Archivio 2008 Aprile - N. 94 Il Kosovo e l’autodeterminazione. 2
Il Kosovo e l’autodeterminazione. 2
di Giulio Marcon   

L’autoproclamazione dell’indipendenza del Kosovo annunciata il 17 febbraio scorso ci invita ad alcune considerazioni di carattere generale che possono essere ricollegate all’evento specifico. Andiamo con ordine e per punti.
1. Il primo è di carattere generale. L’indipendenza di un paese è inevitabilmente collegato al principio dell’autodeterminazione dei popoli, universalmente riconosciuto in numerose fonti del diritto internazionale, nella Carta e in vari documenti delle Nazioni Unite. Nella concreta storia politica delle Nazioni Unite, questo principio era esplicitamente collegato al diritto dei popoli dei paesi del terzo mondo ad affrancarsi dal dominio coloniale (o dalla cosiddetta “amministrazione fiduciaria”) dei paesi europei. In questo contesto il principio di autodeterminazione è stato di relativa facile applicazione, tanto evidente era, esterna e ingiustificata, una situazione di oppressione straniera.
2. Successivamente, tale principio è stato evocato anche in altri contesti e in particolare in aree dove si intrecciavano e sovrapponevano storie di popoli, culture e religioni diverse: aree ad alto miscuglio etnico (con la predominio o l’oppressione di un’etnia su un’altra, come nel caso del Kosovo prima del 1999) e dove i popoli contrapposti hanno rivendicato ragioni e diritti sullo stesso pezzo di terra (si guardi – per non parlare solo dei Balani – al conflitto israelo-palestinese). La caratteristica di questo situazione è che non c’è un unico interesse legittimo, ma una complessità di ragioni e diritti autorivendicati che idealmente dovrebbero essere ricomposti in un quadro accettato da tutti.
3. Nel primo caso (quello relativo ai popoli oppressi dal dominio colonialista) il principio di autodeterminazione era di applicazione abbastanza naturale, nel secondo essa risulta molto più complessa. Se nel primo caso si trattava di liberarsi semplicemente di un oppressore esterno ed estraneo, nel secondo caso si trattava di regolare i conti con un vicino o un convivente (magari autoritario o oppressore). Se nel primo si trattava di riappropriarsi della gestione del proprio paese – già giuridicamente formato, dai confini stabiliti e internazionalmente riconosciuto – sottoposto alla tutela della “amministrazione fiduciaria” – nel secondo caso si è trattato spesso di formare nuovi stati (scompaginando o dividendo quelli preesistenti), di cambiare i confini e di ottenere il riconoscimento internazionale.
4. Recentemente ci occupiamo quasi esclusivamente di casi di indipendenza e di autodeterminazione che si riferiscono al modello dei paesi di contesti multietnici. Spesso ce ne occupiamo come se fossero casi afferenti al modello dei paesi sottoposti a dominio coloniale. Così purtroppo non è; e la rozzezza della politica internazionale è tale che, obbedendo a ragioni di realpolitik o più modestamente a obiettivi del giorno dopo, si creano disastri più grandi dei problemi che si vogliono risolvere: se non si vuole rivendicare la “politica dei due pesi e due misure”, inevitabilmente ogni soluzione sbagliata per un caso è un precedente per un altro caso, che – ovviamente – vorrà essere trattato nello stesso modo (sbagliato).
5. Questo non significa che non sia possibile accettare o rivendicare l’autodeterminazione e l’indipendenza in contesti come quelli del modello dei contesti multietnici. Anzi in molti casi è necessario (i palestinesi hanno diritto a un loro Stato), ma deve essere fatto tenendo conto di alcune regole che salvaguardino i diritti di tutti. Le regole sono fondamentalmente quattro: il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, il rispetto delle minoranze, la consensualità (il contrario dell’unilateralità), il rifiuto del ricorso alla violenza (anche questo contrario al criterio del consenso) per l’ottenimento dello scopo. I casi di soluzione morbida sono rari: tra questi la separazione tra la Repubblica Ceca e la Slovacchia. Nel resto dei casi si ha a che fare con situazioni  assai più dure e non solo per la pervicacia dell’oppressione di un popolo (o di un regime) su un altro, quanto per la percezione dei propri diritti che ognuno ha e che provoca contrapposizione di aspettative, interessi, rivendicazioni. Alex Langer in un intervento ad un convegno a Venezia nel 1994 (ripreso nella raccolta “Fare la pace”, Cierre edizioni, con il titolo “Il ruolo dell’Europa nella crisi del Kosovo”) ha affermato: “Esso (il Kosovo, ndr) è considerato sacro da parte di due popoli, quello serbo e quello albanese; e sapete che i conflitti, intorno alle terre sacre sono particolarmente inestricabili, perché ne va dell’anima dei rispettivi popoli e quindi succede che sia ancora più difficile che altrove intravedere una soluzione non dico facile, ma abbastanza soddisfacente”.
6. In questi contesti procedere in modo unilaterale, usare il ricatto dell’uso della violenza, violare le norme del diritto internazionale per raggiungere il proprio scopo (l’indipendenza) è sbagliato e autorizza gli altri a fare nello stesso modo. Crea frustrazione in chi deve subire la decisione e alimenta – anche a distanza di decenni – un senso di rivincita e di vendetta, di cui la storia dei Balcani è sin troppo satura. Si dirà che il diritto internazionale deve cedere il passo ai diritti umani (comunque i diritti umani sono parte del diritto internazionale), ma alcune norme tanto criticate – in nome dell’ingerenza umanitaria – del diritto internazionale, come l’inviolabilità della sovranità e dei confini di un paese, sono nate proprio a tutela del diritto di autodeterminazione e di indipendenza, che altrimenti sarebbe continuamente rimesso in discussione dall’aggressione di paesi esterni.
7. I popoli che si vogliono autodeterminare rivendicano il rispetto dei diritti umani e questi sono continuamente evocati dalla politica internazionale a giustificazione della legittimità etica e politica delle proprie posizioni e iniziative, anche nel caso del Kosovo. Accanto al successo positivo della promozione e dell’evocazione dei diritti umani (e in Kosovo c’è stata una drammatica pulizia etnica a danno degli albanesi) c’è stato in questi anni una loro strumentalizzazione: in loro nome, si è affermato una sorta di “imperialismo dei diritti umani” che nascondeva interessi geopolitici legati alla politica di potenza e di influenza di determinati paesi. In casi di controversie internazionali e di violazioni del diritto internazionale solo un “terzo” (l’Onu, se fosse più credibile e autorevole) può arrogarsi il potere di valutare, decidere e intervenire (l’ingerenza umanitaria) in nome di un principio di imparzialità e universalità. Chiunque altro (come la Nato e gli americani), lo “può” fare (per modo di dire) ma senza pretendere di essere imparziale e universale. Anzi spesso è guidato solo da interessi geopolitici.
8. Ogni popolo ha diritto all’autodeterminazione nella misura in cui – soprattutto nel contesto di territori multietnici e di stati federali o confederali pre-esistenti – vengano rispettati altri diritti e le regole del diritto internazionale: il diritto delle minoranze, tutti gli altri diritti umani, il rispetto del metodo consensuale e pacifico. Ci si dovrebbe chiedere se l’autodeterminazione debba sempre prevedere come conseguenza la formazione di nuovi stati e non invece forme giuridiche di altro tipo (autonomia, eccetera). Ad esempio le leadership dei kurdi – che certo non hanno sofferto meno dei kosovari – non richiedono un nuovo stato, ma un meno ambizioso riconoscimento di una autonomia dentro le realtà statuali esistenti. Nella deriva etnica degli ultimi venti anni, non solo il Kosovo, ma una miriade di micro-entità hanno rivendicato il diritto all’autodeterminazione dentro la rottura di entità statuali pre-esistenti (altre vere, altre artefatte, eccetera) con conseguenze di vario tipo, tra cui guerre e conflitti. Tra l’altro la equiparazione “autodeterminazione = nuovo stato” (magari fondato sull’appartenenza etnica) è sintomo di una cultura politica debole e arretrata, ancorché inevitabile in popoli cui è stata negata la libertà e l’identità. In questa epoca nuova (quella della globalizzazione) gli stati dovrebbero essere superati e si dovrebbero ricercare nuove strade giuridiche e istituzionali, diverse da quelle ottocentesche della statualità nazionale.
9. In questo contesto, l’autoproclamata indipendenza del Kosovo – senza nulla togliere alla legittima aspettativa del popolo albanese di quel territorio e alla possibilità del risultato finale dell’indipendenza – è, oggi, un evidente errore, oltre che una violazione del diritto internazionale. In primo luogo perché avviene in modo unilaterale e senza il consenso della “controparte” serba e sotto la pendente minaccia del ricorso armato degli eredi dell’Uck. In secondo luogo perché i diritti delle minoranze (serba, gorani, eccetera) non sono stati affatto garantiti in questi anni (come anche ricordato da autorevoli organizzazioni internazionali). Infine perché vi è stata una fragrante violazione del diritto internazionale della sovranità di uno Stato riconosciuto internazionalmente e di una risoluzione dell’Onu (la 1244 del 1999, che riconosceva il Kosovo come parte della Serbia), mai corretta o annullata.
10. Il Kosovo non ha mai avuto lo status di uno Stato, né ha avuto nell’ordinamento della vecchia Jugoslavia lo status di “Repubblica” (erano tali solo: Croazia, Serbia, Montenegro, Macedonia, Slovenia) cui solo la federazione jugoslava concedeva il diritto di autodeterminazione dalla federazione. Aveva uno status di particolare autonomia come provincia della Serbia, i cui governi hanno a partire dagli anni ottanta umiliato e poi soppresso. Anche dunque rispetto al vecchio ordinamento jugoslavo (che è stato invocato dalle altre repubbliche per la secessione) tale diritto per la provincia del Kosovo non era affatto contemplato. Le rivendicazioni di Ibrahim Rugova – il leader nonviolento kosovaro prematuramente scomparso – hanno sempre puntato ad un’autonomia rafforzata per il Kosovo come quella dell’Alto Adige, che nel corso della sua vita ha studiato e visitato più volte.
11. Si è invocato per il riconoscimento dell’autoproclamata indipendenza del Kosovo l’insolito paradigma dell’“errore non rinviabile” (Venturini sul “Corriere della Sera”) e quindi della necessità di fare in fretta di fronte all’ostruzionismo serbo e al rischio di una nuova ondata di violenza o di ribellione albanese se non fosse stato riconosciuto il nuovo Stato. Non si capisce perché la stessa preoccupazione non sia valsa per altri contesti, in altre situazioni. Non si capisce perché otto anni dalla fine della guerra del 1999 siano un periodo troppo lungo per gli albanesi del Kosovo e cinquanta per i palestinesi un periodo non ancora sufficiente, o trenta anni per i nord-irlandesi (e se facessimo votare anche a loro un referendum per l’autodeterminazione che ne direbbero gli angloamericani?) un giusto periodo per arrivare a un accordo. Bisognava continuare a trattare e a ricercare soluzioni intermedie, come quelle proposte dall’Osservatorio sui Balcani (www.osservatoriobalcani.org) del Kosovo come “regione d’Europa” (protetta internazionalmente e con uno status specifico), favorendo nel contempo (al contrario di quello che si è fatto) la democratizzazione della società e della politica serba, per creare un humus favorevole all’eventuale autodeterminazione del Kosovo. Trattare, negoziare e ancora trattare.
12. Le soluzioni etniche all’indipendenza non sono accettabili. E quella del Kosovo ci assomiglia molto. Anche perché, ricorda Langer, “la convivenza non può essere imposta” e, riferendosi in questo caso ai serbi, ma il suo discorso con grande attualità può applicarsi, almeno in parte, ai leader albanesi: “Credo che ci siano due modalità per soluzioni chiaramente etniche: una è quella dell’inclusione forzata delle etnie diverse, cioè dell’assimilazione, della negazione di identità. (…) L’esclusione forzata può andare dalla ghettizzazione alla cacciata fino alla soluzione più tragica dello sterminio” (sempre in “Il ruolo dell’Europa nella crisi del Kosovo”). Non è questo, fortunatamente, il caso della minoranza serba, ma che questa sia stata in questi anni fortemente discriminata e spesso perseguita in Kosovo è un dato di fatto riconosciuto. Che, stante la situazione attuale, il Kosovo sia uno stato monoetnico – alimentando rivalse e frustrazioni e una situazione di instabilità dell’area – è più che un rischio.
13. Il potenziale effetto “domino” del riconoscimento del Kosovo è noto. È un rischio, non ancora una realtà. Ma è chiaro che riconosciuta la possibilità ad alcuni, questa non può essere negata ad altri. Per non rifare l’esempio dei kurdi (si tratterebbe di rivedere i confini di quattro stati), i Balcani, il Caucaso e – perché no – anche l’Europa “occidentale” offrono tanti esempi (nefasti) di questo tipo. E proprio lì – vicino al Kosovo – la minoranza albanese della Macedonia (il 23% della popolazione) in gran parte confinante con il Kosovo e l’Albania potrebbe dopo gli scontri del 2000-2001 tornare a rivendicare la possibilità di una secessione. E lo stesso – argomento strausato dai nazionalisti locali – potrebbe fare la minoranza serba in Bosnia che vive nella Republika Srpska, eccetera.
14. Non va sottaciuto che l’indipendenza del Kosovo (come la guerra del 1999 e come il sostegno all’Uck) è stato voluto fortemente dagli Stati Uniti: l’Europa si è adeguata. Questa si è dimostrata senza una strategia e senza la fermezza necessaria per seguire una propria strada, che invece è stata indicata dai bolscevichi di una destra conservatrice americana animata da interessi concreti e da una fumisteria ideologica assai pericolosa. In questo modo non si aiuta il processo di integrazione dei Balcani in Europa, ma si alimenta una linea di frattura dentro il vecchio continente che alimenta nuove tensioni e nuovi conflitti (ai paesi balcanici la memoria non manca) e anche un pericoloso confronto con la Russia, fino a poco tempo fa vezzeggiata e aiutata nella sua deriva dittatoriale e autoritaria.
15. Il popolo albanese del Kosovo ha sofferto molto: è stato calpestato, umiliato, oppresso. I suoi diritti devono essere riconosciuti; la sua aspirazione all’autodeterminazione non può essere messa in discussione. Il dovere della comunità internazionale è di sostenere queste aspirazioni e nel contempo di farsi carico delle aspettative e delle frustrazioni degli altri popoli e delle regole del diritto internazionale e dei principi dei diritti umani. Più che equidistanti bisogna essere “equivicini” a tutte le parti che sono coinvolte in un conflitto o in una controversia. Bisogna affermare un diritto, non negandone un altro, bisogna risolvere un problema, senza crearne però altri dieci. Dopo aver favorito la balcanizzazione dei Balcani, ora la politica internazionale deve evitare la balcanizzazione dell’etica politica, del diritto internazionale, della convivenza.
Giulio Marcon