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Chi sarebbero poi i vampiri? Richard Matheson ci guarda da quando aveva 17 anni e già sapeva come rovesciare il punto di vista sulle cose per rivelarcele. “Abitavo a New York. Un pomeriggio, nel buio di un cinema, vidi il Dracula di Bela Lugosi. Pensai che se faceva così paura un solo vampiro in un mondo abitato dagli uomini, chissà quanta ne avrebbe fatta la storia di un solo uomo, l’ultimo uomo, in un mondo abitato dai vampiri”. Il tempo, da allora, ha lavorato sulla trama di “Io sono leggenda” (scritto nel 1954 e riproposto di recente da Fanucci nella traduzione di Simona Fefè ) l’ha intrecciata alla nostra deriva planetaria. L’ha levigata di realismo, moltiplicando le sue versioni cinematografiche fino a quest’ultima (brutta) scheggia multicolor, protagonista Will Smith, un cane pastore, un lieto fine incoerente, ma paesaggi di rovine newyorchesi conquistate dai rampicanti, dal silenzio e della solitudine dei millenni futuri e manichini congelati nel vuoto dei Grandi Magazzini, tutto inanimato come la luce, come l’aria. Come noi, immobilizzati al primo sguardo. Ma poi distratti dal battito di un cuore, il nostro. Perché nel frattempo l’invenzione ideata da Matheson per attirare la nostra attenzione (per scuoterci, per spaventarci) è finalmente diventata il nostro specchio, l’ombra che ci respira, la rivelazione che non ci fa dormire. La premonizione si è avverata: noi siamo i vampiri e questo è il nostro (prossimo) mondo. Non per effetto di un errore remoto, di un dio vendicativo, ma per una nostra predisposizione virale – alla velocità, alla voracità, alla violenza – che abbiamo perfezionato nel nostro buio d’ultimo secolo, con accelerazioni crescenti verso il punto di non ritorno. Ma se noi siamo la minaccia che ci estinguerà, Matheson e la sua fantascienza iperrealista, fanno parte dell’antidoto. Per Ray Bradbury, “Matheson è uno dei più importanti scrittori del ventesimo secolo”. Per Stephen King, “è lo scrittore che mi ha influenzato di più”. Per i suoi molti lettori è un inventore di storie con trappole incorporate e nessuna via di fuga. È uno scrittore eclettico, veloce. Esploratore di generi. Capace di declinarli tutti, in cinquant’anni di lavoro per cinema, tv, libri, riviste, dal fantasy all’horror, dal western al mistery. Passando per la fantascienza, suo esordio narrativo, “Nato da uomo e donna”, pubblicato nel 1950. Richard Matheson nasce a Allendale, New Jersey, anno 1926, villetta con giardino e sogni in plastica middle class con gite tra i grattacieli. Poi il destino e la guerra si mettono in traiettoria trasportandolo dai cieli azzurri della giovinezza ai campi insanguinati delle battaglie di fanteria. Una ferita gli vale il congedo con una nuova vita all’Università del Missouri, facoltà di giornalismo, lavori precari in fabbrica, notti di scrittura. E a 25 anni il grande viaggio di inchiostro e di Greyhound lungo la linea soleggiata della California, capolinea Los Angeles. Gli Studios. Dove un tizio con la faccia da boscaiolo, Rod Serling, lo ingaggia con Charles Beaumont come terzo scrittore di una nuova serie tv, “Twlight Zone”, “Ai confini della realtà”, sigla indimenticabile con tramonto marziano a evocare le solitudini terrestri, per raccontare i destini di uomini e donne che si incrociano, interferiscono, bruciano, tutti assediati da un mistero che sempre ci sovrasta, talvolta ci governa, quasi mai si spiega. Matheson annota dalla sua trincea quello che vede passare. Lo declina con sguardo narrativo. Percepisce la paura che nutre la nuova America congelata dalla Guerra Fredda, padrona del mondo, prigioniera del mondo. Avvolta nei fili spinati del denaro, delle armi, dei consumi, dell’inconscio che ci rovista dentro ingarbugliandoli. Ma anche (avvolta) da quella pervasiva paranoia maccartista che moltiplica i nemici nascosti nel doppio fondo della vita quotidiana, proprio dietro la luce inoffensiva dei neon. Immaginando, non lontano dal tepore dei Drive In, l’imminenza dello sterminio nucleare. Fantasticando sulla guerra per la conquista dello Spazio e sullo Spazio che conquisterà la Terra. Temendo il nemico interno e la minaccia esterna. Sempre moltiplicando gli incubi, i fantasmi, i mostri che da un istante all’altro compariranno per toglierci tutto, la borsa e la vita. Capita perciò che un viaggiatore, dal suo innocuo oblò di notte d’aeroplano veda un gremlin che lo fissa ridendo, attaccato all’ala, tra le turbolenze del volo. Che una casalinga respinga con la scopa, nella sua cucina, l’invasione di minuscoli marziani. Che un impiegato, contaminato da una nube radioattiva, rimpicciolisca all’improvviso di tre millimetri al giorno, inesorabilmente, con il cappello che diventa immenso, come il terrore moltiplicato dalle dimensioni che dilatano l’appartamento, la crudeltà del gatto, la mostruosità del ragno. Che un soldato si ritrovi tra le mani uno specchio capace di prevedere la morte di chi ci guarda dentro. Che una donna diventi prigioniera di un sanguinario idolo guerriero appena comprato su una bancarella. Che uno scrittore iracondo, violentatore di oggetti, dalla matita, alla macchina per scrivere, venga accerchiato e poi ucciso da quegli stessi oggetti. Matheson pesca in superficie e declina in profondo. Vaglia ipotesi. Le esplora. Annota possibili slittamenti. Ci accompagna fino ai margini della luce. E poi ci lascia soli quando le corsie di un supermercato si trasformano in un labirinto. L’America in un cimitero. Il cimitero in una premonizione. Dalla Cbs, Matheson passa alla Universal. Dirà: “Non c’è una gran differenza tra la televisione e il cinema. A parte la censura”. Diventa sceneggiatore pagato a settimana. Racconta: “Mangiavo al tavolo degli scrittori: era come stare sui sedili in fondo all’autobus”. Si specializza nelle versioni cinematografiche di Edgar Allan Poe. Adatta “La casa Usher” per Roger Corman. Poi “Il pozzo e il pendolo”. Poi “I racconti del terrore”. Nel 1962 lo chiama Hitchcock per lavorare alla sceneggiatura di “Gli uccelli”. Racconta Matheson: “Andai al primo incontro. Gli dissi: secondo me nel film non si devono mai vedere gli uccelli. Hitchcock si alzò, disse no, no, no e se ne andò. Non l’ho più visto”. Il giorno dell’omicidio di John F. Kennedy sta giocando a golf con un amico sceneggiatore. Racconta: “Smettemmo di giocare, stavamo male tutti e due. Salimmo in auto per tornarcene a casa. La strada attraversava una serie di canyon. Dal nulla sbucò un grosso camion che cominciò a tallonarci. Non si allontanava mai. Più acceleravo, più si avvicinava. Sbandai in una curva. Frenai. Scivolai quasi fuori strada. E il camion ci passò come niente fosse. Ero pieno di rabbia. Il racconto mi venne in mente lì, mentre guidavo”. Matheson scrive l’idea su una busta. La busta finisce da qualche parte. Passano sette anni. Quando salta fuori, diventa un racconto. Il racconto viene pubblicato da “Playboy”. Lo leggono quelli della Universal. Lo legge Steven Spielberg che sta cercando una storia per il suo primo lungometraggio a basso costo. Il racconto ha un protagonista solo, qualche automobile, un camion, molta strada piena di polvere e l’abisso in fondo. Ci sono il Bene, il Male e la casualità con cui la vita li intreccia. Era il 1971 e “Duel” comparve sugli schermi come una folgorazione. Da allora ci tallona con il suo incubo da autostrada che talvolta si riaccende direttamente sul piccolo schermo dei nostri specchietti retrovisori, magari quando guidiamo in perfetta solitudine, lungo i rettilinei della vita. Matheson conosce quello sguardo. E la rivelazione che seguirà. Come accade al protagonista di un suo magnifico racconto con viso insaponato raddoppiato dallo specchio, mentre si fa la barba alla mattina e radendosi si taglia e tagliandosi non esce sangue dalla ferita, ma una goccia d’olio. Olio da macchina. Per ingranaggi da robot. Mentre la moglie di là in cucina mangia corn flakes e i bambini giocano e il solito sole splende tra i fiori del giardino. Ogni istante – ci racconta Matheson – è buono per spalancare la sua voragine. Che sarà reale quanto una remota strada irachena prima dell’esplosione. Inoffensiva quanto un mutuo subprime prima del tracollo bancario. Insospettabile come il nostro vicino prima che il tramonto non lo trasformi in un vampiro. Pino Corrias
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