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Questo articolo uscirà troppo tardi per sperare di partecipare, nel suo e nel nostro piccolo, alla campagna elettorale. Non mi resta allora che dare l’indicazione di un solo voto: il mio. La campagna elettorale in Italia come si sa è ininterrotta, eppure paradossalmente si affievolisce proprio quando arriva davanti alla montagna elettorale. Dovremmo cominciare a chiamare così il periodo ufficiale dell’apertura dei comizi e della chiusura delle liste, perché da quel momento in poi “qui non si fa politica” ma ci si assesta e ci si allena al gioco del “padron del monte”, che non è una metafora della presa del potere ma una contesa rituale per la monta e la fertilità della nazione. E c’è chi se la vuole fare in piedi – Rialzati Italia! – e chi com’è sempre stato fra bestie, alla pecorina. Stavolta la montagna elettorale incombe poi in primavera e questo ha aiutato la potatura delle alleanze e la fioritura dei sondaggi, l’aumento delle quote rosa e il ricambio generazionale. E così fra donne e giovani, operai salvati dal fuoco e industriali salvati dalle acque, la sinistra si presenta a gareggiare per la magnifica Parte di Sotto; dall’altra, a destra, dietro l’effige restaurata del Capo (chirurgicamente identica a quella di più di un decennio fa), il seguito dei cortigiani e degli avvocati, imprenditori rampanti e pensionati irredenti, giovani fascisti di ieri e soldati federalisti di domani, ripresenta il corteo ormai storico della nobilissima Parte di Sopra. Inutile dirvi chi si siederà sopra il monte citorio. Ma l’importante è avere già vinto, ovvero partecipare. Uno spirito olimpico fin troppo pacifico caratterizza questa tornata elettorale, con dispetto dei sacerdoti dell’informazione che vorrebbero almeno un testa a testa e magari qualche testa coda per poter fare più spettacolo. Fin dai primi commenti i giornalisti si sono mostrati impazienti e irritati per un fair play che non fa strisciare la notizia: Berlusconi avrebbe sbagliato ad “accettare il terreno di gioco di Veltroni”, quello del coraggio di presentarsi da soli (dopo opportune fusioni e trasfusioni, com’è ormai legge dello sport). Ma è anche vero che Veltroni lo ha facilitato accettando di vendere la partita (altra abitudine sportiva), accontentandosi della riforma del torneo che si sta avviando verso un bipolarismo quasi perfetto. Attorno ai due maggiori contendenti, gli altri fanno rumore e danno colore con la loro lotta per la sopravvivenza, superando soglie di sbarramento e cercando interstizi di collocamento. Anche loro però non alzano l’ascolto né l’attenzione: il solito carnevale dei poveri, con vestiti arcobaleno e fiaccole tricolori, segni di croce e rose mistiche, su su fino al mistero buffo del partito della vita – versione alta e “culturale” dei più ruspanti partiti della forchetta di una volta. Dalla commedia all’italiana alla tragedia vaticana, finalmente anche gli embrioni hanno diritto al voto. O almeno all’ex-voto di un consunto consigliere del re che ha deciso di ungersi anche lui promuovendosi al ruolo di cardinal nepote. E pensare che molti continuano a pensare che Ferrara è un tizio intelligente. Ma come si fa appunto a pensare che i politici italiani – incapaci a risolvere i problemi della vita quotidiana – possano svolgere un tema sulla vita pre-natale? Come si fa a investire degli amministratori che già non si raccapezzano davanti all’economia della borsa con discorsi che riguardano la filosofia della vita? Per fortuna tutti gli hanno risposto che per certi argomenti vale la libertà di coscienza. E nessuno più dei politici può vantare in effetti una libertà dalla coscienza pressoché totale. Anzi, come si sa, il prerequisito per “candidarsi”, è quello di smacchiarsi il peccato originale del pensiero per poter essere più determinati nell’azione. Tutto il contrario di quello che viene richiesto all’elettore-peccatore: dimenticare per sempre la possibilità di un’azione efficace e farsi venire un accidenti di pensiero qualunque che possa giustificare il proprio voto.
A essere sinceri a me non è mai capitato di votare per chi mi pare. E ancora meno per chi mi piace. Da tempo poi – e questa è la cosa più triste – ho capito che questa situazione non è affatto originale ma generale, e forse l’ultima distinzione sta nel fatto di ammetterlo. Anzi, per essere precisi, sta nella mia ostinazione a votare comunque e in fondo a votare chiunque. Non proprio qualunque parte o partito, visto che non sono mai riuscito a uscire dall’area di sinistra; ma nel frattempo anni di bradisismi e smottamenti hanno cambiato le mappe catastali e le liste elettorali oltre la confusione, fino alla comunione. Non voglio farla lunga sui partiti tutti uguali e sugli arrivati, sempre gli stessi. Voglio al contrario dire che non è vero che non ci sono novità sotto il sole dell’avvenire: a ogni scadenza elettorale il nuovo avanza fin troppo e troppo velocemente. Non è il nuovo che aspettavo, ma proprio questo rende più autentica e sorprendente la novità di elezioni che, almeno per me, non costituiscono più un’occasione politica ma appena una tentazione apotropaica. In fondo io le aspetto e le uso per fare gli scongiuri: ieri, per fingere di fare il tifo per una squadra che perde; oggi, per fare il malocchio a un campione che non c’è. Sempre, per scommettere sulla sconfitta di qualcuno piuttosto che sulla vittoria di tutti (come invece regolarmente succede). Insomma, anziché fare una croce su una scheda per me è come giocare una schedina, che ha una possibilità su un miliardo di vincere e nessuna di convincermi. È poco, è risibile, è anzi ridicolo, ma tant’è: non riesco ad astenermi. C’è gente che smette di votare e si sente meglio – mi dicono. Anche smettere di fumare è salutare, ma non ce la faccio. Andrò a votare dunque, ancora una volta, inevitabilmente. E dovrò scegliere come e per chi, o meglio cosa e contro chi. Sogno un futuro con delle elezioni davvero democratiche come quelle del Grande Fratello, in cui si possa finalmente votare non solo per qualcuno ma anche contro qualcun’altro. Scommetto che sarebbero in tanti a scegliere il voto negativo, anziché quello di fiducia o di clientela o di simpatia. Non cambierebbe nulla sul piano del governo ma si abbasserebbe la protervia del potere. Alla fine, fatta la somma algebrica, il partito vincente potrebbe vantare un risultato sotto zero appena migliore dei partiti perdenti. Dovrebbe ammettere che è il meno odiato ma non il più amato degli italiani. Con il vantaggio di diminuire l’arroganza del potere e di aumentare la responsabilità del servizio. Ma questo all’elettorato non piace. Gli sembrerebbe il giorno del giudizio e non quello dell’“È sempre Natale” e della collettiva identità. In verità, io invidio quelli che ancora giocano la schedina insieme, come facessero un sistema. Il mio “gratta e non vinci” è invece solitario, e nella migliore delle ipotesi si verifica sempre il peggiore dei risultati.
I risultati questa volta si sanno dall’inizio, tanto che Berlusconi li ha ripetuti durante tutta la campagna soltanto per abituarsi e per farsi coraggio. Gli toccherà di governare e – a conti fatti e a cause penali chiuse – la faccenda lo diverte poco o niente. Lui è un televisivo, anzi un televisore che preferisce trasmettere più pubblicità e meno programmi. Il fatto che fin dal primo giorno abbia già venduto il prodotto, ha svuotato la sua azione di propaganda “porta a porta” e spento quasi del tutto la sua eccitazione. Avendo cioè vinto da subito le future elezioni, non c’è gusto né durata nella sua erezione. È una vittoria precox, ma in più non è nemmeno una vittoria conquistata da lui ma sancita da un Elettorato ormai diventato autonomo persino dal suo alto fattore. Un elettorato per il quale non valgono i sondaggi ma servono i carotaggi, visto che si è solidificato, stratificato e infine identificato con quasi tutto il territorio di questo nostro paese di merda. Mi spiego meglio, l’elettorato prima di dividersi in destra e sinistra, è tutto intero e ormai lo sa. Oggi non ha più bisogno di un radicamento, perché si spalma come un comportamento pervasivo anche senza nessuna idea persuasiva. Non servono più le sezioni e le parrocchie dei vecchi partiti di massa. Oggi è la massa che è un partito, e il voto non va più inseguito, orientato, conquistato. L’elettorato è già convinto ed ha già stravinto: è lui che fa il risultato molto prima che si giochi effettivamente la partita. In altre parole, lui è già dall’altra parte della montagna quando i partiti cominciano appena la loro campagna. È davvero il caso di dire – ma stavolta a Berlusconi – “ben scavato vecchia talpa!” Ormai la cosiddetta stragrande maggioranza degli elettori sta dalla parte dell’interesse privato contro ogni atto pubblico, dell’egoismo pietoso e dell’altruismo peloso, del malcostume e della maleducazione, della comodità della sudditanza e della vocazione al servilismo, del familismo senza più famiglia (promossa a valore aggiunto) e del clientelismo senza più azienda (riconosciuta come valore primo). L’elettorato in definitiva sta aspettando che i partiti arrivino fino a lui, e se ne frega dei piccoli passi dei loro programmi e delle grandi balle delle loro promesse: sta aspettandoli dove ancora non osano arrivare, al nucleare e alla pena di morte, ai lavori forzati e alla castrazione chimica, alla differenziazione fra i sessi e alla disuguaglianza fra le etnie, alla libertà del profitto e alla selezione per merito, eccetera e ancora eccetera e purtroppo eccetera. Non tutti gli elettori la pensano così, ma sanno di partecipare a un elettorato che tutto intero obbedisce alla dittatura delle maggioranze e funziona con la stessa inerzia e la stessa potenza dell’audience: un corpaccione globale sempre soddisfatto o assuefatto, che manda in onda le commoventi storie di singole miserie e singolari disgrazie, ma manda in orbita soltanto l’immagine plurale e imperiale di sé. Ebbene, l’elettorato stavolta ha già svoltato prima di votare. Il risultato delle elezioni non possono che confermarlo per quello che è, e soprattutto per quello che non è. Non è più ad esempio sinonimo di Popolo (se non in Lombardia); ancor meno c’entra con la Nazione (dell’ex-alleanza di Fini) ma nemmeno con la nazionale di calcio presa a modello da Forza Italia; infine non ha ovviamente nessun rapporto con lo Stato di cui è il tradizionale anticorpo. Ma la sua vera novità e la sua completa autonomia sta nel fatto che non ha più niente a vedere con la Società. O forse è la società che non si fa vedere da tempo e che l’elettorato non riesce più a surrogare. Non c’è un sociale riconoscibile, da vivere o appena da bere. Non c’è un tessuto di rapporti solidali o un insieme di attributi identitari a cui, per così dire spontaneamente, si possa o si voglia fare riferimento. Quando i partiti si rinnovano prendendo “prestiti” dalla società civile, ieri ci si chiedeva quando poi glieli rendono, oggi invece dovrebbero spiegarci dove li prendono. Forse la sola differenza fra un professionista prestato alla politica e un professionista della politica è che il secondo non ha un vero mestiere. Se non dovesse essere eletto, un politico cosa fa? E dove va? Lo sapremo seguendo il destino del povero Mastella, traditore per amore. Ma, per non sparare sulla croce rossa, siamo sicuri che D’Alema potrebbe lavorare all’estero? Che Buttiglione vivrebbe di filosofia? Che Veltroni si metterebbe a fare cinema e Bertinotti la rivoluzione? Forse solo Berlusconi può tornare a fare il finanziere, ma dovrebbe stare all’erta quando passa la finanza… Insomma i politici hanno un mestiere ingrato e – da oggi, forse – vita breve. Possono anche essere presi in prestito dalla società, ma non vi possono più tornare, se è vero che sotto i loro occhi ma anche le loro mani, si è man mano volatilizzata. Se l’Elettorato non fa rima né si lega con niente altro, vorrà dire che le Elezioni sono quindi e infine una festa: l’unico e ultimo momento dove una popolazione dispersa si finge e si celebra come corpo sociale. Si prende un giorno e mezzo di vacanza dal suo ordinario sfacelo e si ricompone dentro l’urne, mimando una libertà, una uguaglianza e perfino una rissosa fraternità che non ha altri riscontri né conseguenze, nemmeno il giorno dopo. Il giorno dopo il dì di festa, l’elettorato se ne frega dei problemi del paese, in un certo senso si dimentica perfino dei politici che ha votato. Saranno loro – i politici – ad affacciarsi cinque volte al giorno in televisione per ricordare all’elettore la loro presenza, saranno loro a riempire di gossip la stampa e a litigare come il pubblico finto di uomini & donne, come i tronisti e le veline e i piccoli grandi fratelli. Nella speranza di fare audience, e cioè di titillare e magari resuscitare il fantasma dell’elettorato.
“Perché votare” non è più una domanda da porsi. A una festa non si può mancare senza peccare d’orgoglio e di stupidità. Non vale più il dubbio amletico di quel film dove l’astensione o la partecipazione a una festa potevano comportare un’uguale speranza di essere notati. Oggi né l’una né l’altra scelta contano, e l’unica differenza sta semmai nell’essere contati o viceversa nell’essere dati per scontati. L’astensione non è più un atto ma soltanto un fatto. E in tempo di elezioni i fatti non valgono quanto le opinioni. “Per chi votare” è infine un falso problema. Il vero è sempre stato “contro chi”. Mettendola giù così, si evita di rifare l’elenco degli infingimenti utili e delle precauzioni necessarie, dal naso turato agli occhi chiusi alle mani davanti e soprattutto dietro. Qui non si fa politica e per un bel pezzo non la si farà più. Armati della schedina si può soltanto cercare di scommettere uno contro milioni sulla impossibile sconfitta di Berlusconi. Altri cinque anni di Popolo e di Libertà significherebbero – anzi significheranno, prepariamoci – l’assestamento definitivo di atteggiamenti malsani e di comportamenti odiosi, di valori finti e di norme sbagliate, in una parola di una atmosfera culturale francamente irrespirabile. O peggio, contagiosa. Il cambiamento sarebbe auspicabile è vero, ma ora si tratta di scongiurare il perfezionamento di una già avvenuta mutazione. Un altro mondo non è possibile, e comunque non è questo il momento di parlarne. Ci si potrà lavorare nei giorni feriali, ma non c’entra nulla nel momento festivo della macabra scadenza elettorale. Piergiorgio Giacchè
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