascimento culturale locale, intanto che allestivamo i baracconi per le olimpiadi (da riutilizzare magari per i fasti dell’anno di “Torino capitale del libro con Roma”, che se non fosse per quel “con Roma” imposto dalla diplomazia veltroniana potrebbe essere ribattezzata “Torino capitale del libro, se n’è accorto qualcuno?”) la Utet, dizionario Battaglia compreso, è stata spazzata via senza che la città se ne accorgesse, senza che un politico, un docente, un amministratore si ponesse il dubbio sul fatto che quello che stava accadendo riguardasse in qualche modo la città. La proprietà ha fatto delle promesse, “Si farà una fondazione, salveremo il patrimonio, bla, bla”, utili a far firmare le dimissioni ai dipendenti evitando imbarazzanti vertenze alla vigilia di eventi palingenetici come le gare di sci, e poi non se n’è fatto più nulla.
Il bello è che le ambizioni mai sopite di capitale (ora della cultura, ieri dell’industria, tempo fa del regno) oggi si sposano con la grande narrazione di quel nuovo destino terziario che, nell’escatologia municipale, è destinato a sostituire la cultura industriale e a proiettare Torino in diretta concorrenza con l’odiata cugina Milano. Per il momento l’eschaton assessorile si è realizzato soltanto nella cancellazione quasi totale di un patrimonio (quello forse sì di portata mondiale) di archeologia industriale regalata alle devastazioni di imprese edili a buon mercato e sostituita con colossali centri commerciali, multisale e torri abitative a sedici piani semiadisabitate e già fatiscenti a due anni dalla consegna. Terziario edilizio, non c’è dubbio, e scatenamento del talento culturale torinese nella costruzione di una nuova narrazione: quella della classe media di piccoli proprietari che dovrebbe comprare gli appartamenti nelle torri. Per il momento il ceto a venire latita, speriamo bene per il futuro. “Regaliamo quarti di città e lauree a Ligresti per pagare i debiti contratti con le olimpiadi, poi conferiamo una contrastata laurea honoris causa a un membro della famiglia per metterci su una patina di cultura”: sono pensieri degni di quel brigatista mentale narrato dall’assessore. Accantoniamoli dunque, e torniamo a riflettere su Torino-capitale-della-cultura che finalmente sostituisce Torino-schiava-dell’industria.
Forse, l’argomento più interessante della disputa è il mantra che si offre come punto di mediazione ai due partiti degli antichi e dei moderni: la democratizzazione del consumo culturale, la vocazione pedagogica di massa dei nuovi operatori e produttori di cultura in città. Come dire: prima l’impostazione della produzione culturale torinese era elitaria, esclusiva, ora a bassa soglia, democratica, accessibile. Ci sono gli eventi, i festival, le scuole di narrazione, il circolo dei lettori con il ristorante, la film commission (vabbè: non è che tutti possano girare un film, ma suona bene).
Per inciso: il principio del mantra ha in sé un effetto benefico: a furia di sentirle ripetere, certe parole incominciano a suonare sinistre, cigolano, e forse finalmente il sostantivo “cultura” si colora un po’ di ridicolo, come certe parole pronunciate a sproposito in un salotto all’ora del té. Promozione, marketing e finta preoccupazione pedagogica: questo mi sembra di vedere e poco altro nella disputa nostrana sull’oggi e sull’ieri. Tartuferie in definitiva e una buona dose di kitsch in stile televisivo: bisogna leggere di più, ah se potessi leggere di più, com’è bello leggere di più, guardate che i vip leggono di più, eccetera. Un po’ le cose che si dicono in tv (se le sento in effetti vuol dire che non sto leggendo, ahi!). Così, quando nella chiacchiera torinese salta fuori l’imbarazzante “cultura”, è legittimo sospettare che in definitiva si stia parlando di iniziative e spettacolini per attirare pubblico all’happy hour nel quadrilatero romano.
Ma torniamo al mantra sulla nuova sostanza democratica e di massa della “cultura” a Torino: grazie alla martellante comunicazione istituzionale (“Torino always on the move”: c’è stato persino un periodo che quando telefonavi agli uffici municipali rispondevano “Torino non sta mai ferma, dica!”) e al volontariato spontaneo dei giornali, è idea talmente diffusa ormai da passare nel senso comune: allora siamo tutti d’accordo, cultura ieri, cultura oggi, nessuno si offenda, ma ieri elitaria oggi accessibile. E via con i baracconi nelle piazze, le bancarelle finte (di passaggio: a Torino ci sono i migliori bouqinistes d’Italia) sotto i portici, le fanfare che fanno tanto cultura.
Certo di novità ce ne sono: la misteriosa “Fondazione Sandretto”, le grandi mostre d’arte contemporanea al Castello di Rivoli, le dimore storiche finalmente riaperte al pubblico.
Antonella Parigi, animatrice del Circolo dei Lettori (un’altra novità cittadina lasciata in eredità dalle celebrazioni di Torino-capitale-del-libro-con-Roma, teatro di “eventi” e luogo d’incontro), responsabile di Torino Spiritualità, nonché fondatrice insieme ad Alessandro Baricco della scuola Holden, master di tecniche della narrazione, è senz’altro oggi uno degli animatori culturali più importanti in città: il suo è un lavoro intenso, non facile e non sempre illuminato dal pieno gradimento delle autorità. Ma non posso essere d’accordo con lei quando individua la sostanza della presunta democratizzazione del consumo culturale torinese nell’affermarsi di un paradigma “narrativo”, nella diffusa passione per il raccontare, nella “narrativizzazione” del gusto che ha dato vita a esperienze come quelle del Teatro Settimo, della carovana teatrale e televisiva di Totem, delle notti di lettura intitolate Bookstock e delle riunioni quotidiane intorno a romanzi e racconti che si tengono al Circolo e alla Scuola. Secondo Parigi nelle spire di questa overdose di racconti si è potuto nascondere e proteggere quel patrimonio di spirito critico che caratterizzò il passato torinese e che sarebbe stato minacciato dalla barbarie berlusconiana. Proprio gli esempi che cita a sostegno della sua tesi mi sembra che la indeboliscano: “Totem”, per citarne uno, formidabile exploit del talento di narratori orali che “raccontano i libri”. Libri raccontati, film raccontati, “cultura raccontata” (come fanno gli intellettuali affabulanti che intervengono ai festival che impazzano per la penisola, di letteratura, ontologia, teologia, aritmetica del transfinito, numismatica bizantina…): è questa la pietra filosofale del consumo culturale di massa?
Si può essere d’accordo con il principio controriformista secondo cui non è necessario, e neanche salutare, leggere la Bibbia direttamente, se qualcuno te la può raccontare. E non c’è dubbio che la cosa valga anche per un romanzo giallo: se qualcuno ti rivela la trama, magari ti diverti anche di più che a leggerlo e comunque non hai più nessun bisogno di farlo. È vero. È la democrazia realizzata nella cultura, il modello “narrativo” a cui tende il marketing torinese votato a santificare la spettacolarizzazione. A proporre uno scenario virtuale come i rendeering che illustrano i progetti architettonici (una merce che abbonda dalle nostre parti) e non assomigliano poi mai neanche lontanamente alle schifezze realizzate con il cemento.
Che bisogno c’è della Utet se possiamo mettere in scena il racconto della Utet (un bel monologo alla Paolini)? E il senso critico magari viene conservato, ma sotto vuoto: quel che si produce non è critica, ma la vetrinetta da museo dietro cui potremo d’ora in poi contemplarla. Defunta e imbalsamata ma finalmente visitabile dal vasto pubblico (si potrebbe chiedere alla Film Commission una fiction sui capisaldi della critica sociale?). Il paradigma del consumatore di cultura torinese è lo spettatore, o al massimo il visitatore (occasionale) di museo. Arretriamo di un passo e contempliamo ciò che non è più come i cavernicoli che si distaccavano dagli dei rappresentandoli, cessavano di temerli e si lanciavano splendidi nella corsa alla civiltà. Senza più dei, come un’“Iliade” di Baricco. Ecco: la “democratizzazione” della cultura a Torino mi sembra analoga alla democratizzazione del bello che trasforma i centri storici in “patrimoni Unesco” mettendoli sotto glassa (e prova a trovarci un giornalaio o un verduriere) o alla democratizzazione del buono che traforma vigne e campagne in aiuole per lo Slow Food (e le rende accessibili, almeno a chi ha reddito sufficiente). Si fa una bella nicchia, ci si mette dentro il feticcio (senso critico, Fenoglio, Pastrone, movimento operaio: va bene tutto) e si guarda. Tutti insieme, tutti per mano, tutti uguali. Intanto, fuori, la città regala i suoi pezzi ancora sfruttabili a gente come Ligresti nella speranza di recuperare un po’ delle voragini di debiti del postolimpico. (Ahi, ci risiamo: questi sono argomenti da “brigatisti mentali” sciroccati che tampinano gli assessori narrativizzati, deponiamoli subito, per carità!)
Diciamo almeno questo: nella caparbia sostituzione del reale con l’evento mi sembra di vedere un limite alla conclamata, tutt’ora spesso cantata, “concretezza torinese”, una strana concretezza che tende facilmente a farsi sedurre dalle immagini rassicuranti e a distrarsi da fatti incoerenti con la grande narrazione in atto.
Walter Barberis, docente universitario e dirigente dell’Einaudi, a proposito del dibattito degli antichi e dei moderni ha voluto mettere in rilievo come l’accademia torinese – in questo al passo con la situazione nazionale – non sia più in grado di “produrre classe dirigente”, di formare cioè personalità capaci di dare indirizzo a società e istituzioni. Vero, con una postilla da aggiungere però: che, proprio come il calabrone non sapendo che le leggi fisiche gli impedirebbero di volare si ostina a farlo, l’accademia locale e nazionale, inconsapevole della propria inadeguatezza al ruolo, continua di fatto a “produrre classe dirigente”: dov’è se non nell’accademia che la politica continua a cooptare i suoi candidati e le sue teste di lista (a parte i tribunali)? C’è qualcosa a monte di quell’incapacità di produrre (credibile) classe dirigente, e qui sì che si può credere che la situazione torinese sia esemplare. Nelle maglie di quel processo di spettacolarizzazione che sostituisce il senso critico con il suo simulacro, la produzione con il racconto della produzione, infatti, accade anche che alla partecipazione si sostituisca la rappresentazione della partecipazione, la pantomima, la riduzione del dibattito al racconto dei deliri di un pazzo violento alle calcagna dell’assessore.
Viene meno qualcosa che ha in effetti caratterizzato i decenni passati, quelli della triste cappa industriale cara ai narratori locali ma anche dei ricorrenti, inarrestabili fermenti, antagonisti rispetto all’ordinamento sociale e produttivo, che hanno fatto a lungo di questa città un luogo di avanguardia: dalla borghesia imprenditoriale risorgimentale, al movimento operaio alla resistenza al fascismo, eccetera. Quel che viene meno è il fine di creare cittadinanza, la preoccupazione di orientare la produzione e il consumo di cultura alla formazione civica. Forse in tempi passati “partecipazione” è stata una parola talmente abusata da stridere come oggi accade con “cultura”, d’accordo, ma i riti che oggi la sostituiscono, la partecipazione, sono desolanti quando non ridicoli: dai “cantieri partecipati” che nascondevano lo scempio di piazze storiche e aree urbaane colossali con poster sulla storia della Torino settecentesca (gli amori di Madama Cristina con tanto di disegni, per far velo al parcheggio in cemento armato oggi quasi inutilizzato che ha sostituito gli alberi secolari dell’omonima piazza) ai finti referendum sui progetti di ristrutturazione  urbana. Uno vale la pena di raccontarlo: piazza Valdo Fusi che ha fatto dire a Giuseppe Culicchia “Venite a Torino a vederla e poi tornate nelle vostre città e fate che da voi non accada”. Dopo la devastazione irrazionale della piazza (c’è anche un enorme chalet di tronchi che doveva essere effimero ma se ne sta lì appoggiato al cemento armato perché smontarlo costa troppo), dovuta allo scellerato progetto di un giovane architetto nato bene, l’orrore collettivo fu talmente grande da indurre il Comune a lanciare una nuova gara per ri-ristrutturare il ristrutturato. Dieci o dodici nuovi progetti furono sottoposti al voto degli abitanti che a grande maggioranza indicarono la loro preferenza per sentirsi annunciare che partecipare era stato bellissimo e giustissimo ma il Comune aveva già scelto un altro progetto.
Questo in effetti non è il racconto della partecipazione. È l’avanspettacolo della partecipazione. Coraggio, allora: aspettiamo qualche annetto e avremo anche l’avanspettacolo della cultura. Totò, Peppino e le mummie egizie, per dire.
Vero è che nessuno deve disturbare i costruttori edili, i soli ormai a muovere ricchezza in città e così siamo ancora qui a discutere sul perché si sia chesto a Fuksas di costruire l’orrendo “palafuksas” di porta Palazzo che se ne sta desolato e deserto perché i costi sono stati talmente alti che ora affittare uno spazio (doveva essere un mercato) al suo interno è proibitivo per qualsiasi commerciante. Brutto, inutile e dannoso: è il perfetto status-symbol si potrebbe dire: se continui a circondartene vuol dire che puoi davvero permettertelo! E infatti l’aristocratica Torino manda avanti la costruzione di altre opere sensazionali anche commissionate allo stesso architetto: non dubitate, avremo anche il grattacielo di Fuksas, e speriamo almeno che l’ufficio comunicazioni edili non decida che, mentre discutiamo della sua costosa inutilità, dovremo chiamarlo “grattafuksas”. Per inciso la città sta svendendo il suo cielo e il suo sole per disporsi all’ombra del colosso da 180 metri che dovrebbe celebrare con arroganza twin towers la nuova sede di Intesa San Paolo (ineffabile l’assessore all’Urbanistica che, approvando la sopraelevazione di 30 metri rispetto al progetto originario dichiara “Il passaggio da 150 a 180 metri non è poi così significativo”. È poi solo come aggiungere un palazzo di dieci piani!). Indovinate un po’ come viene presentato l’obbrobrio che farà ombra al centro storico? Ovvio: “Un simbolo”, come a dire che Intesa-San Paolo è il nuovo depositario  dell’ordine simbolico torinese. Cemento e alta finanza: un “simbolo” più chiaro di così su chi è il nuovo padrone in effetti non si potrebbe immaginare. E infatti la Giunta non si sogna neanche in questo caso di tenere in conto l’opinione dei cittadini. Ci proporrà un nuovo mantra (raffinatezze chiamparine tipo: “Senza un grattacielo si resta emarginati dai flussi”, accuse di passatismo tardooperaista ai Marcovaldi che invece delle montagne o del sole dalla finestra vedranno questo enorme Gnac, cose così), una mostra, un finto referendum tutt’al più.
“Partecipazione” oggi vuol dire votare a un referendum di cui il Comune se ne frega, leggere la storia delle amanti sabaude su un poster, votare alle primarie lasciando l’obolo. Ogni altra velleità è considerata ipso facto un “remare contro”. E tanti saluti all’idea che produrre cultura serva a formare cittadinanza.
Giulio Einaudi (un Antico) sosteneva che Torino era la città ideale per un editore, perché si poteva produrre senza avere alcun contatto con la città. Lo diceva, è vero. Ma intanto sfornava un catalogo che aveva un contatto esplosivo con il tessuto sociale, metropolitano e non. Erano anni in cui a Torino non c’erano solo movimenti politici, ma anche, per esempio, non una ma più scuole di riflessione critica sulla scienza e sul rapporto fra scienza e società con riferimenti come Ludovico Geymonat, Tullio Regge, Renzo Tomatis. Anni in cui la collana scientifica Boringhieri non nasceva da un’iniziativa lodevole del direttore editoriale (come avviene oggi grazie a Francesco Cataluccio che ne cura il rilancio) ma dall’urgenza di un dibattito vivo alimentato da tensioni civili. Riflessione critica sull’uso della scienza: roba da specialisti, difficile farne un “evento”, dunque fuori dai dibattiti alla moda sulla cultura. Oggi, mi verrebbe da dire parafrasando uno slogan, il solo luogo in cui la ricerca incontra i cittadini è il day hospital oncologico di Candiolo.
È però vero che Torino non ha smesso di produrre cultura, anche ad altissimo livello, solo che forse, paradossalmente, si tratta di un fenomeno ancora più elitario di quelli che i Moderni imputano al passato: se uno è abbastanza intelligente e raffinato, e non è il mio caso, da capire che cosa fa il Castello di Rivoli o la Fondazione Sandretto, ha buone ragioni per trasferirsi a Torino e vivere di rarefatta cultura. Poi c’è l’estremo opposto: se uno è abbastanza ingenuo e volgare da pensare che la produzione culturale sia l’happy hour nel Quadrilatero romano, può anche trasferirsi a Torino e ingozzarsi di cultura. In mezzo fra questi due poli però resta una terra di nessuno vasta e desolata come un deserto uzbeko: solo retorica.
Umberto Allemandi, forse il più importante editore d’arte italiano, ha ricordato una parola che è forse più preziosa di tutte le altre che sono andate perdute per strada: ha parlato di maestri. Ascoltandolo ho pensato alla città in cui tanti anni fa sono cresciuto: una città più facile da usare, mi verrebbe da dire, più disponibile, piena di riferimenti per un ragazzo maldestro che cercava di definire la sua posizione nel mondo. C’erano porte che si aprivano in ogni parte di Torino e dietro ci trovavi un Franco Antonicelli, una Bianca Guidetti Serra, un Galante Garrone, per dire. Maestri. Quella cosa che per i ragazzi di adesso è irreperibile, alla faccia della retorica sulla funzione pedagogica della “cultura” nel modello-Torino. Aumenta e si va raffinando l’offerta di mostre e spettacoli, migliorano i cataloghi, pensati per meglio penetrare il mercato, migliora, grazie alla “narrativizzazione” la capacità di trasmettere contenuti “alti” a vasti pubblici “bassi”, ma gli intellettuali, se così li vogliamo chiamare, di tutto si preoccupano meno che di formare successori. Mancano i maestri, quelle figure che pensavano il loro ruolo di operatori culturali in funzione di quella che ho chiamato goffamente “produzione di cittadinanza”, quelli che ti insegnavano a stare dentro la città in maniera attiva e cooperativa, in ogni cantone e in ogni settore disciplinare. Oggi c’è un’occupazione professionale dei settori di produzione culturale, dall’editoria all’accademia al giornalismo e il ricambio è governato dalle esigenze del mercato: mi servono tot professionisti bravi, li seleziono non importa come, e li immetto al lavoro. Quel che è scomparso è l’idea che si debba formare qualcuno perché diventi non solo un membro della classe dirigente, ma anche parte di quel tessuto civile che solo può produrre una classe dirigente credibile.
Ma che c’entra tutto questo con la “cultura”? Noi abbiamo la Film Commission…

Luca Rastello