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È il cristallo nero in cui si specchia Iddio, che non ha volto (Jorge Luis Borges, “In Islanda l’alba”)
È significativo che Vittorio Giacopini non citi mai Borges (suppongo deliberatamente) nelle oltre 270 pagine del suo coltissimo “Re in fuga. La leggenda di Bobby Fischer” (Mondadori), che peraltro contiene varie e non scontate indicazioni bibliografiche. Eppure, gli scacchi sono una delle metafore più ricorrenti nell’opera dello scrittore argentino. E così gli specchi, che hanno, sulla scia di Lewis Carroll, un ruolo importante nel pregevole libro di Giacopini. E potremmo anche aggiungere il Re, il deserto, l’Islanda e perfino Spinoza. Tutti temi borgesiani. E tutti inerenti all’epopea di Fischer. Se dunque Giacopini, sapientemente, elude Borges è perché prende le distanze da una certa retorica della letteratura scacchistica, da una stanca calligrafia araldica (e mi pare che suggerisca questo suo distacco allorché esclude ogni paragone tra il duello di Fischer e Spassky e quello tra il cavaliere e la morte nel “Settimo sigillo” di Bergman). Nella nota che chiude la sua affascinante rievocazione del mito di Fischer, Giacopini definisce il suo lavoro un romanzo, ma scrive la parola in corsivo, come a prenderne le distanze in nome di una relativa oggettività. Non pura narrativa, quindi, poiché “racconta (anche) fatti realmente accaduti e nessun personaggio è di fantasia”. Ma nemmeno pura saggistica o biografia sic et simpliciter. Un genere ibrido, insomma, che non rinuncia all’obiettività del documento e neppure all’arbitrarietà dell’interpretazione, e che perciò si colloca nel luogo infido e mediano in cui realtà e fantasia si tradiscono a vicenda. E già in questa scelta di campo, in questo modo strategico di impostare la partita, la scrittura di Giacopini rivela tutta la sua forza, la sua convincente non meno che avvincente dialettica. Ovvero la capacità di evocare la personalità di Fischer senza mai pretendere di ricondurla a una verità effettuale e incontrovertibile, ma sempre collocandola in una cronaca di riferimenti autentici e di illazioni verosimili. Alla tentazione borgesiana, alla sua simbologia rarefatta, ossia alla riduzione della vita alla letteratura (così simile alla riduzione della vita a una partita di scacchi), Giacopini risponde sotto il segno del Vonnegut citato in epigrafe collocando gli scacchi all’interno della violenza del mondo, come discorso sul potere e sulla politica, sulla ragion di Stato e sul Leviatano, ma anche sulla lotta per la sopravvivenza e sull’istinto alla sopraffazione. Non più, insomma, gli scacchi come sublimazione intellettualistica, cerebrale, degli emblemi del dominio, ma come autentico campo di battaglia, concentratissima e concretissima applicazione del furore distruttivo del genere umano. E Giacopini infatti si pone anche sotto il nume di Stefan Zweig, la cui terribile e angosciosa “Novella degli scacchi”, concepita nel 1941, pochi mesi prima che lo scrittore viennese si suicidasse, è citata strategicamente in apertura della prima parte. Come pochi altri racconti, la storia di Mirko Czentovic, campione mondiali di scacchi, ma “talento unilaterale”, ottuso e tardo in ogni altro campo, rivela il carattere intrinsecamente apocalittico e paradossale di un gioco raffinatissimo e al tempo stesso brutale, la cui elegante geometria è fatalmente ricondotta a una “matematica che non calcola nulla”, a un vicolo cieco del pensiero. In modo paradigmatico gli scacchi, smascherati dai sistemi informatici, rivelano la fine del mondo di ieri, ovvero di una società in cui era ancora possibile illudersi sulle prerogative della poesia, dell’intuito, dell’istinto, dell’immaginazione, di una fantasia incoercibile contrapposta alla ferrea logica del potere. E in questa crisi irreversibile, anche l’enigmatica “contro-parabola” di Fischer, nei termini epici ed esemplari in cui Giacopini ce la spiega e illustra, conferma lo scacco degli scacchi, la loro trappola autodistruttiva, la loro fine come rappresentazione allegorica del Palazzo e della Guerra, il cortocircuito autistico di un microcosmo che può scindersi dal mondo ma non fondarne un altro autarchico. Non a caso Giacopini inizia dalla fine, dall’Islanda fatale e salvifica del big match con Spassky e dell’asilo politico al perenne fuggiasco, all’ebreo errante. E ancora in Islanda, in questa sorta di mini continente appartato, albino, allucinato, che nel suo nome stesso è confinata dai mari, si conclude il libro, con un circolo vizioso che ribadisce l’isolamento degli scacchi, l’isolitudine dello scacchista, la sua condizione di naufrago in uno scoglio disabitato. La leggenda aurea comincia proprio così, con una separazione dal mondo, con la scoperta, nell’infanzia deprivata a Brooklyn, che ci si possa escludere dal mondo e perfino escludere il mondo trasformando l’esistenza in un’infinita partita a scacchi. Una specie di arroccamento, potremmo dire, di reclusione in una torre eburnea (ed è significativo che Fischer abbia sognato per qualche tempo di vivere in una casa a forma di torre). Il progetto è in qualche modo ascetico. La ritualità maniacale con cui Fischer si vota al gioco degli scacchi (dapprima addirittura con una virginale misoginia) è in un certo senso una rinuncia a una vita normale, se la normalità esiste, e alla realtà, se la realtà esiste. Nel suo scetticismo iconoclasta, Fischer taglia i ponti e brucia le navi, non si concede ritorni o conciliazioni. Sembra inseguito dalla sua ombra. Cercando se stesso, vaga letteralmente nel deserto come uno sciamano, recide il cordone che lo lega alla caparbia madre (che per ironia della sorte si chiama Regina, come il più forte pezzo della scacchiera), rinnega le sue origini con un antisemitismo rancoroso, abiura la sua nazionalità maledicendo la “potenza più assassina della storia”, rinnega perfino gli scacchi che tutto gli hanno dato e tutto gli hanno tolto. Ma questo processo di smantellamento, in cui il rischio di solipsismo è contrastato solo da un risentimento paranoico e pressoché generalizzato, è anche il risultato di una perdita precoce: “Mio padre lasciò mia madre quando avevo due anni. Non l’ho mai visto. Mia madre mi disse soltanto che si chiamava Gerhardt e che era di origine tedesca. I bambini che crescono senza un genitore diventano dei lupi”. Il ragazzino che ama leggere i fumetti di Tarzan immagina probabilmente se stesso come un essere asociale e selvatico, quasi ferino, divorato da un insaziabile desiderio di rivalsa. Gli scacchi gli si offrono come lo strumento più idoneo a dare sfogo al suo famelico individualismo, alla sua misantropica aggressività. Egli li pratica come un “guerrigliero”. Se nella vita tende a chiudersi in se stesso con un culto maniacale della riservatezza, nel gioco non ama ricorrere a strategie difensive. Cerca un punto di sfondamento, come chi assedia l’avversario. Coglie pertanto un’analogia tra scacchi e basket, ma ancora di più col pugilato, assimilando lo scacco matto al knock out. Ha compreso quindi perfettamente l’efferatezza di quello che è a tutti gli effetti un gioco al massacro, una macchina di tortura e annientamento. Egli stesso diventa ingranaggio di questo “instrumentum regni”, allorché è investito della carica di cavaliere dell’Occidente nell’ordalia manichea contro l’impero sovietico. La partita tra Fischer e Averbach, una patta caratterizzata da una “doppia paralisi”, diventa il “simbolo di una nuova stagione di equilibrio del terrore e paure incrociate”. La cosiddetta guerra fredda si combatte anche nello spazio cartesiano della scacchiera. Senonché, come eroe del mondo libero Fischer è assolutamente imprevedibile e inaffidabile. La sua veemente polemica contro i sistemi scorretti della squadra sovietica non è una sufficiente garanzia nei confronti del suo non meno focoso ribellismo anarcoide. Fischer è un “rational fool”, un megalomane disadattato che crede nella predestinazione e nella chiromanzia, che esterna le sue opinioni con una sincerità devastante e imbarazzante, che somiglia maledettamente a un sovversivo, a un contestatore. Ma dietro le sue cavillose e capricciose rivendicazioni non c’è soltanto la bizzarria di una primadonna incontentabile, c’è pure un’autentica (e umanistica) difesa dei diritti dei giocatori (come sottolineò Mikhail Tal). Di più: c’è una intima, profonda convergenza con l’altra America, quella non omologata, recalcitrante, rivoltosa, sediziosa: “Senza saperlo, nuotava nel verso della corrente segreta dell’America. Salinger, Pynchon, Unabomber. Riluttante, si univa all’elusiva comunità dei segregati”. Le sue scomparse e ricomparse dylaniane, le sue eclissi, il suo definitivo tirarsi fuori dai giochi d’ogni genere, non hanno nulla a che vedere con il ritiro di una Greta Garbo. Fischer somiglia piuttosto a un Cassius Clay degli scacchi, uno scomodo eroe della palinodia, dell’apostasia. Fischer intuisce e proclama idee scandalose e sconvolgenti che appartengono al repertorio di Susan Sontag e Gore Vidal, di Kurt Vonnegut e di Philip Dick. Crede nella congiura universale in modo nevrotico, ma anche con una lungimiranza politica di cui gli scacchi sono stati scuola suprema, l’unica scuola che Fischer, superbo autodidatta uscito dalla testa di Zeus già pronto alla pugna, abbia mai davvero frequentato. In ciò il nemico giurato degli Usa, il dissidente che esprime la sua solidarietà a Saddam Hussein o si compiace cinicamente dell’attentato alle Twin Towers, è a suo modo americanissimo, cioè collegato (ancorché in modo politicamente scorretto) a una tradizione libertaria. Quando, dopo essere stato a lungo spiato e perseguitato, finisce in carcere e si definisce in un opuscolo che circola clandestinamente un detenuto torturato, Fischer non solo anticipa gli orrori di Abu Ghraib, ma si riallaccia a un pensiero renitente che risale al disobbediente Thoreau. Naturalmente lo fa in un modo delirante e reazionario, in cui l’egocentrismo prevale funestamente sull’autonomia dell’individuo. Tuttavia ha ben chiaro non solo che la democrazia coesiste con l’abuso del potere, ma che ogni potere è in se stesso un abuso. L’anarchismo di Fischer non è meno autentico solo perché espresso in modo isterico, puerile, misticheggiante, forcaiolo. Non è ancora un uomo in rivolta camusiano, non può esserlo, né è ispirato da fervori prometeici. Però è un ribelle verace che non manca di coraggio civile (come gli riconosce Lothar Schmid, arbitro dell’epocale tenzone di Reykjavik con il deuteragonista-dioscuro Boris Spassky). Contraddittoriamente, Fischer è un lupo della steppa che crede nell’uomo, che è al tempo stesso un sadico mattatore a cui piace vedere l’avversario dibattersi senza scampo e un filantropo che si schiera sempre dalla parte delle virtù antiquate della persona creativa e poetica e contro la teratologia tecnocratica. Nell’era dei computer, dello scacchista automa, Fischer depone le armi, abbandona l’agone in cui tutto agonizza. Ha disprezzato la “Morale degli scacchi” di Benjamin Frankilin, col suo elogio meschino di virtù mediocri come la preveggenza, la circospezione e la cautela, così lontane dall’estetica jazzistica dell’audacia da lui praticata. Ma quei valori modesti, sostenuti con ostinazione dal generale Kutuzov, hanno avuto ragione dell’arroganza strategica di Napoleone. Il sagace Spassky (che pare ammirasse più Dostoevskij che Tolstoj) avrebbe potuto spiegarglielo. Ma per quanto denigrabili, quelle doti borghesi erano almeno umane e perciò assai più apprezzabili della fredda precisione robotica. Quando Fischer raggiunge la vetta perde quella fede e quella speranza che alimentavano il suo genio. Ma è proprio a questo punto che la scacchiera gli si rivela troppo angusta. D’altronde ormai la politica internazionale ha preso l’andamento di un forsennato video-game. Al “distruttore puro”, che si è illuso di poter liberare il tempo dalle pastoie dei vili tatticismi sovietici con un nuovo cronometro che compensa il gioco veloce e intuitivo, non resta che una grande partita esistenziale contro ogni apparato burocratico. Ma quando il ritiro del passaporto da parte delle autorità americane gli impedirà di sposarsi con la compagna giapponese Miyoko egli sconterà grottescamente lo smacco pirandelliano di Adriano Meis. Nessuno può esistere al di fuori delle regole del gioco, ossia dei codici, dei casellari giudiziari, degli archivi anagrafici. Come nel profetico trattatello di Dırrenmatt “Una partita a scacchi con Albert Einstein”, si è avverato un paradosso totalitario: Dio “non solo gioca a scacchi contro se stesso, ma è anche egli stesso il gioco degli scacchi, regole e scacchiera in uno”. Solo che questo Dio è diventato lo Stato, la sua onnipotenza normativa. L’ultima mossa di Fischer, il suo disperato trionfo, è la sua autoaffermazione come unicum irripetibile e irriconducibile a diagrammi statistici, algoritmi cibernetici e imperativi nazionalistici. La sua privata secessione dagli Usa è un drammatico ma lucido testamento spirituale: “da questo momento rinuncio irrevocabilmente e permanentemente alla mia cittadinanza americana e a tutti i suoi presunti diritti e privilegi”. Da una distanza siderale, Fischer smaschera le imposture ideologiche del primato morale e civile americano nella ricorrenza (6 agosto) del lancio della prima bomba atomica su Hiroshima. Lo ieratico scacchista, dopo aver attraversato un’effimera stagione da dandy, realizza l’ideale decadente della vita come opera d’arte, ma lo fa con una rinuncia totale, una nudità estrema, quasi da eremita. Fischer non ha più niente se non se stesso. La sua privacy scorticata, i suoi ricordi messi all’asta, il suo nome interdetto, negato, radiato: eretico e disertore, viene scomunicato e bandito. In undici serratissimi capitoli (sarà un caso? Alice, il pedone bianco, gioca e vince in undici mosse) Giacopini insegue il fantasma di Fischer oltre lo specchio opaco e glaciale con grande rispetto e onestà intellettuale. Non cerca mai di edulcorare il personaggio, ne mostra anzi tutta la patologica sgradevolezza (sottolinea perfino un’affinità con il Norman Bates di “Psycho”). Né gli risparmia stoccate ironiche e sarcastiche (per esempio definendolo un “Amleto dei sobborghi” o “un Glenn Gould anfetaminico”). Tuttavia, contro il parere dello psicologo e Gran Maestro Reuben Fine, che nel suo saggio “Bobby Fischer, eroe popolare americano” aveva diagnosticato una totale e terapeutica dipendenza dagli scacchi del geniale campione, Giacopini restituisce all’uomo, pur nelle sue ambiguità, pur nella sua orfanezza e fragilità di apolide, una dimensione autodiretta e una dignità innegabile, grazie a un’appassionata, compatta e finissima ricostruzione storica e insieme letteraria. Marcello Benfante
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