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con una nota di Goffredo Fofi
Sulla figura e l’opera di Michele Ranchetti, che ci ha lasciati il 2 febbraio a Firenze, la nostra rivista si sente moralmente obbligata a ritornare in futuro. La pubblicazione sul numero scorso di molte sue poesie, in gran parte inedite (una raccolta sistematica verrà proposta prossimamente da Quodlibet), la pubblicazione in questo numero del breve testo su don Milani che mi ha consegnato con le poesie l’ultima volta che ci siamo visti, a Santo Stefano del 2007, illustrano alcuni aspetti importanti della sua attività, che fu però molto varia, secondo modelli più rinascimentali che moderni. C’era infatti in Ranchetti qualcosa degli antichi umanisti curiosi di troppe cose da riuscire a contenerle in una sola scelta, ed è davvero difficile distinguere tra i suoi scritti (ma si dilettava con competenza anche di pittura e di musica, e cioè dipingeva e suonava) quel che è del filosofo e quel che è dello storico, del teologo, dello studioso di psicanalisi e del poeta (e a chi gli chiedeva di definirsi, rispondeva: “sono un poeta”). Colpivano la sua sicurezza – certamente favorita anche dalle solide origini borghesi – e la chiarezza argomentativa, colpiva lo sprezzo di ogni opportunismo, ma colpivano soprattutto la curiosità a vastissimo raggio, non solo per i fenomeni intellettuali, e la sua apertura e generosità, insieme con la prontezza e la precisione del giudizio. Alle due qualità umane che mi sembra caratterizzino gli individui migliori, specialmente in questi aridi tempi di egotismi ed egoismi, egli aggiungeva però la vastità della scienza e delle competenze, e la passione del ragionare e del ricercare. A quanti giovani intellettuali, più o meno confusi, non ha dato prima o poi una mano, anche per avviarli alle loro specializzazioni e carriere? Se per molti aspetti Ranchetti pareva somigliare a un Fortini o a un don Milani, lo distingueva però dall’intelligenza, cultura e presenza del primo, la disponibilità umana e dal secondo il rifiuto di stare nell’ordine della Chiesa. (Il breve testo su don Milani che segue, è perfettamente coerente con le posizioni durissime da lui espresse nel numero di “L’ospite ingrato”, già segnalato da “Lo straniero”, sulla deriva cattolica e sugli ultimi pontificati.) Un “eretico” conseguente. I suoi libri e interventi resteranno, fanno parte già da tempo del miglior patrimonio della cultura italiana del Novecento. E in chi ha avuto il privilegio di frequentarlo e sentirsene amico, resterà il ricordo di un’intelligenza e cultura d’eccezione, di una personalità senza pari, di un vivificante calore e di una calorosa persuasione. (g.f.)
La mia è solo una testimonianza. Non un giudizio critico sul bel libro di don José Luís Corzo, “Lorenzo Milani. Analisi spirituale e interpretazione pedagogica” (Servitium) tanto meno sulla figura e l’insegnamento di don Lorenzo Milani. L’ho conosciuto prima che si facesse prete, e ho parlato a lungo con lui, o meglio l’ho ascoltato. Ma di altre cose, allora per lui importanti, per me ancora oggi. L’ho rivisto sul letto di morte, poco prima della sua fine. Ero stato picchiato dalla polizia per aver partecipato a una “adunata sediziosa” contro la guerra nel Vietnam e Lorenzo senza condolersi o compiangermi mi ha solo chiesto se avessi sporto denuncia. E mi ha invitato a farlo. Conservo quindi, direi soprattutto, l’idea che lui incarnava per me, della necessità della giustizia. Una giustizia sul letto di morte, dove per solito si crede trovare tolleranza e perdono da parte di chi muore. Mi ha chiesto, allora, di far propaganda per il suo libro, “Lettera a una professoressa”. Anch’esso una denuncia. Sono passati molti anni, e in questi anni non ho mai ripensato al suo insegnamento, non ho mai preso parte a una sua “rinascita”, scandita negli anniversari, né ho promosso o partecipato agli inviti delle mille Barbiane nel mondo. Sono rimasto in disparte dagli omaggi, soprattutto perché mi sembravano estranei e lontani dal ricordo che avevo di lui e promossi da quei suoi ragazzi, che anch’essi sembravano estranei e diversi, così sfacciati e sicuri di sé, arroganti e ispirati dal possesso di una verità che non riconoscevo in quel che dicevano e facevano. Certo don Lorenzo non era un mite e sapeva e voleva essere sgradevole. Ma, vorrei dire, in nome di Dio e di nient’ altro. Non di un metodo pedagogico, giustamente discutibile e soprattutto non trasferibile perché legato alla sua figura del prete maestro in una situazione anch’essa irriproducibile di assenza di altri e di altro. Appunto senza alcun contesto se non quello provocato da lui dei poveri esperti chiamati a riferire malamente, perché intimiditi, il po’ di disciplina loro ascritto, e soggetti al giudizio severissimo e di estremo rigore intellettuale di Lorenzo. Neppure di un’esperienza religiosa come per solito si configura nel difficile itinerario della mente a Dio in un lungo processo di conversione, perché, così mi sembrava, la conversione di Lorenzo da quello spavaldo giovane che voleva farsi pittore a quel morente che imponeva giustizia e la ispirava con la sua morte esemplare è stata un fatto assoluto, una chiamata a voce altissima da parte di Dio e un’obbedienza altrettanto assoluta da parte di un giovane ricco. Senza mediazioni. Non riesco quindi neppure a immaginarmi un’eredità religiosa di Lorenzo che, secondo il carattere della vocazione nell’accezione originaria di chiamata, non ha mai discusso di religione o di dottrina e non può essere in alcun modo ascritto al rinnovamento ispirato dalla convocazione del Concilio Vaticano né tanto meno a forme di dissenso cattolico. “Il papa fa il suo mestiere e io faccio il mio” così avrebbe detto a qualcuno di noi, forse a me. L’idea del mestiere, anche del mestiere del prete, era in lui ben presente, e spesso, come si ricorderà, parlava della sua “ditta”, intendendo la Chiesa. Anche a questo riguardo, prevaleva in lui l’idea di una chiesa che fa bene il suo mestiere e se sgarra, non è per errori di teologia ma per carenza di giustizia. Come tutto questo sia lontano dai nostri giorni, e anche dai giorni della Chiesa di oggi è più che tragicamente evidente. Ho sentito parlare dell’avvio di un processo di beatificazione di don Lorenzo. Posso solo augurarmi che se mai questo dovesse avvenire, esso abbia a provocare, come prima conseguenza, la cacciata di molti esponenti del clero vivi e morti per fargli posto. Michele Ranchetti con una nota di Goffredo Fofi
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