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Qualche settimana fa, rinunciando ad andare alla Sapienza per inaugurare l’anno accademico con una prolusione sul rapporto tra fede e scienza, papa Ratzinger ha alzato una cortina fumogena che non si è ancora dissipata. Va da sé che la scelta del rettore era totalmente inopportuna, che invitare la massima autorità religiosa residente in un paese a dare inizio all’anno accademico della più importante università statale di quello stesso paese è roba da società teocratica. Il punto su cui riflettere, però, è un altro. Intorno alla “questione Sapienza” non c’è stato nessuno scontro tra titani, nessuna lotta tra forze contrapposte. Semmai hanno fatto bella di mostra di sé le reciproche debolezze. Hanno manifestato tutta la propria debolezza – dispiace dirlo, ma è così – le poche decine di studenti che si sono opposti alla prolusione. Sicuramente più simpatici, ma infinitamente meno potenti e consistenti dei loro coetanei di Comunione e liberazione protetti dai vertici accademici, e a ogni modo incapaci – una volta che le autorità vaticane hanno deciso di non mandacelo, Ratzinger, all’aula magna – di andare oltre due o tre confuse parole d’ordine. Trent’anni dopo la cacciata di Lama dall’università, alcuni avevano intravisto nella rinuncia del papa “per timore di intemperanze” il ritorno della Sapienza (o meglio, della lotta politica e ideale all’interno della Sapienza) al centro degli eventi che contano, quelli in grado di produrre una rottura storica. Ma è chiaro a tutti che si è trattato solo dell’ennesimo fuoco di paglia, alimentato artificialmente dal battage mediatico. Nelle realtà dei fatti, l’università è un luogo marginale, apatico. Non ci sono al suo interno movimenti che siano tali, e soprattutto non ci sono dipartimenti in grado di porsi come baluardo del libero pensiero. L’università – tutta, non solo per colpa degli studenti – è in profonda crisi; e l’intera vicenda l’ha dimostrato. In altri tempi, e in altri contesti, non si sarebbe contestata solo la venuta del papa: si sarebbe contestato l’apertura dell’anno accademico in quanto tale. Che la vita universitaria di un paese democratico, nel ventunesimo secolo, sia benedetta da baroni in ermellino è indecente tanto quanto la discesa di qua dal Tevere del “principe bianco”. Ma questo nessuno l’ha detto... Eppure a mostrare le proprie crepe non è stato solo il sistema universitario pubblico, e per estensione il mondo dei laici. Benché i cardinali che fanno politica siano bravi a mascherarlo, oggi a essere debole è anche la stessa Chiesa: il premere ai margini del mondo politico è direttamente proporzionale alla sua espulsione dai nuovi modi, e contesti, di produzione del consenso politico. In passato la forza della Chiesa, e della Dc, non consisteva nei diktat della Cei, nel carisma dei papi o nell’abilità dei leader democristiani più vicini alla Santa Sede. Era nelle sagrestie, nel reticolato delle parrocchie, nel ramificarsi delle Acli e delle associazioni cattoliche di base. Oggi questo mondo, la base della chiesa, è polverizzato, atomizzato, ridotto in poche lobby che contano e in tante enclave periferiche chiuse al loro interno. La Cei può esprimere il proprio parere su tutto, influenzare qualche partitino di centro, ricondurre all’ordine qualche politico, da Casini a Pezzotta a Mastella, e il gruppuscolo che ruota intorno a Ferrara, ma è difficile che il suo parlare si radichi nel tessuto del paese come un tempo. Certo, oggi in Italia persiste ancora – specie nell’eterna provincia – un comune sentire cattolico-romano, controriformista, un po’ familista e un po’ maschilista. Ma questo è il solito ventre molle del paese, non costituisce più una forza d’urto dirompente. Per quanto le tematiche religiose in Italia sembrino occupare quotidianamente lo spazio pubblico, per quanto la sinistra appaia messa all’angolo sui temi religiosi, la vera forza delle destre (del berlusconismo che si appresta a tornare al governo del paese) non è nel suo rapporto con il Vaticano. È piuttosto nel superamento di ogni vincolo, anche se religioso, nel trionfo di un certo edonismo privato e privatistico in salsa italiana. Un edonismo pecoreccio che si rinnova in modi sempre nuovi, ma che – perseguendo uno sfascio sistematico – non ha niente di solidale. Più la Chiesa si indebolisce, più conta di meno, e più prova a imporsi sulla scena pubblica. E nel momento in cui lo fa, per non perdersi in mare aperto, vira verso posizioni reazionarie, persegue l’arroccamento nei dogmi e nel passato preconciliare, ripropone una sua presunta autorità. Mai come oggi, in verità, il mondo cattolico (lo spazio composito ed eterogeneo dei “credenti”) è incapace di esprimere un proprio pensiero, propri intellettuali, una nuova articolazione del messaggio cristiano nell’epoca della globalizzazione. La proposta culturale si è inaridita nell’esatto momento in cui la “restaurazione” ha mietuto le sue vittime. E non parliamo solo degli “eretici”, dei cattolici senza chiesa: qui ci riferiamo a importanti spezzoni del mondo cattolico, anche tra i gruppi istituzionali. Basti pensare a come le Caritas – non solo la Caritas nazionale, ma anche le cento e passa Caritas diocesane – siano state ricondotte all’ordine negli ultimi anni: da luogo di elaborazione di critica e attività sociale si sono trasformate in agenzie assistenziali alle dipendenze dei vescovi. Basti pensare a come, per converso, hanno acquistato peso e prestigio, su diversi versanti, Cl e Sant’Egidio, a loro modo delle lobby private interessate unicamente alla propria crescita. Il paradosso del caso italiano è che la Chiesa è parsa forte nel momento in cui, nel lago indistinto delle debolezze, la propria è sembrata meno evidente di quella degli altri, delle debolezze della sinistra e dei laici. Arroccati nella difesa della 194, e impegnati nella battaglia intorno alle questioni famigliari, i laici – coloro che si definiscono laici – sembrano aver perso di vista il nocciolo della questione: l’elaborazione cioè di una morale individuale e di un’etica collettiva che prescindano da motivazioni religiose, ma che siano ugualmente vincolanti. Che siano in grado di elaborare esortazioni più che doveri, senza rinchiudersi unicamente nella rivendicazione della soddifazione di nuovi bisogni. Il pensiero laico non è mai stato forte in Italia. La sua è la storia di minoranze schiacciate tra chiese contrapposte, molto più forti e rassicuranti delle loro esili nicchie, ma vale la pena di ricordarle e omaggiarle. In anni come quelli che stiamo vivendo, in cui tutti si definiscono “ragionevolmente” coinvolti nel dibattito sulle tematiche religiose e pronti ad ascoltare il papa o Ruini, in anni in cui perfino Habermas viene riletto in chiave filovaticana, andrebbe ricordato che un tempo c’è stata una rivista come “Il Mondo”. Andrebbe ricordato che c’erano, un tempo, intellettuali come il suo direttore Pannunzio, scomparso quarant’anni fa, nel febbraio del ’68, o come Salvemini, Rossi, Garosci, Jemolo e molti altri, pronti a sostenere il superamento dei patti lateranensi e criticare aspramente il cedimento di Togliatti sull’articolo 7. Intellettuali che si scagliavano contro “i conati del rinnovato clericalismo temporalista” e parlavano della necessità di un “ragionevole anticlericalismo”; che distinguevano le questioni della fede da quelle attinenti alla separazione netta tra Stato e chiese; che utilizzavano, quando serviva, una feroce ironia. Era un pensiero laico – quello del “Mondo” – che quando veniva accusato di cadere nel revivalismo ottocentesco, difendeva a spada tratta il Risorgimento, senza nascondersi dietro un dito. Ma, allo stesso tempo, era pronto a riconoscere l’importanza della sfera morale. Sfogliando l’antologia della rivista pubblicata dagli Editori Riuniti, è possibile imbattersi, ad esempio, in un saluto di Salvemini per gli ottant’anni di don Sturzo. I due avevano condiviso parte del lungo esilio antifascista, prima a Londra e poi negli Usa, dalla metà degli anni venti alla metà degli anni quaranta. “A costo di offenderlo”, scriveva Salvemini nel ’51, mentre l’offensiva clericale infuriava, “ripeterò che don Sturzo è un giansenista, di quelli ortodossi, beninteso, come don Luca degli Scalzi, il maestro di Mazzini. E aggiungerò che è un ‘liberale’. Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo a sopprimerla negli altri, non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale. Don Sturzo non è clericale. Ha fede nel metodo della libertà per tutti e sempre. È convinto che, attraverso il metodo della libertà, la sua fede prevarrà sull’errore delle altre opinioni per forza propria, senza imposizioni più o meno oblique. E questo, credo, era quel terreno comune di rispetto alla libertà di tutti e sempre, che rese possibile la nostra amicizia, al di sopra di ogni dissenso ideologico.” Forse è difficile tradurre l’amicizia tra Salvemini e don Sturzo sui temi della bioetica. Eppure essa illumina un punto oggi lasciato nell’oscurità. L’incontro tra laici e cattolici dovrebbe avvenire sul terreno della libertà – più precisamente: della liberazione dalle ingiustizie e dalla sofferenza – e non sul terreno delle paure, dove emerge prepotente la ricerca di un nuovo principio di autorità. Alessandro Leogrande
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