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A scuola, in pieno regime Kádár, durante le lezioni di storia si studiavano le gesta dei grandi eroi che lottavano per la libertà dell’Ungheria e per l’indipendenza – tutto quello che secondo i manuali venne poi realizzato dopo la liberazione del 1945. Questo voleva dire che si parlava poco o niente dell’eccezionale sviluppo successivo all’Ausgleich, fra il 1867 e il 1914, nella monarchia austro-ungarica, e che si evitava del tutto di parlare del Trattato di Trianon del primo dopoguerra, nonché delle conseguenze vere del crollo dell’impero. Si parlava in termini superficiali del regime di Horthy, così come dei seicentomila ebrei ungheresi uccisi nei campi di concentramento e degli altri scampati allo sterminio; non si parlava delle responsabilità per le persecuzioni razziste, e neanche delle elezioni falsificate del 1948, che offrirono il pretesto al partito comunista per prendere il potere contro i partiti democratici sorti o risorti nel periodo tra la fine della seconda guerra mondiale e le elezioni. Allo stesso modo rimanevano argomenti tabù anche gli eccessi del potere socialista (comunista) e i processi degli anni cinquanta contro persone innocenti, mentre si tacevano le ragioni che fecero scoppiare la rivoluzione del 1956, definita come contro-rivoluzione. Sul piano sociale, poi, non si parlava di povertà, che teoricamente non esisteva, né di razzismo o altro. In questo modo, l’identità nazionale costruita durante il regime dittatoriale paternalistico ha lasciato dietro di sé diversi traumi non elaborati. Il tutto, però, è sembrato risolversi da un momento all’altro con i cambiamenti politici del 1989-90, con le libere elezioni, gli investimenti stranieri e, in seguito, con l’entrata dell’Ungheria nella Comunità Europea. Ma ancora oggi il confronto con le ombre del passato, la maturazione di una mentalità democratica e il trapasso dalla transizione al consolidamento procedono a stento. Sulle condizioni attuali della società ungherese, infatti, oltre alle eredità del passato pesano anche gli equivoci presenti, in parte generati dalla classe politica, così come le diseguaglianze sociali, il debito pubblico e le mancate riforme del sistema pensionistico, della sanità e dell’educazione. Dai cambiamenti politici e dal crollo del mondo socialista, con i suoi rapporti interni anche di natura economica, sono derivati necessariamente importanti cambiamenti anche nel sistema economico, un settore nel quale le prime riforme strutturali, da tempo attese, sono arrivate solo nel 2007. Nei primi anni della transizione c’è stato un abbassamento dello standard di vita delle classi medie, in modo particolare di quelle basse e medio-basse, mentre è cresciuto quello del ceto imprenditoriale. Ultimamente, anche se il livello di vita dei ceti medi è aumentato, le disuguaglianze sociali continuano a restare notevoli. Politicamente, invece, la società ungherese presenta una nociva e nettissima divisione tra destra, sinistra e liberali. I partiti che ora siedono al Parlamento, con un governo di socialisti e liberali, sono quattro: il Partito socialista ungherese (Mszp), l’Alleanza dei democratici liberali (Szdsz), che ha superato di poco la soglia minima del cinque per cento per entrare in Parlamento, e, all’opposizione, il Partito borghese ungherese (Fidesz-Magyar polgári párt), attualmente il più forte, che nel corso degli anni, sotto la guida del sempre più carismatico leader Viktor Orbán, è slittato progressivamente verso destra; e un piccolo partito che riunisce ciò che resta del grande partito formato nel 1989, il Forum democratico ungherese (Mdf, il partito di József Antal, primo ministro nel 1990, a capo di un governo conservatore di centro-destra). La politica adottata dalla coalizione al governo è stato definita della “terza via”(1), perché il primo ministro Gyurcsány ha posto l’accento non solo, seguendo le disposizioni della Comunità europea, sui tagli alla spesa pubblica, ma anche sulle riforme dei sistemi dell’educazione, della sanità e delle pensioni. Inoltre, Gyurcsány ha introdotto nella cultura politica ungherese concetti inediti, come quello dell’auto-assistenza e della responsabilità dei cittadini, contraddicendo una radicata mentalità paternalistica; concetti che richiedono una mentalità democraticamente matura e, allo stesso tempo, dei sostegni materiali che consentano pari opportunità per i ceti meno privilegiati. Tuttavia, la scarsa fiducia dimostrata da parte della società ungherese sembra suggerire che il consolidamento nella società delle categorie democratiche stia avvenendo piuttosto lentamente (2). La destra del Fidesz-Magyar Polgári Párt, che non acconsente a nessuna forma di trattativa politica, sembra voler fare di tutto per contrastare le politiche di Gyurcsány, e si preoccupa soprattutto di assorbire in modo cumulativo anche gli elettori della destra radicale, di cui deve soddisfare continuamente le esigenze. Per questo, mentre ostacola in tutti i modi le riforme promosse dal governo, diffonde slogan populisti e nazionalisti. In questi termini, il processo di consolidamento delle istituzioni politiche e democratiche presenta ostacoli di natura diversa, e incertezze difficili da analizzare. La libertà di parola riconquistata in seguito al 1989 è stata accompagnata da un’apertura prima neanche sognata verso il mondo esterno, i beni di consumo e le conquiste della rivoluzione informatica, con un avvicinamento ai modelli europei che ha investito soprattutto i ceti medio-alti. In questo processo si sono venuti modificando anche gli atteggiamenti verso la cultura. Ma qual è, oggi, la situazione culturale in Ungheria? Le indagini sociologiche segnalano un declino significativo del numero delle ore dedicate alla lettura, e un aumento ulteriore di quelle passate di fronte alla televisione (dopo un periodo in cui esistevano solo due canali, uno dei quali trasmetteva a tempo ridotto), mentre il numero degli spettatori teatrali è calato del 20 per cento nel periodo compreso fra il 1989 e il 2002. Ancora più drammatico è il calo della scelta dei film per ogni cento abitanti: si è scesi dai 440 film all’anno del 1989 ai 96 del 2002 (3) con i prezzi notevolmente aumentati, anche se da allora si registra un nuovo aumento del numero degli spettatori di cinema e teatro. E lo stesso si può dire per libri, giornali, riviste. è da notare, tuttavia, come la scelta, divenuta superiore rispetto a prima, si accompagni alla diffusione di film o libri di scarso valore, che però sembrano attirare un ampio numero di persone. La stratificazione sociale a cui prima si accennava si manifesta anche nei dati relativi al consumo della cultura: se nel periodo del socialismo lo stato esercitava un controllo, diretto e indiretto, sulla cultura, oggi è spesso il mercato a determinare le condizioni che regolano la diffusione delle opere culturali. E d’altra parte se sono diminuite le sovvenzioni di un tempo (che erano accompagnate da precise direttive politiche e dalla censura), la politica cerca ancora di condizionare il sistema culturale, per esempio tramite la nomina dei direttori di teatro, eccetera. Nel campo dell’editoria, dopo la privatizzazione del 1989 si può riconoscere un duplice movimento: da una parte un processo di concentrazione delle proprietà, e dall’altra la sopravvivenza o la nascita di piccole case editrici. Si pubblicano comunque molti libri, anche se i generi sono cambiati: ci sono molti più libri non letterari, dedicati ad argomenti di carattere generale, e anche i generi in qualche modo collegati ai temi della globalizzazione, così come la pulp fiction, godono di un notevole successo tra il pubblico. Le condizioni delle biblioteche, invece, che prima erano molto popolari, sono notevolmente peggiorate, perché sono diminuiti i fondi per acquistare libri (almeno in rapporto all’aumentato costo dei libri), e diventa sempre più difficile tenere il passo con le novità, là dove internet non può rimediare alle lacune. I mass media, infatti, hanno acquistato una diffusione mai conosciuta, anche se l’eccessiva tendenza alla politicizzazione continua pur sempre a ostacolare l’ottenimento di un livello alto di qualità della carta stampata. L’industria cinematografica, un settore della cultura privilegiato durante il periodo socialista, anche se sottoposto a controllo, che ha prodotto capolavori di livello internazionale come i film di Miklós Jancsó (un personaggio che, pur essendo ultraottantenne, continua a essere importante sia come regista che come uomo pubblico) sta attraversando degli alti e bassi, e attualmente riceve finanziamenti statali anche sostanziosi, producendo film notevoli anche con produttori internazionali, come nel caso del film di Béla Tarr, “L’uomo di Londra”. Sulla scena internazionale, poi, sono riusciti a imporsi anche giovani registi, come Benedek Fligauf, Antal Nimród, Kornél Mundruczó, Szabolcs Hajdú o il creatore di un genere del tutto originale, Péter Forgács, insieme ad altri cresciuti dopo la generazione di Tarr, di András Jeles, di Péter Gothár (e della generazione precedente citiamo anche István Szabó). La cultura teatrale, che ha sempre costituito una cultura ambita e molto sentita, sopravvive tra molte incertezze: dopo il 1989 infatti è stata mantenuta la maggior parte delle compagnie stabili, prima ostacolate ma anche sovvenzionate dal potere politico, e allo stesso tempo sono sorti nuovi teatri privati. Con i cambiamenti politici della fine degli anni ottanta è venuta meno la necessità impellente di sublimare attraverso l’arte, la letteratura, il cinema e il teatro la mancata vita pubblica e la mancata libertà di parola, ma molto velocemente è emersa la consapevolezza dei nuovi “equivoci politici” che reclamavano una critica attraverso opere impegnate. Così, vecchi drammaturghi e registi cresciuti nell’opposizione al regime, insieme alle nuove leve di autori, hanno creato drammi e spettacoli di notevole interesse. Per limitarci ad alcuni nomi, citerei György Spiró, e fra i più giovani János Térey o Zoltán Egressy. D’altra parte, la commercializzazione, gli eccessi della politica (in particolare le nomine sbagliate di direttori soprattutto nelle città di provincia), e i pochi fondi a disposizione rendono comunque difficile una produzione teatrale che sia di buon livello. Se il Teatro Katona József di Budapest, insieme ad altri teatri di buona qualità, ricordano ancora i momenti migliori del teatro ungherese degli ultimi decenni, altri invece, come il mitico teatro di Kaposvár, stanno per essere soffocati dai peggiori interessi politici. E non è un caso che il miglior gruppo sorto nel periodo successivo al 1989, Krétakör, stia per sciogliersi, anche se, probabilmente, per ragioni interne al gruppo. E per finire parliamo anche della letteratura. Gli scrittori che durante il regime Kádár (il famoso slogan della politica culturale era tre volte le lettere “t”, cioè proibizione, tolleranza, sostegno, tre parole che nella lingua ungherese iniziano con la lettera “t”) erano solo tollerati, e le cui opere venivano pubblicate ma in qualche cosa censurate, come Péter Esterházy, Péter Nádas, Imre Kertész, György Spíró (che abbiamo citato anche fra i drammaturghi), oggi possono essere pubblicati e letti liberamente, e le loro opere incontrano un discreto successo presso il pubblico, mentre il Premio Nobel assegnato a Imre Kertész per un certo periodo ha collocato la letteratura ungherese al centro dell’interesse internazionale. Nel periodo successivo al 1989, invece, hanno pubblicato alcuni romanzi importanti Lajos Parti Nagy e Pál Závada, mentre tra le tendenze letterarie, le diverse tematiche e i vari indirizzi che attraversano le nuove generazioni potremmo citare i casi di Attila Bartis (il cui libro “Tranquillità” ha avuto molte traduzioni, e da cui ultimamente è stato tratto un film), János Háy, Krisztián Grecsó, Imre Oravecz e diversi altri. La letteratura ungherese, dunque, è ancora viva, anche se fra gli autori non pubblicati o poco pubblicati durante il regime Kádár, come Sándor Márai, stanno riemergendo anche alcuni autori che spiccano per il loro nazionalismo, per l’irredentismo o, addirittura, per il razzismo. In termini generali, dunque, si può parlare di una vita culturale viva e multiforme, nella speranza che possano sopravvivere le più diverse tendenze artistiche che nascono dal vigore del presente, e che queste impediscano che guadagnino terreno le tendenze di bassa qualità e le ideologie nocive. Quelle che proiettano le ombre del passato.
Note 1 Cf. Novák Zoltán, Az oszödi ördögi kör, in: Csizmadia, Novák, Pétervári, Szentpéteri, Zsolt, “A körbezárt politika. Elemzések a jelenkor Magyarországáról”, Méltányosság-könyvek, L’Harmattan, Budapest 2008, p. 68. 2 Op. cit., prefazione, pp. 7-11. 3 Bukodi Erzsébet, Harcsa István, Vukovich György, “Magyarország a társadalmi jelzoszámok tükrében, in Társadalmi riport 2004”, a cura di Kolosi Tamás, Tóth István György, Vukovich György, Tárki, Budapest 2004, pp. 45-46. Ilona Fried
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