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I tre romanzi migliori degli ultimi mesi parlano di mamme, due scritti da donne (“Cuore di mamma” di Rosa Matteucci e “Lo spazio bianco” di Valeria Parrella) il terzo, “Se consideri le colpe”, da Andrea Bajani, e di esso dice tutto il bene che merita Benfante in questo numero di “Lo straniero”. Si può leggere questa coincidenza come un caso, o come il segno di una trasmissione difficile, di un passaggio generazionale che non dà alcun valore alle figure paterne semplicemente perché non lo meritano – metafora per metafora, viene da guardare alla politica, alla chiesa, agli educatori, alla classe dirigente nella sua totalità... – e che preferisce confrontarsi con quelle, spesso non migliori, ma decisamente più supine e in vario modo più vittime, delle madri, catena però indispensabile, ineludibile, coinvolgente e dolorosa, e potremmo dire per sua stessa natura viscerale. Non c’è molto di positivo nelle figure di mamme della Matteucci e di Bajani, anche se la madre arterioscletorica della Matteuci non ha azzardato mai alcuna rottura dell’ordine, alcuno sforzo di emancipazione e autonomia mentre quella di Bajani, di una generazione successiva, cresciuta dentro gli anni del disastro antropologico del paese, ha puntato tutto, fallendo, su una scelta di realizzazione di sé che viene travolta da un contesto feroce, pur sempre maschilista. Diverso è il caso della madre messa in campo dal romanzo di Valeria Parrella, che ha un qualche fondo autobiografico poiché Valeria Parrella si è trovata a vivere una storia simile a quella della Maria del romanzo. La madre di Maria è assente (al contrario della protagonista di “Cuore di mamma”, che ha una madre e non ha figli e una sua famiglia), è lei la madre che racconta, nel romanzo una quarantaduenne, mentre Valeria di anni ne ha 34. Maria è anche napoletana, e pure questo conta, e per di più l’autrice le offre un contesto e una tradizione, un rapporto con una parte perdente della città, quella operaia, e con quella emergente degli immigrati. Conta perché permette un paragone immediato con una storia che si è sviluppata dal mondo del vicolo come catena primaria di rapporti e violenze e solidarietà (vedi il teatro di Viviani) alla socialità chiusa della famiglia (Eduardo) che si è data l’alibi retorico dei Mario Merola per il quale i figli sono “piezz’e core”, con grido e recita insinceri. Cartoline ben diverse dalla realtà, che è disgregata e feroce a Napoli come e più di altre, e soprattutto, con buona pace dei vescovi e celibi, nella famiglia. Irene, la bimba molto prematura di Maria, non ha padre, perché il padre se l’è squagliata, come tanti, all’annuncio del suo prossimo arrivo. Tutto il romanzo è come sospeso nello “spazio bianco” del titolo: tra probabilità di vita, di morte, e di handicap duraturo o non duraturo. I personaggi indimenticabili che attorniano Maria non sono quelli degli uomini ma quelli delle donne che stanno come lei nell’attesa, nella sospensione, nello “spazio bianco”. Dal parto di Maria cosa nascerà o cosa non nascerà? “Mia figlia Irene stava morendo o stava nascendo, non ho capito bene”. Anche se il romanzo della Parrella è rigorosamente realistico, al contrario di quello di Bajani, dove ogni accostamento e rimando sono intensamente voluti, ci è impossibile non allargarne il significato e non vederlo anche come un’indicazione del tempo sospeso che è il nostro – produttore di novità, oppure di continuità, oppure di disastro? I limiti di “Lo spazio bianco” stanno in alcune concessioni al “romanzo” (una embrionale love story, le figure proletarie di contorno edificanti, l’“invio” finale che è di speranza un po’ forzata) ma i pregi stanno tutti nel racconto tesissimo di questo presente che è anche nostro, di tutti, di un tempo “dilatato e fermo” di tensione, e nella durezza e quasi voluta freddezza della protagonista di fronte all’attesa, nella sua risposta alla sua solitudine. Nel confronto con le possibilità di una morte, che la costringe alla “confidenza con la morte”. Il risultato è un seguire la vita con ostinata serietà e fuor di ogni alibi, nei modi in cui la vita oggi si impone, tra “colonne d’Ercole” che di continuo vanno attraversate, senza porti tranquilizzanti dove fermarsi. “Lo spazio bianco” è pieno di pagine ammirevoli e dimostra la maturazione di una scrittrice che ha molto da dire, nonostante le concessioni di cui si diceva (perché più che di un romanzo si tratta di un “récit” cui gli inserti da romanzo nuocciono più che aiutare). Forse la Parrella – come anche Bajani, che però ha un controllo perfetto della sua materia – vi ha voluto dire troppo, ma certo non è questo un difetto, in una letteratura che dice pochissimo per compiacere il mercato (e anche qui le donne non scherzano, dalle inutili Comencini e Agus ad altre e tante rosee compiacenti consolatrici di lettori e lettrici!). Perché la vera scommessa della Parrella sta dove deve stare: nello stile, nel linguaggio, nei modi del racconto, nella precisione di una prosa che dice le cose senza infiorarle, ma sa usare le parole giuste per dirle, nelle giuste sequenze. Le parole (e le immagini) mentono sempre di più, ma qui si vuole – quasi sempre – che non mentano, antipatetiche per indignazione verso le patetiche, antipatetiche per libera scelta. Di questo andrebbero citati a riprova molti passi esemplari, ma preferiamo indicarne uno che solo in apparenza non sembra avere a che fare con il tema centrale del libro, anche se è pienamente dentro il nostro “spazio bianco”. Parlando del suo lavoro di insegnante serale di recupero, Maria parla di un giovane allievo russo, Ivan, che “mi rilanciava un senso generale dell’esistenza che noi non sapevamo più accogliere, di cui non potevamo più essere depositari per il solo fatto di vivere in un mondo volgare e distratto. Che noi vivessimo in questo mondo senza aderirgli, partecipando e combattendolo il più possibile, era cosa evidente solo ai nostri occhi miopi. Bastava passare il confine verso gli Urali, o essersi evitati gli ultimi trent’anni di vita italiana, per riportare il nostro distinguo a quello che era: una sfumatura da pagina culturale.” Valeria Parrella è uno di quei rari autori che sanno guardare capire raccontare quest’Italia, un po’ o molto abbietta, in attesa di ulteriori degradi o di radicali cataclismi, o di qualche piccola e faticosa rinascita. Goffredo Fofi
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