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Quando la mia generazione si è affacciata al mondo, tutti parlavano della Famosa Italia del boom. Arrivava sempre qualcuno, tra i grandi, che prima o poi tirava fuori il discorso dei Famosi anni dell’Italia del boom, dei frigoriferi, delle lavatrici, le famiglie che si compravano le automobili, e poi tutti insieme che si andava al mare. La televisione ne parlava, i giornali ne parlavano, e noi seduti sul divano guardavamo tutto a cose fatte, il panino spalmato di Nutella, i cartoni animati delle quattro del pomeriggio, e la Famosa Italia del boom che era già stata molto tempo fa. Era stata, era passata, e i suoi segni erano tutti disposti a forma di mobilio dentro casa: il mormorio del frigorifero la notte, la biancheria che si rivoltava dentro l’oblò della lavatrice, le fette di pane che saltavano fuori come salmoni dal tostapane, il frullatore che trucidava i pomodori per il sugo, il mangiadischi che sequestrava i 45 giri per il tempo di una canzone, e poi ovviamente la televisione, che ci teneva impietriti contro il tempo che passava. Ed era proprio la televisione a trasmettere ogni tanto dei lunghi servizi in bianco e nero sui Famosi anni dell’Italia del boom. L’Italia, lì seduti sul divano, perdeva in colore e acquistava in fantasia, gli italiani felici compravano elettrodomestici, e tutti dicevano, commentando con entusiasmo misurato quei servizi, che quella era l’Italia del Miracolo economico. C’era stato un momento, pensavamo noi impietriti contro il tempo che passava, che nel paese in cui stavamo avvenivano miracoli. C’era stato un momento, pensavamo mangiando il panino alla Nutella, in cui le cose cambiano per magia, e c’erano cose che prima non esistevano, poi all’improvviso venivano alla luce. C’era stata un’epoca lontana in cui il cambiamento, il mutamento delle forme, la metamorfosi era una condizione intrinseca del paese alla cui anagrafe eravamo iscritti pure noi. C’era stato un momento in cui il tempo passava, correva, gli orologi giravano, il mondo si srotolava davanti alle persone come un tappeto che portava chissà dove. Ma poi era finito, quel momento, e a noi sembrava che lì seduti sul divano di fronte alla televisione con i cartoni animati, il tempo si fosse fermato. Ci sembrava che l’Italia corresse sì a rotta di collo, ma sul tapis roulant, sempre allo stesso punto ma con un gran fiatone addosso, e la maglietta con il cono di sudore sulla schiena. La Famosa Italia del boom era passata, e a noi non restava che certificarne il trapasso, commemorarla senza averla vista. Questo era uno dei più grandi crucci della mia generazione, essere arrivati quando tutto era già fatto, mettersi in mare quando era calato il vento. Ecco, quando ho deciso di andare in Romania, nella primavera del 2006, quando ho comprato il biglietto di un volo Alitalia da Milano Malpensa per Bucarest, quando sono atterrato a Otopeni, quando ho preso un autobus e ho attraversato prima la campagna e poi la periferia della capitale romena; quando ho costeggiato i mille cantieri che sembravano esploderci accanto come mine, quando ho visto case, palazzi e condomini venire su contro la campagna, le impalcature con gli operai che ci si arrampicavano sopra; quando ho visto i camioncini delle imprese edili sfrecciare accanto al bus, tagliarci la strada in mezzo al traffico, parcheggiarsi sul ciglio della strada; quando ho visto i fuoristrada degli imprenditori italiani fermi al semaforo accanto alle vecchie Dacia dei romeni, i gomiti fuori dai finestrini, gli occhiali da sole e l’espressione arrogante dei padroni; quando ho visto, seduto sull’autobus con la valigia tra le gambe, i manifesti dell’imminente trionfale apertura dell’Ikea tappezzare Bucarest, per poi vedere il capannello di persone assembrate sotto quei manifesti; quando arrivando dall’Italia in Romania ho visto tutto questo, entrando a Bucarest, ho pensato che era l’unica possibilità che avevo io, nato nel 1975, di vedere che cosa era successo in Italia nei Famosi anni Cinquanta. Era l’unica possibilità che mi era concessa di vedere che cosa era stata la Famosa Italia del boom: il tempo che si rimetteva in moto, il vento che soffiava, le lancette che giravano, gli elettrodomestici nelle case, le lavatrici caricate sulla schiena, i frigoferi che salivano su lungo i tornanti delle scale. Soprattutto, avevo la possibilità di vedere qual è il punto in cui poi tutto questo andare avanti delle cose all’improvviso si blocca, di calcolare l’istante in cui il tempo si schianta, sparato alle spalle.
Quando la mia generazione si è affacciata al mondo l’uomo non era più quello che era stato fino a qualche decina d’anni prima, fino ai Famosi anni del boom economico. Era cambiato, gli era cambiata la faccia, era cambiata la sua postura, il modo in cui camminava lungo la superficie convessa della terra. Si era mangiato la campagna, e tutti ci dicevano che là dove noi guardavamo, con le mani allacciate alle ringhiere dei balconi, là una volta era tutta campagna. Dove il nostro occhio si scontrava con i balconi dei condomini che ci stavano davanti, ci dicevano, una volta invece poteva sconfinare, andarsene per prati fino in fondo dove poi cominciavano a salire le montagne. Quei prati noi non li avevamo visti mai, perché noi non c’eravamo ancora, in quei Famosi anni. Noi eravamo già l’uomo che era cambiato, e nemmeno con tutta la buona volontà saremmo riusciti a vedere il prato che non c’era più davanti. Era avvenuta, aveva scritto Pasolini, una profonda mutazione antropologica. Noi Pasolini lo leggevamo, lo sottolineavamo facendo solchi sulle pagine dei libri, e facevamo sì con la testa. Ma potevamo crederci soltanto per una specie di atto di fede, e così guardandoci in faccia non potevamo che vederci molto diversi da come in effetti, per vizio d’anagrafe, non eravamo stati mai. Ma c’era di più. Pasolini scriveva (e noi sottolineavamo facendo solchi sulle pagine dei libri) che la società dei consumi era riuscita a cambiare quello che il fascismo in Italia non era riuscito a cambiare, che la società dei consumi era riuscita a rivoltare l’anima degli italiani, a trasformarli nel profondo. La società dei consumi, in quei Famosi anni del boom, era riuscita a bruttare l’Italia, a sfigurarle la faccia. Pasolini scriveva così, e noi negli anni ottanta pensavamo a un’Italietta che chissà dov’era finita, che chissà com’era stata. Chissà come dovevano essere quegli italiani che poi, una volta sfigurati, rovinati nell’anima, corrotti, eravamo diventati noi.
La Romania io l’ho poi fatta avanti e indietro per un anno, salendo e scendendo dai tram, dai treni, dai taxi, atterrando e decollando tra Torino e Bucarest, tra Milano e Timisoara, in quella che mi sembrava un’altalena tra l’Italia di oggi e quella del Miracolo, un’andare e venire tra il colore e il bianco e nero. Per un anno, nelle incursioni che ho fatto in Romania, ho cercato il punto in cui tutto si ferma, in cui il movimento decade, in cui un popolo poi finisce seduto su un divano impietrito contro il tempo, con i baffi di Nutella sulla bocca, e cartoni animati davanti a rotazione. E quel punto l’ho trovato un pomeriggio in cui mi sono perso, scappato da Bucarest e finito per caso in Transilvania, preda di uno smarrimento culturale, se così si può chiamare la percezione angosciante, violenta, di un massacro in atto, di un mondo agonizzante, riverso in terra e preso a calci in faccia. Erano giorni che giravo per stabilimenti di imprenditori italiani che avevano delocalizzato la produzioni in Romania per sfruttare la manodopera locale a basso costo. Entravo e uscivo da capannoni geometrici montati in mezzo alla pianura, monumenti in lamiera innalzati a santificare la furbizia, l’orgoglio italiano di chi delle leggi del proprio paese se ne fotte, e lo urla a tutti piantando una bandiera tricolore fuori dal proprio cubo di metallo. Che sia chiaro a tutti quelli che passano, se mai qualcuno avrà voglia di transitare in mezzo al nulla, che è lì che i furbi stanno di casa, e che quei furbi hanno l’inno di Mameli sempre in testa. Parlavo con gli imprenditori, ma molto tempo lo passavo anche con gli operai romeni, e tutte le volte che gli trovavo in bocca le stesse espressioni boriose dei loro padroni italiani, tutte le volte che li vedevo alludere al proprio popolo come a un popolo di bonari trogloditi, in una sorta di perverso accanimento frutto di una colonizzazione e di un dominio culturale ormai avvenuti, tutte le volte che questo succedeva avevo voglia di scappare a gambe levate da quel posto. In quei giorni mi sembrava che quell’Italia che vedevo lì attraccata, quell’Italia di lamiera che stava colonizzando il volto della Romania coi suoi valori abborracciati, con la logica facilona dell’abuso edilizio, della corruzione morale, del furbismo, con l’ostentazione fallica di macchine, telefonini e altre simili patacche, fosse già l’Italia di oggi. Come se quello spazio intercorso tra i Famosi anni del boom e l’Italia bloccata del presente, in Romania fosse avvenuto nel giro di pochissimi anni.
Così sono scappato in Transilvania, perché mi illudevo che là sarei riuscito a trovare un dente ancora sano in una bocca che mi sembrava ormai in rovina. E un pomeriggio di giugno, perso lungo la strada tra Bucarest e Brasov, sono stato raccolto da un furgone, un padre e un figlio che mi hanno caricato, e poi per giorni mi hanno portato in giro per la Transilvania parlando poco o nulla tra di noi per evidenti e insuperabili limiti linguistici. È stato proprio quel primo pomeriggio che ho trovato il punto che cercavo, quel punto in cui il tempo si blocca, in cui si smette di pensare che le cose sono in movimento e si pensa che il mondo è finito lì, che ci si può sedere a vederlo sul divano. Il tempo l’ho visto fermarsi sulla faccia rugosa di Claudiu, che mi ha trascinato con suo figlio su per la montagna promettendomi uno spettacolo imperdibile. Abbiamo preso per una strada a tornanti sopra Brasov, ci siamo inerpicati lentamente con il furgone, io e suo figlio stretti nei due sedili dalla parte del passeggero. Claudiu mi diceva soltanto Foto, mi pregava di fare un po’ di fotografie a quello che stavamo per vedere. Poi finalmente siamo arrivati, e lui mi ha detto Guarda. E davanti a noi c’erano quattro alberghi, brutti come sono brutti gli alberghi monumentali dei paesi di montagna, tutti cemento e balconi come arnie. Mi ha sorriso e poi mi ha ripetuto Foto. E così io ho preso la macchina fotografica e l’ho puntata verso quegli alberghi. Ho dovuto persino arretrare, per farli stare tutti dentro l’inquadratura. Ho puntato, e poi ho premuto, e in quel momento mi è sembrato di sparare: alla Romania, all’Italia, a Claudiu, a suo figlio, al tempo in movimento, alle cose che cambiano di forma. E poi ci siamo seduti sull’erba, che era arrivato il tempo di metterci a guardare. Andrea Bajani
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