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Non sono cose da Sud del mondo, che ci riguardano solo in quanto osservatori esterni, nelle vesti di giudici imparziali. La proclamazione di indipendenza del Kosovo ci riporta al cuore della storia europea. Al rapporto, se c’è, tra autodeterminazione di una comunità più o meno estesa, indipendenza e maggior grado di giustizia per tutti. Ad alcune questioni nevralgiche: cosa fonda una comunità nazionale? di cosa essa si nutre? cosa legittimamente essa può pretendere? Gli stati federali, sovranazionali, funzionano fino a quando la loro forma di governo è democraticamente accettata e praticata da tutti. Quando invece si ingessano, creano strutture autoritarie, il loro essere multietnici si rovescia nel dominio di un’etnia sulle altre, riproducendo una gerarchia che prima o poi esplode. D’altra parte, le rivendicazioni nazionali tendono spesso a infiammarsi in modi imprevisti. C’è sempre una zona grigia in cui il patriottismo democratico (anche quando rivoluzionario, e c’è anche chi sostiene che le uniche rivoluzioni vincenti siano state rivoluzioni nazionali...) rischia di diventare nazionalismo, razzismo, maschilismo e a sua volta autoritarismo antidemocratico. Di questo la storia d’Italia, la retorica dell’Italia – passata dal Risorgimento al fascismo – è un esempio lampante. I rovesciamenti sono sempre dietro l’angolo. Possiamo definire questi discorsi vecchi quanto vogliamo, anacronistici, figli dell’Ottocento, buoni per gli storici. Ma nelle redazioni e nei circoli intellettuali di Pristina è proprio di questo che si parla, con una buona dose di realismo. Ed è un dibattito importante, perché rivela l’esistenza di una nuova destra e di una nuova sinistra. Nelle ultime settimane i media occidentali, compresi quelli italiani, si sono affannati a descrivere i kosovari come una accozzaglia di pastori, criminali, banditi, disoccupati ed ex-terroristi. Certo, i tassi di disoccupazione sono elevatissimi e, a ben vedere, l’economia agricolo-pastorale è ancora presente, benché decine di migliaia di persone siano emigrate in città. Alle ultime elezioni hanno vinto gli ex guerriglieri dell’Uck, i quali si sono macchiati di violenze gratuite non solo nei confronti dei civili serbi, ma anche degli albanesi moderati che – seguendo la lezione di Ibrahim Rugova – avevano teorizzato all’inizio degli anni novanta una soluzione nonviolenta del conflitto con Belgrado. I clan mafiosi hanno di fatto il controllo di una parte consistente dell’economia legale e illegale, e trafficano alacremente con la camorra e quel che resta della Sacra corona unita... Insomma, la situazione non è delle più rosee, e il protettorato occidentale degli ultimi otto anni – una specie di limbo istituzionale alla cui creazione hanno contribuito anche i militari italiani – non ha fatto altro che alimentare la cancrena. Ma c’è anche un altro Kosovo, fatto di minoranze democratiche e non-nazionaliste, spesso libertarie; un altro Kosovo che ha provato a elaborare un discorso proprio sulla democrazia e l’autodeterminazione diametralmente opposto a quello contenuto nei proclami nazionalisti dell’Uck; un altro Kosovo che rifugge la retorica dei martiri e del sangue, il mito della Grande Albania, i mitra dei paramilitari... Un altro Kosovo composto – si diceva – da minoranze aperte, cosmopolite per formazione; e tra queste va menzionata l’area di giornalisti e intellettuali che si è raccolta intorno a “Java”, settimanale diretto da Migjen Kelmendi (www.gazetajava.com). Da alcuni anni “Java” ha aperto un dibattito intorno alla questione decisiva “chi è kosovaro?”. Su che basi, insomma, costruire il nuovo Kosovo? sulla lingua o sul sangue? sui confini o sui diritti? sulla venerazione del passato o sull’idea di libertà? chi sono i suoi cittadini? Alcuni di questi interventi sono finiti in un libro pubblicato in inglese, “Who Is Kosovar”, da cui “Lo straniero” ha tratto l’articolo di Muhamedin Kullashi che appare su questo numero. Con un’intensa attività pubblicistica il gruppo di Kelmendi ha smontato la retorica nazionalista che attanaglia buona parte della nuova classe politica di Pristina, cioè i ras come il neopresidente Thaci cresciuti nell’Uck. Ha posto con forza il problema dei diritti delle minoranze. E tra queste, in Kosovo, non ci sono solo le enclave serbe. Ci sono anche consistenti comunità di sinti, rom, ashkali, gorani, torbesh, bosniacchi, ebrei... Ha rigettato le subteorie patriottiche fondato sul sangue dei martiri, e ha buttato giù un paio di proposte sensate per la creazione di un “Kosovo di tutti i cittadini”. Forse questi scrittori, giornalisti, attivisti politici sono davvero minoritari, forse incideranno poco sugli eventi futuri. Ma esistono, e stanno affrontando la domanda oggi cruciale: è possibile conciliare, a quasi dieci anni dalla guerra del ’99, autodeterminazione e vera democrazia? E soprattutto, ci può essere una vera democrazia al di fuori di un approccio multietnico? Il Kosovo è oggi chiamato a ripercorrere una strada già percorsa da altri paesi europei, ma è chiamato a farlo nel XXI secolo, non nell’Ottocento, in un contesto regionale e internazionale in cui la globalizzazione dell’economia, della politica, e anche della guerra, ha mutato profondamente il nostro modo di intendere le relazioni statuali e sociali. La dichiarazione di indipendenza del 17 febbraio può apparire anacronistica, una ridicola regressione verso il piccolo. Tuttavia il punto drammatico su cui riflettere è che prima del 17 febbraio sono state bruciate una dopo l’altra tutte le possibili alternative all’indipendenza. Per essere più precisi, la possibilità di creare una regione autonoma all’interno di uno stato multietnico è scomparsa già nella seconda metà degli anni novanta. E di questo i kosovari albanesi hanno colpe infinitamente minori. Giocoforza, la loro voglia di autodeterminazione è stata la risposta più ovvia all’oppressione via via più asfittica esercitata da Belgrado, alle violenze dei serbi estremisti e a quelle commesse dall’esercito e dalla polizia, ai deliri di Milosevic e dei suoi emuli, ai sermoni razzisti e omicidi di Seselj, all’instaurarsi su larga scala di vere e proprie forme di apartheid. È stata l’unica risposta possibile a una rozza forma di fascismo che ha insanguinato i Balcani, non solo il Kosovo, negli anni novanta. Secondo i dati forniti dal Tribunale dell’Aja, nel biennio 1998-99, al grido “Il Kosovo è la terra sacra dei serbi” sono stati ammazzati seimila albanesi e costretti a fuggire non meno di duecentomila uomini, donne e bambini. Per la cronaca, quattromila persone risultano ancora disperse e molto probabilmente giacciono in qualche fossa. Chi paragona il Kosovo ai Paesi Baschi o, addirittura, all’Alto Adige commette, in buona o in cattiva fede, un grave errore. Per quanto i reparti speciali dell’antiterrorismo abbiano sovente fatto ricorso all’uso della tortura contro i militanti dell’Eta (organizzazione sanguinaria che ha ucciso oltre 800 persone), la Spagna democratica non si sarebbe mai sognata di uccidere migliaia di persone a San Sebastián o a Bilbao; né tanto meno De Gasperi o Moro avrebbero mai lontanamente pensato a una soluzione del genere per i tedeschi d’Italia. In Kosovo ciò è accaduto, cambiando radicalmente lo scenario delle soluzioni, recidendo di netto la possibilità di una convivenza sotto lo stesso Stato. Quanto è successo nella primavera del 1999 è noto a tutti. La guerra umanitaria è stata un cumulo di violenze e ipocrisie. Il protettorato che ne è seguito non ha favorito alcuna forma di convivenza, né ha impedito che le frange estremiste mettessero in atto forme di contropulizia etnica. Ma per quanto tutto questo abbia contribuito a ingarbugliare ulteriormente la situazione, non bisogna dimenticare il punto di partenza. Chi aveva in mano le redini del potere, chi ha negato ogni autonomia al Kosovo già alla fine degli anni ottanta del secolo scorso. C’è sempre stata una sproporzione evidente tra le richieste dei serbi e quelle degli albanesi. Una sproporzione che è rimasta nel tempo. Gli albanesi sono sempre partiti, e tuttora partono, dal presupposto che, pur essendo il 90% della popolazione kosovara, sono stati segregati, soggiogati, perseguitati, quasi che sulla loro repressione si fondasse il mantenimento della vecchia Jugoslavia. Belgrado, spalleggiando le enclave serbe radicalizzate (non più del 6% della popolazione complessiva), ha sempre risposto che il Kosovo era terra sacra e che non poteva essere violata da chi serbo non era. Da lì a ora le posizioni sono rimaste quasi immutate. Per quando lugubre e reazionario appaia il principio dell’inviolabilità, in Serbia è stato condiviso ed è tuttora condiviso da un ampio schieramento di forze politiche e intellettuali, da quasi tutti i mass media, da un numero straordinariamente alto di comuni cittadini. Le voci fuori dal coro sono davvero poche. E quando ci sono state, si sono dimostrate molto esili, incapaci di contrastare l’estrema destra e gli ultra-nazionalisti che alle ultime elezioni presidenziali hanno persino sfiorato la vittoria. A Pristina, per fortuna, la situazione è più mobile e dinamica di quanto possa apparire dal di fuori. C’è stato un tempo in cui i nonviolenti avevano un largo seguito, e oggi non tutto è andato disperso. Ora che l’indipendenza è stata proclamata, la principale battaglia culturale e istituzionale da condurre è contro la creazione di un nuovo autoritarismo che mutui in salsa albanese-kosovara i peggiori modi della nomenklatura di Belgrado. Gruppi come quello di “Java” o intellettuali impegnati in politica come Veton Surroi hanno capito che se il Kosovo vuole davvero raggiungere la propria indipendenza (l’indipendenza di tutti i suoi abitanti, e non solo delle élites che sono al governo), e vuole nutrire questa indipendenza di dignità umana e di condivisione tra le differenze, non c’è altra alternativa che gettare le fondamenta di un moderno stato di diritto. Uno stato multietnico che includa tutte le realtà presenti sul territorio, che garantisca sia i serbi sia gli ultimi tra gli ultimi come i rom. Se il loro discorso non rimarrà inascoltato i kosovari (e gli albanesi-kosovari soprattutto) non cadranno nel paradosso di adottare gli stessi metodi dei precedenti oppressori. Le comunità nazionali fondate sul sangue, sul culto dei morti e delle armi, sulla nostalgia della guerra, sull’orrore per i nemici (anche quando le ferite aperte sembrano legittimare questo orrore) smarriscono prima o poi la strada della democrazia. Chiudono le proprie porte al mondo. Si abbandonano all’idolatria delle proprie istituzioni anche quando, come nel caso del Kosovo, sono minuscole. Si trasformano presto in stati-prigione. Grazie all’intervento di queste piccole minoranze culturali, la bozza di costituzione stesa nei mesi scorsi non è stata incentrata sull’etnicismo anti-serbo, alla rovescia, ma su principi democratici e liberali. Certo, è forte la sensazione che la carta sia stata scritta più seguendo i dettami degli Stati Uniti che non gli influssi del dibattito che si è realmente aperto nel paese. Che si sia, insomma, voluto fare bella figura davanti agli occidentali, continuando poi – sotto banco – a gestire le cose diversamente. Da che mondo è mondo, i nuovi governi si comportano sempre in questi termini. Ma proprio per questo è importante capire in che modo l’avversione al nazionalismo e all’odio etnico possa radicarsi nella vita quotidiana, in una situazione già esasperata dalla disoccupazione e dalla debolezza dell’economia. La cartina di tornasole sarò il grado di libertà e autonomia che si concedono alle minoranze (proprio quello che il potere di Belgrado non è mai stato in grado di garantire). E non solo alle minoranze in blocco, ma ai singoli individui in quanto appartenenti a questa o a quella minoranza. Non basta parlare di democrazia occidentale, di Europa, di valori dell’illuminismo. Di polizia efficiente e di lotta alla criminalità. Di governo forte e di confini certi, come pretendono i governi e le polizie dei paesi Nato. Bisogna realmente distinguersi dai precedenti oppressori, disinnescare il proprio nazionalismo e i miti che lo sorreggono, partendo da sé. È una strada difficile da percorrere. Ma, negli ultimi anni, a costo di essere chiamati collaborazionisti e di subire serie minacce, i redattori di “Java” hanno continuato a criticare i proclami ricattatori dei “patrioti” dell’Uck. Per smontare il mito monolitico e astorico della Grande Albania (dell’unione indistinta Kosovo+Albania) hanno addirittura recuperato i vecchi dialetti albanesi soppressi dalla dittatura, argomentando così la tesi che la riscoperta della pluralità deve partire dal proprio campo. Scrivono in “gheg”, una variante linguistica diffusa sia nel Nord dell’Albania che in Kosovo, soppressa nella seconda metà del Novecento sia dal regime di Enver Hoxha (che da ultrastalinista fece della variante “tosk” la sola lingua nazionale), sia dal centralismo di Belgrado, sia – larvatamente, in seguito – dagli stessi nazionalisti dell’Uck che, seguendo il mito delle radici albanesi uniche, hanno adottato la lingua di Hoxha come unica lingua. La sinistra italiana, nelle ultime settimane, si è arrovellata sulla questione se fosse giusto o meno riconoscere l’indipendenza del Kosovo, come se dai propri pronunciamenti potesse dipendere il reale svolgersi dei processi storici, specie nei Balcani. In realtà, come sempre, la storia si fa da sé. Semmai si può scegliere con chi solidarizzare: con le minoranze critiche, con gli infedeli, con i suscitatori di differenze in ogni campo essi si trovino. Alessandro Leogrande
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