Archivio 2008 Giugno - N. 96 Partiti, istituzioni, gruppi, movimenti
Partiti, istituzioni, gruppi, movimenti
di Goffredo Fofi   

 Al cinema pago il biglietto, anche se potrei non farlo in ragione dei piccoli normali privilegi di chi si è occupato assiduamente di film, per sentirmi libero di dire il fatto loro ai registi bravi e ai palloni gonfiati, per esempio ai Moretti o alle Comencini, ed è forse per un meccanismo simile a questo che anche stavolta ho votato a sinistra, e precisamente Pd, per sentirmi autorizzato a dire tutto il male che penso dei ruffiani che lo dirigono e lo popolano, dei Veltroni e dei Prodi che hanno finito con il regalare il paese alla destra, su un piatto d’argento. Sui più ambigui di tutti – che dell’ambiguità hanno fatto la loro ragione di successo, giustamente puniti dal loro stesso elettorato stanco del gioco delle tre carte, i verdastri e scarlatti della supersinistra di governo e di opposizione – c’è poco da dire, se non che, proprio per un’ostinata vocazione minoritaria, è da tanto che ne diffidiamo e ce ne teniamo lontani. Magre soddisfazioni, si dirà, perché la loro banale, comune sciagurataggine ha favorito il trionfo della altrui mascalzonaggine, e d’altra parte c’è da esser certi che nessuno di loro farà harakiri e, come si dice volgarmente, sempre “ricicciano”, si riadeguano, mai scompaiono dalla scena. Lo “stalinismo” (e terrorismo), il “togliattismo”, l’untuosità democristiana e lo scalfarismo e il “veltronismo” fanno ormai parte anch’essi, come il fascismo, e forse parte di esso, della  “autobiografia della nazione”, sono costanti della nostra politica, accresciute dalla degenerazione di una “casta” vieppiù separata e che comprende, sia ben chiaro, i media in blocco e i quotidiani tutti, con i loro giornalisti denunciatori di professione. 
Allo stesso modo, ormai, ruffianeria e retorica, lagna e ricatto, aggressività e servilismo sono costanti delle pratiche che vengono dai margini, potenziate da leader che hanno prosperato sul pressapochismo morale di gruppi e associazioni scaturiti da una “base” convinta che solo attraverso il clientelismo ci si poteva far strada garantendosi il posto al sole. Questi leader sono riusciti a inquinare e a guastare abbastanza facilmente quel tanto di buono e di giusto che “i margini” avrebbero potuto praticare e indicare a tutti in una sana scelta di opposizione concreta, alta nel progetto e nelle idealità ed empiricamente attenta alla loro applicazione nelle realtà del momento. La malattia del potere e della sua compagna la menzogna ha consumato e deviato o distrutto le potenzialità di molti vivaci e promettenti  momenti della nostra storia recente. Ed è oggi  importante che questo non si ripeta, e che le strategie dei movimenti, o di quel che ne resta, dei “buoni non inerti” e non di mestiere e di facciata, di coloro che osano guardare in faccia la realtà e se stessi e chiedere a se stessi il massimo di coerenza tra parole e fatti, rifiutino quei tanti alibi odiosi nei quali ci si è così spesso rifugiati per opportunismo, per interesse o per viltà, subendo i ricatti della politica. E delle istituzioni.
Per esser chiari: se la politica ha dapprima corrotto se stessa e ha poi corrotto e divorato le istituzioni facendone un suo strumento di potere clientelare, mediando con le burocrazie dei culi di piombo (con gli sbalzi che ne derivano quando muta una politica, vuoi per un cambio di colore post-elettorale vuoi per le beghe interne a uno stesso partito o a una stessa coalizione, e di conseguenza cambiano i preposti alle istituzioni), e se la politica è riuscita a corrompere facilmente e a divorare i movimenti, è a loro, ai movimenti o ai loro embrioni che spetta tuttavia agire bene, e per il bene di tutti.  
I movimenti dove sono, però? Quando stavano per svilupparsi (per esempio dopo Genova) o quando stavano per stabilire incontri produttivi e necessari tra gruppi di vario ordine (terzo settore, associazioni di intervento sociale o culturale, volontariato, e magari qualche pezzo delle vecchie organizzazioni sopravvissuto mantenendo  qualche dignità dentro il disastro progressivo di una vecchissima sinistra e delle sue parodie – e se si trattasse di gruppi formati da credenti o da non-credenti era ed è l’ultimo dei problemi, perché importava e importa la comune “persuasione” morale e sociale) non è stato soltanto per la spinta di tutta una società allo svuotamento delle energie che non seguissero il flusso e i modelli del potere, ma anche per l’interna spinta autodistruttiva derivante dal vuoto di valori e dalla pochezza dei progetti. Per i ricatti subiti – alcuni, quelli della sopravvivenza, che non era certamente facile accantonare – e per la perdita di centralità delle motivazioni prime, quelle sulle quali ci si era fondati. Dunque, più che di movimenti è opportuno parlare oggi di gruppi, constatando la crisi o fine dei movimenti che hanno voluto abbinarsi alla politica restando travolti dalla stessa crisi, dalla stessa puzza di morte e molto prima della politica. Ci sono gruppi residuali di movimenti che si sono fatti col tempo apparato, marmoree organizzazioni svuotate di significato, di necessità e di autonomia dentro queste vicende, ma ci sono anche piccoli gruppi sopravvissuti che agiscono dentro la nostra società sobbarcandosi, per intima esigenza di giustizia e di solidarietà, i compiti a cui le istituzioni, per loro insipienza e per loro chiusura burocratico-corporativa o perché manipolate o schiavizzate dalla politica, non erano da tempo più in grado di assolvere. Non spettava a questi gruppi di assolvere a questi compiti, eppure lo hanno fatto, con fatica e, molto spesso, trovandosi contro tutti.
Il compito delle istituzioni dovrebbe essere di servire al buon funzionamento della società, alla crescita di una società più equa. Sarebbe questo, secondo la Costituzione, il loro dovere precipuo, la loro ragione di essere. Mentre quella dei piccoli gruppi di persuasi è di ipotizzare un superamento, di lavorare non soltanto per il corretto funzionamento delle strutture della società e per la riduzione massima delle sperequazioni e delle ingiustizie – e delle sofferenze dei singoli – ma per qualcosa di più e di oltre, per un qualcosa che chiamavamo un tempo “rivoluzione” intendendo con questa parola l’affermazione di una società liberata, armonica e, nei limiti dell’umana condizione, felice. Spetta oggi a quei pochi gruppi che sono riusciti a sopravvivere con qualche dignità e a quelli che certamente verranno, un compito enorme. Nel disastro della politica, delle istituzioni, dei movimenti (e delle chiese) sta alle iniziative che partono dal basso e rispondono alle esigenze di quegli strati e di quelle situazioni che la società organizzata  trascura o opprime chiarire la propria collocazioni e ragionare sulla propria differenza, sui compiti che si devono dare e sul miglior modo per adempiervi, in fusione assolutamente indispensabile dei fini con i mezzi. Questi piccoli gruppi, “diversi” perché è nel legame indissolubile tra le idee e le pratiche e tra i fini e i mezzi che essi cercano la loro identità comune, devono ambire a qualcosa di più che a testimoniare e a “ben fare”. Essi devono osare di porsi come stimolo e modello per tutti, anche se non tutti, anzi pochissimi, potranno accorgersi di loro e rispettare la loro diversità… Lavorando con le molte specie di “malati”, di “stranieri”, di “giovani” e di “bambini”, ma anche di “proletari” (parola addirittura fuori moda, quanti nella “sinistra” l’hanno usata nelle scorse campagne elettorali?) e perfino di operai, pur sempre il ceto meno appariscente e più produttivo – le “minoranze etiche” cui vogliamo appartenere devono avere ben chiara la loro collocazione: che è dalla parte di una società civile che occorre  far rinascere con vecchi e nuovi compiti e certamente con un nuovo rigore.
Questi gruppi devono avere molto chiari quali sono i propri doveri e quali i propri diritti. Se si è cittadini che pagano doverosamente le imposte, che non speculano sugli altri, che producono socialità e cultura, che risolvono problemi importanti, che intervengono per alleviare pene e risolvere conflitti, se si merita dalla collettività (ed è questa la vera meritocrazia, o quella che ci interessa di più), è giusto che la collettività, attraverso le sue istituzioni,  sostenga gli interventi che sono di “pubblica utilità”. è suo dovere, come è suo dovere rispettare le specificità delle iniziative e dei gruppi una volta discussa e riconosciuta la validità di un metodo e di un progetto. Non si tratta dunque di continuare a chiedere l’elemosina, accettando tutti i ricatti che ne conseguono, ma di rivendicare dei diritti, visto che le minoranze, i gruppi cui apparteniamo, quanto a doveri ne sanno più di ogni altro e, soprattutto, assai più delle istituzioni e, ovviamente, dei politici  occupanti e sfruttatori del presente, incuranti del futuro. Il rifiuto di un modo di lavorare avvilente, sottoposto agli interessi e alle bizze della politica,  deve basarsi sulla conoscenza dei rispettivi diritti e doveri dei gruppi (della società civile), delle istituzioni e dei politici. Bisogna saper dire basta all’invadenza, all’arroganza, alla prepotenza dei politici, e delle istituzioni da loro invase e svuotate di ogni autonomia.
Se un qualche rinnovamento è possibile ancora pensare per la nostra società, esso deve guardare lontano, sui tempi lunghi del fallimento di questo tipo di società, ma non può che passare già ora attraverso la netta separazione dei compiti e dei doveri dei gruppi di intervento (in attesa che possano risorgere movimenti nuovi e seri), delle istituzioni e della politica. Se un qualche rinnovamento è possibile per la nostra società, si tratta di assumerne l’ambizione attraverso attività serie e coscienti, basate sulla capacità di far lievito, su metodologie limpide, ma anche sulla salda richiesta di venir rispettati da parte di chi di fatto comanda, per mandato elettorale, e saccheggia e distrugge invece di costruire, e di chi amministra, per vocazione o carriera, e dovrebbe farlo per il bene comune…

Goffredo Fofi