Archivio 2008 Marzo - N. 93 Bajani: un de profundis a Bucarest
Bajani: un de profundis a Bucarest
di Marcello Benfante   

È un libro duro e terso, “Se consideri le colpe” (Einaudi) di Andrea Bajani, che con rigore morale e perfetto nitore stilistico narra l’elaborazione di un lutto e un viaggio di formazione, una catabasi, un rito di iniziazione alla vita, quella agra e vera che nella nostra letteratura e nel nostro cinema contemporanei non c’è quasi mai. Il trauma da cui muove è quello del Camus di “Lo straniero”, la morte della madre, la fine di un mondo. Ma il tema esistenziale s’innerva in una piccola epopea storica e in un dramma collettivo, nel contesto sociale e politico di una Romania vitale e al tempo stesso funebre, giovane e decrepita, bella e insieme mostruosa.
È un po’ “Lamerica”, l’Albania di Amelio, questa Romania ossimorica di Bajani: un Far West (o Far East) d’illimitate potenzialità, un Eldorado degli speculatori, a patto di avere pochissimi scrupoli, un Medioevo lanciato incontro al futuro. Nella sua campagna ancora arcaica sorgono uno dopo l’altro i capannoni industriali di lamiera con in cima le varie bandiere nazionali, come tanti fortini di una colonizzazione inarrestabile, simboli di una nuova geografia economica e politica. La voglia di riscatto di un popolo rimasto troppo a lungo ai margini dell’Europa si accompagna a un atteggiamento apparentemente servile in cui un trattenuto ritegno esprime il desiderio di espiazione di un’intera comunità, che tuttavia agli incubi del passato rischia di sostituire il delirio di onnipotenza di un neocapitalismo arrogante.
Se la Romania è il mondo nuovo e l’epicentro di un’industrializzazione selvaggia e in continua espansione (almeno fino alla prossima implosione), l’Occidente opulento e decadente è a sua volta l’America in cui approdare in cerca di fortuna: alla frontiera due colonne si muovono in senso opposto, quella dei camion della ditte italiane, francesi, tedesche venute a impiantarsi in un terreno vergine, dove ogni merce è a basso costo, e all’inverso quella degli emigranti romeni che si proietta verso un futuro insidioso e infido ma allettante.
In una Bucarest postmoderna e fatiscente, gremita di cani e di stranieri, giunge Lorenzo per celebrare i funerali della madre che da molti anni si era stabilita in Romania per ragioni di lavoro e sentimentali. Fallite entrambe, queste motivazioni, e crollate con esse le ragioni di una vita, il rapporto fortissimo con il figlio, crudelmente abbandonato alla custodia di un padre-nonno putativo, e il rispetto di se stessa, del proprio talento e del proprio corpo.
Nel luogo in cui l’immaginario ha collocato il mito di Dracula (che campeggia sugli zaini dei turisti che mitragliano di foto le vestigia del comunismo crollato, ma soprattutto si attualizza e realizza nei veri vampiri della new economy) questa donna in carriera è diventata uno zombi, un morto vivente cui è precluso il ritorno e interdetto il domani. Per contrappasso, lei che aveva progettato una macchina dimagrante, una sorta di grande uovo della trasfigurazione, diviene un “corpo esploso, deforme”, gonfio e grasso, goffo e malato, un relitto alla deriva, marcescente e maleolente, qualcosa di nauseabondo, tra il buffo e l’orribile, da nascondere, da sottrarre alla stessa pietà.
Il falso progresso della democrazia dietetica millantato a mascherare l’osceno imbroglio di una tecnologia inutile esportata nelle aree depresse del mondo (laddove, come recita un proverbio cinese, “quando i grassi dimagriscono i magri muoiono”, ovvero mentre i ricchi pensano alla linea, i poveri crepano di fame) subisce la nemesi di una terribile metamorfosi.
E l’uovo miracoloso, la capsula fantascientifica di un futuro snello e seducente, simbolo di rinascita e rigenerazione, si converte nel suo opposto, la bara matrioska di un trapasso verso l’ignoto, “scatola nera” di un ultimo viaggio nell’altrove supremo. Ma forse le parti s’invertono ancora e l’uovo sterile fa posto a una bara feconda, che è pure culla e altalena, in cui finalmente ha luogo una presa di coscienza, un rispecchiamento, una resa dei conti liberatoria e catartica, più volte agognata pur senza necrofilie, che forse suscita vertigine e riso, il sollievo di un distacco dalla pesantezza del vivere.
Perché forse il morire è come quando si spengono d’un tratto, tutte insieme, le luci che illuminano le strade: un battere di ciglia, un istante che sfugge all’occhio meno che attento. Morire è un po’ partire, lasciarsi tutto alle spalle, oltrepassare il confine (non si sa mai quanto clandestinamente). Ma anche vivere implica questo guado. Varcare la linea rossa del coraggio, quella che a Lorenzo era stata indicata dalla madre come un ponte fra l’Italia della famiglia e la Romania dell’avventura.
Nella sua “camera verde” il piccolo Lorenzo, crescendo in solitudine col taciturno e malinconico vicario paterno, colleziona i souvenir che gli manda la madre lontana e nomade, fino a farla diventare museo e planisfero della sua assenza. Una cartografia del dolore e della mancanza si va così componendo in sostituzione della figura materna. E non a caso, sebbene fortuitamente, una croce sul mappamondo, che doveva indicare l’ubicazione della casa di Lorenzo, scivola verso sud fino a collocarsi “tra la fine dell’Italia e l’inizio dell’Africa”, ovvero in quel Canale di Sicilia infame teatro di naufragi e di esodi tragici, di mille zattere della Medusa e mille Phlebas spolpati dalle maree. Lasciare la madre patria in cerca di un destino, come fecero in massa gli italiani, come oggi fanno i romeni, indesiderati e sospettati gli uni e gli altri, è la grande traversata dei forzati della globalizzazione. Lorenzo invece insegue il fantasma della madre, si rifugia nel suo ventre-bara per immedesimarsi nella sua morte, cerca il contatto con le sue cose (lo spazzolino, le lenzuola impregnate del suo odore) per ristabilire un rapporto spezzato due volte, ma che un tempo era di intima complicità.
Bajani espunge dalla sua prosa chiara e asciutta ogni consolazione, ogni retorica esistenzialista, e impietosamente descrive un mondo, dall’una e dall’altra parte della frontiera, prostituito al denaro in cui vige la regola aurea della sopraffazione e dello sfruttamento. Ma lascia trapelare un senso di tolleranza e di comprensione per le debolezze umane. Il titolo, tratto dal salmo 129, il “de profundis” inserito nella liturgia vespertina del Natale su cui meditò Sant’Ambrogio, suggerisce una possibilità di redenzione nell’accettazione delle colpe proprie e altrui, ovvero dell’ineludibile fragilità e precarietà del nostro essere.
Ritrovare la madre, devastata dopo un solitario declino dalla vecchiaia e dal senso di colpa, dalla sconfitta e dalla disillusione, è ritrovarne intatto l’amore, ancorché indicibile, incomunicabile, rintanato nel silenzio interiore. Ma Bajani rinuncia pure a ogni ieratico tono penitenziale. Nessuno va assolto. Nessuno va confortato. Soprattutto è il male della storia a non potere essere ridotto in cifre (come l’orrido palazzo di Ceausescu), in asettici computi di dare e avere, in partite che bilanciano e si chiudono. Il conto resta aperto, anche se si può perfino andare fieri di un tiranno che fugge in elicottero come un “supereroe” (o un deus ex machina all’incontrario) e costruisce una reggia megalitica che può scorgersi perfino dalla luna. Così come ci si può inorgoglire funestamente di un pionierismo economico brutale e volgare che produce una facile ricchezza e un devastante sviluppo. Se il male diventa un numero si banalizza, scompare dietro l’oggettività dei calcoli, di una sorta di inconfutabile matematica dei valori di scambio.
Con voce sommessa e intensa, come un grido silenzioso, soffocato da una pudicizia del dolore, che è una limpida lezione di concisione e di precisione, Bajani ritrae insieme, in contraltare, lo squallore degli affaristi riciclati e la grazia di un addio filiale. Come dire cronaca e poesia, vera inchiesta e autentica letteratura nella sintesi di un romanzo densissimo che con accenti talora agostiniani attualizza e contestualizza il grande tema universale della responsabilità morale.

Marcello Benfante