Archivio 2008 Giugno - N. 96 Il cambiamento che ha vinto
Il cambiamento che ha vinto
di Gianfranco Bettin   

Siate il cambiamento che desiderate: e così è stato. La vecchia massima gandhiana (recentemente rispolverata dal Partito radicale) è stata presa alla lettera dal nostro paese, e tenacemente perseguita e messa in pratica. Prima ancora di produrre l’epocale cambiamento politico per via elettorale dell’aprile 2008, il cambiamento vero è avvenuto nel modo di essere di una debordante maggioranza, negli stili di vita che ha progressivamente assunto, nei valori professati, nelle mentalità, nei desideri via via sviluppati. Il berlusconismo come “autobiografia della nazione” va ben oltre e più in profondità del suo perimetro elettorale e politico, comunque smisurato. Gran parte della stessa sinistra che politicamente gli si è opposta (?), non solo quella oggi ritargata piddì ma anche un buon pezzo di quella cosiddetta arcobaleno e perfino di quella “diffusa”, composta dai cari vecchi “cani sciolti”, non sa nemmeno di essergli figlia (in qualche caso lo sa e gli va bene, e aspetta, prima o poi, di ricevere una parte di eredità). 
È come se una duplice partita si fosse giocata, almeno dalla seconda metà degli anni ottanta a oggi. Una prima partita si è svolta sul piano politico, e ha avuto esiti alterni infine culminati nel trionfo berlusconiano (e leghista) del 13 e 14 aprile scorsi. Un’altra ha invece interessato il modo concreto di essere, di vivere, di pensare, e ha prodotto la nuova Italia di questi anni, il paese reale che, appunto, è diventato il cambiamento che desiderava. Il voto di aprile lo ha solo ratificato elettoralmente. La partita vera si è giocata, politicamente, all’intersezione tra le due sfere, tra stili di vita e orientamenti elettorali. Fino a quando era compatibile essere, nella prima sfera, sostanzialmente berlusconiani e nella seconda elettori e politici di centrosinistra, il gioco è rimasto aperto e sono state possibili sia certe stagioni di speranza politica (come, con tutte le sue ambiguità, la stagione di Tangentopoli, o quella referendaria) sia le due vittorie prodiane (entrambe di Pirro, in effetti). Quando la realtà ha impedito questa convivenza di atteggiamenti, la contraddizione si è sciolta privilegiando ciò che, infine, si è riconosciuto come più prossimo, anzi come ciò che era tutt’uno con se stessi, con quello che nel frattempo si era diventati (e sempre più convintamente).
Del resto, il governo Prodi era già, in parte, un governo Berlusconi. L’humus culturale, il linguaggio, le priorità, erano quelle di un berlusconismo mitigato, per così dire, e a volte neanche tanto. Per certi aspetti, esso rappresentava il volto più serio del berlusconismo, il volto che l’originale non era in grado di mostrare, perché il proprio elettorato, e la propria base antropologica, non l’avrebbero gradito. Il recupero dell’evasione fiscale, il risanamento dei conti pubblici, l’indulto, la conferma (che solo la sinistra poteva dare) che non c’è alternativa alla legge (e al metodo) Bossi-Fini sull’immigrazione o alla legge Gasparri sulle televisioni o alla rassegnazione al più colossale conflitto d’interessi del mondo o all’idolatria del Pil e in genere dell’economia, sulla scia dell’Europa burocratico-tecnocratica che detta la linea: tutte prove provate che solo un governo di centrosinistra poteva fornire. E, puntualmente, le ha fornite, pur in mezzo a litigi e polemiche diuturne ma, infine, irrilevanti. Cioè, rilevanti solo nella dimostrazione dell’improbabilità della coalizione, la più vasta e la più affollata di ogni tipo di sinistra della storia della Repubblica. Una sinistra che doveva convivere sia con i rigorosi e grigi interpreti della linea tecno-buro-europea (a cominciare da Prodi medesimo) sia con il berlusconismo interno al proprio campo.
Il fallimento era scritto. Ma non solo nel risultato elettorale risicatissimo di due anni fa. A sua volta, anche quello non era nato sotto un cavolo. Era il frutto dell’incapacità di agire nel paese come autentica forza critica, di seminare un altro cambiamento e un altro modo di essere, di concepire altri pensieri e altri desideri nel vivo e nella concretezza delle situazioni reali, non nelle parole, nelle chiacchiere o nei comizi, contrapponendo ai programmi reali del berlusconismo, che danno sostanza di medio-lungo periodo alle illusioni che quotidianamente esso sa accendere, altri programmi reali, perseguibili in un medesimo tempo reale, senza indulgere a quel vizio che specie a sinistra prolifera da sempre, il gioco dell’ideologia, dell’utopia buona solo a preparare, dopo l’inevitabile sconfitta politica, il “buen retiro” (e i diari delusi) dell’intellettuale e del militante gabbato dal popolo e dalla storia, o i suoi tradimenti, le sue giravolte o magari le sue prossime venture elucubrazioni parapolitiche e parautopistiche.
Per fare un esempio, è parso più facile, a molti nella sinistra, criticare il totem dello Sviluppo stilando complessi e fascinosi manifesti sulla Decrescita piuttosto che elaborare piani concreti di decostruzione e trasformazione delle incarnazioni reali del totem sviluppista, immaginando, poniamo, la radicale trasformazione di un polo industriale pericoloso, inquinante e dissipativo, stabilimento per stabilimento, reparto per reparto, ciclo produttivo per ciclo produttivo. Accumulando, cioè, in questo e altri campi, esperienze concrete di trasformazione capaci di mostrare una via diversa, anche sul piano globale, non solo ai conformisti del nostro campo (tipo i piddì che per tutta la campagna elettorale hanno celebrato Sviluppo e Pil come se fossero governanti degli anni sessanta), ma ai potenziali elettori, cittadini reali del nostro tempo e del nostro mondo. Ovvio, dunque, con questa storia alla spalle, con questo deficit di esperienza e di elaborazione, che ci si sia ridotti, al governo e nella coalizione, a trattare al solito modo, dando di sé e dell’intera vicenda del governo Prodi un’immagine insopportabile e infine fallimentare. Al tempo stesso, tradendo quanto di meglio i movimenti e la parte più autenticamente critica e innovativa della nostra società avevano comunque sviluppato.
Il nostro paese – e non solo, per fortuna – è tuttora non povero di esperienze che perseguono attivamente e consapevolmente altre priorità, altri stili di vita, altri valori rispetto a quanto distingue l’enorme maggioranza conformista e perfettamente bipartisan. È proprio questo cambiamento, già operato in settori circoscritti ma significativi, a non essere stato politicamente interpretato. Anche per limiti di chi ne era portatore, bisogna dire, limiti riconoscibili sia nell’ingenuità politica (tutto sommato non disprezzabile) sia in una certa e più colpevole ignavia e accidia (politiche). Niente di paragonabile, comunque, alle responsabilità del ceto politico ufficiale e di movimento (esiste infatti, eccome, un tale ceto anche nel movimento, e nell’associazionismo, per non dire nel sindacato, nella cooperazione, eccetera), alle sue ambiguità e connivenze con il quadro politico e con il sistema nel suo complesso. Soprattutto, questa responsabilità va ritrovata nell’incapacità di pensare politicamente il cambiamento che in queste parti della nostra società, in queste soggettività, sia pure di minoranza, era già avvenuto, e di rappresentarlo nel confronto e nel conflitto con il resto del sistema politico (e nello stesso campo del centrosinistra). D’altronde, e con ciò torniamo al punto di partenza, come produrre un cambiamento se non si è già diventati questo cambiamento (o, peggio, se si è diventati un cambiamento di segno diverso e opposto, magari inconsapevolmente)?
È questo che rende oggi urgente più che mai e prezioso come sempre il lavoro dei gruppi e delle minoranze che intendono agire e pensare non solo per se stesse ma tenendo d’occhio il contesto. Per cambiarlo, ma anche, e innanzitutto, per non farsene cambiare. In fondo, perfino Berlusconi, prima di diventare la nostra biografia è stato una pagina bianca sulla quale qualcun altro scriveva. Poi, per diventare padrone di se stesso, si è comprato la casa editrice.

Gianfranco Bettin