Archivio 2008 Marzo - N. 93 La questione-aborto
La questione-aborto
di Luigi Manconi   

Esiste in Italia una questione-aborto? Certamente sì: ma essa si è presentata, tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008, come l’ennesima occasione di una disfatta culturale e di una rotta ideologica. Eppure, una questione-aborto esiste davvero, sotto almeno due aspetti importanti. Il primo: mentre tra le donne italiane si registra una sensibilissima riduzione dell’interruzione volontaria della gravidanza (-144% tra il 1995 e il 2005), tra le donne immigrate si ha un rilevantissimo incremento (+422% nel medesimo periodo). Secondo aspetto: la debolezza e la casualità delle politiche di informazione e formazione relative ai metodi contraccettivi, le difficoltà poste al ricorso alla “pillola del giorno dopo”, la ritardata adozione della RU486 sono altrettanti fattori che rendono difficile un’applicazione razionale e intelligente delle politiche di prevenzione previste dalla 194. Questo è il più grave problema che riguarda la questione dell’aborto in Italia. Anche la dimensione etica dell’aborto è importante, importantissima, ma il modo in cui è stata affrontata è manifestamente manipolatorio. Innanzitutto perché si tace il fatto fondamentale: ovvero che il più importante contributo “contro l’aborto” è stato fornito proprio dalla legge 194; e, poi, perché si consente che a proposito dell’aborto (ma anche dell’analisi pre-impianto) si usi una terminologia evocativa dell’eugenetica. Come accettare che una discussione così delicata, come quella relativa all’embrione, venga compromessa da riferimenti tanto truffaldini? Più in generale, il fatto che la questione dell’aborto non sia stata affrontata sotto quel fondamentale profilo sociale e formativo di cui si diceva all’inizio, ha consentito che, per l’ennesima volta, la cultura laica si trovasse in stato di subalternità, incapace di intervenire pragmaticamente sul piano delle politiche pubbliche e delle strategie di “riduzione del danno” e, insieme, su quello dell’elaborazione di un proprio – autonomo – sistema di valori.
In altri termini, sono decisamente favorevole a un dibattito pubblico sulle implicazioni etiche relative all’interruzione volontaria della gravidanza: e tuttavia va riconosciuto che un tale dibattito nasce profondamente condizionato da un grave errore di metodo. Non è un caso che la cultura laica si sia attestata – doverosamente, ma anche ambiguamente – su una trincea che è tutta e solo di natura difensiva: la 194 non si tocca. Sul resto, ovvero quelle che ho definito le implicazioni etiche dell’interruzione volontaria della gravidanza, non si è trovato alcunché da dire. Si è realizzato, e per l’ennesima volta, uno scenario scoraggiante: sulle questioni insensatamente definite “eticamente sensibili” abbiamo, da una parte, una  cultura laica tutta concentrata in una funzione pragmatica e di utilità sociale, meritoria ma limitata: in un ruolo di operatore sanitario, assistente volontario, sindacalista di consultorio familiare; dall’altra parte, una cultura cattolica, democratica o reazionaria, di sinistra o di destra, che risulta l’unica titolare del “discorso morale” espresso in pubblico. Non diversamente è accaduto a proposito delle unioni civili: da una parte, l’opzione laica col suo corredo di diritti e doveri, di garanzie da dare e di previdenze da assicurare, di bisogni sociali da soddisfare e di tutele da salvaguardare. Dall’altra parte, l’opzione cattolica tutta concentrata sulle grandi questioni dell’amore coniugale e della relazione eterosessuale monogamica, delle forme “naturali” di vita e di procreazione, della famiglia quale cellula essenziale della organizzazione sociale e dei mondi vitali. Insomma, nella sfera pubblica, ma anche nella vita quotidiana è come se emergesse una, e una sola, morale: quella di ispirazione religiosa e di impianto confessionale; quasi che non vi fosse – o comunque non fosse cercato, tentato, sperimentato – un altro sistema di valori, basato su una concezione morale, di derivazione non religiosa; quasi che sull’aborto o sulle unioni civili, sulle questioni “di vita e di morte” non possa esservi una opzione etica altrettanto robusta, non intollerante e non integralista, riferita a una idea del mondo e delle relazioni tra i viventi, eticamente fondata. In assenza di questo, e del lavoro faticoso e paziente per elaborarlo, l’esito è scontato: la politica laica come una sorta di patronato sindacale e di associazione dei consumatori di diritti; la politica cattolica come una missione etica. Va da sé che è la seconda a prevalere.

Luigi Manconi