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Non abbiamo mai pensato che il berlusconismo fosse un fatto esclusivamente politico, che si limitasse alle sparate e alle insulsaggini dell’uomo-politico Berlusconi. Per contro, non abbiamo mai pensato che l’antiberlusconismo dovesse occuparsi solo del conflitto di interessi, del duopolio televisivo, dei fatti giudiziari e dei referendum elettorali intorno al Cavaliere. Non lo abbiamo mai pensato, perché abbiamo capito molto presto che il berlusconismo era un modus antropologico, ancora prima che politico, l’ennesima incarnazione del carattere nazionale, la summa dell’italico spirito del tempo. Il berlusconismo è l’humus unificante di un vasto popolo che si riconosce in un capo oltremodo simile a sé, è un calderone di pulsioni egoiste, familiste, corporative e antipubbliche, di interessi molteplici che vogliono alegalità e condoni per sé e il più duro degli autoritarismi contro i deboli, gli altri, i diversi. Questa sorta di continuismo strisciante è lo spirito maggioritario dell’Italia contemporanea (e forse dell’Europa odierna) e non poteva che vincere le elezioni, specie dopo il fallimento del centrosinistra al governo. L’errore imperdonabile del Pd veltroniano non è quello di aver perso la tornata elettorale (cosa che tutti in realtà avevano previsto), ma di aver inseguito Forza Italia e poi il Popolo delle Libertà sul suo stesso terreno, nel farsi partito di plastica a esso speculare. Diventandone quasi una variante di centro, e disconoscendo in modi davvero indecorosi tutto quanto avesse a che fare con il ricordo di Prodi, percepito perfino come troppo di sinistra, ha gettato le basi perché venisse meno il presupposto di ogni forma di reale opposizione. Proprio nel momento in cui ciò serviva. Tuttavia il vero vincitore delle elezioni più tristi della storia repubblicana non è stato Berlusconi, non il progetto politico berlusconiano, ma il Territorio. O meglio: un’idea regressiva, tribale, autoghettizzante della “casa propria”, della “famiglia propria”, della “nazione propria” che ha avuto nei guardiani del suddetto territorio i suoi paladini. Sono loro i veri vincitori delle elezioni, i leghisti di tutta Italia. Le varie leghe settentrionali federate nella Lega Nord, le varie leghe meridionali riunite sotto il cartello di Lombardo (il quale ha ottenuto percentuali significative non solo in Sicilia, ma anche in Puglia e Calabria), e lo stesso Alemanno nelle elezioni capitoline (il quale, più che da post-missino, ha condotto una campagna elettorale revanscista da “neolega romana”). Tutte hanno vinto sullo sdoganamento, ora spensierato ora truce, della xenofobia e dell’anti-antifascismo. È un’Italia sfrangiata quella che emerge dal voto. Un arcipelago di interessi particolari e spesso contraddittori tra loro, espressi da tanti cacicchi e ras locali che hanno interpretato al meglio il crollo di ogni idea, monito, esortazione attinente all’interesse generale, al bene comune. Nel decadimento di ogni forma di rappresentanza che superi ognuno di questi particolari, e che li elevi a un livello meno rozzo, coagulando progetti complessi, hanno vinto loro: i tanti leghisti, di cui le camicie verdi costituiscono solo il fenomeno più appariscente (e più ripagato in termini di ministeri). Gridano al lupo e pensano al proprio orticello, invocano allo stesso tempo una detassazione radicale e una marea di opere pubbliche, meno guardia di finanza per sé e più polizia e manette e manganelli per gli immigrati. È brutta, bruttissima questa Italia sfrangiata. Vecchia e ripiegata su se stessa, sempre pronta all’isteria. Così il Berlusconi che ha vinto le elezioni non è più Napoleone, né l’eterno nuovo Cesare. Neanche lui ci crede più. Sa bene di non poter essere il modellatore di un “uomo nuovo”, che non ci può essere più niente di “rivoluzionario” (nel senso, diciamo, reaganiano del termine) nel suo governo. Non è più l’uomo forte. È solo il mediatore romano di questo arcipelago di cacicchi (e di sacche di democristianità ancora vive e vegete). Occupa mediaticamente ed esteticamente il centro, e se ne sente appagato, ma sa bene che il potere – oggi – nasce, matura e rimane in periferia. E che la periferia, cioè tutto ciò che non sta nell’asfittico recinto del centro, è capace di infidi e inimmaginabili ricatti. Con questo non si vuole dire che il governo Berlusconi avrà vita breve. È scioccamente ottimista chi lo pensa. A meno che non ci siano cataclismi globali, durerà esattamente come l’altra volta: cinque lunghi anni. Quello che cambierà, e si intensificherà, è piuttosto questo rapporto disarticolato degli italiani con il proprio territorio, questo non voler guardare al di là del proprio microcosmo, pronto ad alimentare una somma di vischiose e piccole autarchie, di cui le nuove misure conservatrici saranno solo il cappello istituzionale. I commenti più stupidi del dopo-elezioni sono quelli che hanno lodato la capacità della Lega Nord di stare sul territorio. C’è perfino chi ha detto che – interpretando il voto operaio – la Lega è divenuta il nuovo Pci... Ma, da che mondo è mondo, c’è modo e modo di stare sul territorio. Certo, lo spiazzamento (e quindi la successiva invidia) del partito di plastica veltroniano è comprensibile: lontano dalle periferie, dalla fabbriche, dalle università, dal Nord, dal Sud, da Napoli, da Milano, da Roma, da Tutto... non riesce più a esprimere – teoricamente e programmaticamente – cosa voglia dire stare, vivere, interagire con un territorio e con la comunità eterogenea che lo abita, cosa voglia dire criticare questa comunità e contribuire a migliorarla. Ma la Lega, la tanto decantata Lega, in che modo sta sul territorio? In che modo risponde – secondo le analisi del “Corsera” – ai “bisogni del territorio”? Fare le ronde vuol dire stare sul territorio, essere come il vecchio Pci? Fare gazebo contro i rom, dire che è più difficile eliminare loro che i topi di fogna, vuol dire occuparsi di sicurezza? Versare sangue di maiale davanti agli ingressi dei centri di preghiera islamici vuol dire cosa? È questa la politica dal basso? Insomma, quello che sta lentamente passando – anche sulla stampa di sinistra – è l’idea che questo fascistume (incapace di elaborare analisi, soluzioni dei conflitti, affrontare il tema delle ingiustizie, salvo rinfocolare odi, risentimenti, razzismi...) sia tutto sommato positivo a confronto del fallimento dei partiti di plastica. Come se interpretare la pancia dell’elettorato, alimentandone i conati di bile, sia comunque un modo di stare vicino al popolo... E allora il punto è che bisogna ripartire dal territorio, ma ribattendo argomento per argomento ai deliri delle cento leghe e dei loro cacicchi. Il terreno di scontro principale sarà, ancora una volta, quello dei migranti. In due anni di governo Prodi, il centrosinistra si è dimostrato incapace di rovesciare la Bossi-Fini, ed è stata forse la più grave tra le mancanze. Oggi, tra le file della nuova maggioranza c’è chi auspica addirittura un suo inasprimento: per dirla con uno slogan adottato – credo – dalla stessa “Padania”, una nuova legge sull’immigrazione Bossi-Bossi che renda migliaia e migliaia di espulsioni e carcerazioni di “clandestini” ancora più “efficaci”. In tutto questo, che Berlusconi abbia ceduto il ministero degli interni a un esponente della Lega (a colui che viene sempre definito il più moderato) è una scelta del tutto conseguente. Incomprensibile, certo, al di fuori dei confini nazionali, ma perfettamente conseguente. Quella che i più vogliono carcerare o respingere al di là dei confini non è la diversità, bensì la povertà percepita come qualcosa di estraneo, il disagio, le conseguenze umane di un nuovo sfruttamento lavorativo – utilissimo, poi, quando si tratta di produrre. Un secolo fa, agli inizi del Novecento i socialisti seppero governare, dal basso, conflitti difficilissimi. Non era infrequente, tra i braccianti organizzati della Pianura padana o del Tavoliere, picchiare i contadini forestieri che accettavano paghe inferiori e condizioni di lavoro peggiori, mettendo in discussione i vantaggi acquisiti a seguito di lotte molto dure. I socialisti – anche se con enormi difficoltà – seppero governare quei conflitti. Seppero creare tra i lavoratori un fronte comune, evitando che ci si scannasse tra poveri, facendo il gioco degli agrari. Il socialismo italiano è nato proprio lì, in quelle condizioni, governando quei problemi. A un secolo di distanza, nelle periferie urbane delle grandi e medie città italiane stanno nascendo conflitti simili. Più che sul luogo di lavoro, hanno a che fare con il territorio, con chi lo occupa, chi lo vive, chi lo subisce. Al di sotto del paese dei vincenti, c’è un neoproletariato italiano – non necessariamente povero, ma incolto, feroce, depresso – che facciamo fatica ad analizzare e a raccontare. E c’è un neoproletariato straniero – composto di europei dell’est e di extracomunitari, di migranti di seconda e terza generazione... – che pretende sacrosantamente dignità e diritti, una propria cittadinanza, lavori non schiavistici e che quando si eleva al livello della piccola imprenditorialità viene visto con sospetto. Poi c’è un ceto medio in crisi, privo di prospettive. In assenza di una rielaborazione critica di nuove forme di convivenza sul territorio (e di una attenzione dovuta alle crescenti disuguaglianze e insicurezze sociali) ha vinto l’ossessione della sicurezza. Vista in questi termini, è una forma di psicopatologia sociale abbastanza comprensibile. Il guaio è che fino a quando non le si opporrà una nuova idea di socialità, vinceranno sempre e comunque i nuovi guardiani del territorio. Per questo, dobbiamo avere la forza di tornare al punto di partenza, agli albori del socialismo. È l’unica via per ricomporre i conflitti inutili e dannosi, individuare ogni volta chi sta veramente dall’altra parte, ed estirpare la malapianta dei nuovi populismi, dei micronazionalismi... È questa l’unica via, proprio oggi che la sinistra appare scomparsa, accoppata non solo in parlamento, ma anche su un piano più vasto, teorico e pratico. Non esistono ricette preconfezionate. Sette anni fa, era il 2001, dopo un’altra schiacciante vittoria delle destre, l’opposizione nel paese non riprese il suo corso dal parlamento. Nacque in maniera pulviscolare su molteplici fronti e in molteplici lotte extraparlamentari (oggettivamente extraparlamentari) ed extrapartitiche (oggettivamente extrapartitiche) fin troppo note per essere rielencate. Quando arrivò il momento della raccolta, e del confronto con la politica dei partiti, si lasciarono appassire i frutti migliori. Dovessimo fare una previsione, con un pizzico di ottimismo si può dire che nei prossimi anni sorgerà qualcosa di non molto dissimile. È quasi fisiologico. Il problema è vedere, ancora una volta, se avrà rami più robusti che in passato. Alessandro Leogrande
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