Archivio 2008 Luglio - N. 97 Un film su un’altra scuola
Un film su un’altra scuola
di Daniela Persico   

Tratto dall’omonimo libro di François Bégaudeau, “Entre les murs” di Laurent Cantet non è uno di quei film sulla scuola che mostrano con esemplarità il mestiere dell’insegnante e non è neppure una parabola nera sull’incomunicabilità tra generazioni. Forse proprio per questo è un’opera da mostrare in classe, da guardare insieme tra insegnanti e alunni, perché – rubando le parole a Jean-Louis Comolli – è uno di quei film che ancora sanno confrontarsi con il terreno del reale provocando il dubbio e spingendosi ben al di là del semplice spettacolo. Tutto il cinema di Laurent Cantet è contraddistinto da questa tensione: la profonda attualità dei temi si è sempre unita a una nuova e affascinante idea di rappresentazione, che spingesse lo spettatore in luoghi poco rassicuranti e convenzionali. Chiusi nelle mire egoistiche di chi inizia un nuovo lavoro (come accade in “Risorse umane”, una tragedia edipica sulle trentacinque ore lavorative), soffocati dalla mancanza di prospettiva di chi invano finge di cercare un nuovo impiego (nel suo film più alto e sorprendente, “A tempo pieno”), mentre guardiamo le opere di Cantet non possiamo che sentirci ancorati alla visione soggettiva, parziale e per questo ossessiva dei suoi personaggi, schiacciati in un sistema economico che li ha ridotti a spettri di se stessi. Dopo aver provato a raccontare il turismo sessuale in “Verso il sud”, il regista francese è ritornato a un progetto che lo aveva affascinato: mettere in scena la vita di una classe. E se per parlare del mondo del lavoro, dove la legge del mercato padroneggia persino sul più stretto rapporto di sangue e distrugge la dignità della persona, il punto di vista era netto e invasivo, relegando ogni salvezza in un fuori campo a cui non si può neppure ardire di guardare, per parlare della scuola le scelte del regista inseguono altre idee.
Pensato come un documentario, “Entre les murs” segue le vicende di un giovane professore François Marin (interpretato dallo stesso Bégaudeau) che insegna francese in un liceo multietnico nel ventesimo arrondissement, dove la lingua di Marivaux è una lontana chimera, sostituita dalla pluralità semantica dell’argot. Quasi interamente girato all’interno dell’aula scolastica, con qualche scena nella sala di ricevimento e nel cortile, il film segue la complessa articolazione del rapporto professore-classe. In principio c’è la solidarietà con i colleghi: chi è appena arrivato e non sa bene cosa aspettarsi, chi guarda con noia all’anno che si apre, chi mette in guardia sugli alunni problematici. Poi François è solo e deve affrontare l’aula. Il primo livello da raggiungere sembra essere il rispetto; in un sistema scolastico francese che ancora una volta appare molto distante dal nostro, il campo dell’insegnante e quello dello studente sono due aree regolate da leggi diverse. La formalità di certi gesti, richiesti con ostinata insistenza, sancisce il distacco. Agli studenti si chiede di togliersi il cappello, di non masticare la gomma, di mettersi in piedi quando il professore entra nell’aula, di prendere la parola alzando la mano. Fissate queste premesse, a cui gli studenti non smetteranno mai di ribellarsi, il professore può accedere al secondo livello: iniziare un gioco che parta dalla riscoperta della parola per concludersi con la ridefinizione di sé e del proprio ruolo nel mondo. Lontano da una grammatica imparata sui libri di testo, François esordisce all’inizio dell’anno dicendo: “Quest’anno lavoreremo sull’autoritratto”. S’inizia nel malcontento generale e al regista interessa seguire unicamente questo processo libero nella sua costrizione, in cui a uno a uno i ragazzi esprimeranno chi sono, cosa odiano e cosa vorrebbero, in una lingua che diventa sempre più limpida. Nella continua ricomprensione di ogni parola, il valore dell’insegnamento trova il suo livello più alto: poter ricostruire tra Wei, Esmeralda, Khoumba e gli altri un dialogo che si liberi dalle aberrazioni disgiuntive dell’argot per raggiungere una comunicazione capace di riflettere con chiarezza ciò che i ragazzi desiderano.
In questa difficile e precaria democrazia, quasi costruita sulla riscoperta del verbo, sarà proprio il professore a tradire gli spazi assegnati: userà una parola ambigua, suscitando una catena di eventi che porterà alla sospensione di Souleymane. Cacciato per un eccesso di rigore da un’istituzione in cui ogni scelta è talmente ripartita da sembrare senza responsabilità, il ragazzo avrà al suo fianco una madre che parla soltanto africano e ha la statura morale di una regina dei tempi passati. Un’espulsione per il bene degli altri, una sconfitta per il professore che si ritrova a fine anno a constatare che i suoi alunni, a volte troppo sottostimati, il concetto di democrazia l’avevano capito persino meglio di lui, magari leggendo “La Repubblica” di Platone. E l’unica concessione alla confidenza – in questa descrizione così lucida di un anno scolastico – arriva da una ragazzina che rivela con timidezza al professore che lei proprio non capisce nulla di ciò che succede. L’aula si svuota.
“Entre les murs” potrebbe essere visto come il contraltare di un altro successo francese, “Essere e avere” di Nicolas Philibert. Quanto il film di Cantet è una finzione mascherata da documentario, con persino qualche sguardo in macchina degli studenti, il secondo è un documentario che si articola secondo un modello finzionale. Ma non è solo una questione di forme: alla base c’è un’idea opposta di educazione. “Essere e avere” è un film accorato su una scuola che non esiste più: un arco scolastico scandito dal mutare della natura e dall’avvicinarsi alla pensione per un anziano maestro. Il nucleo finzionale del film nasce dalla stessa cura spasmodica con cui Philibert ha ricercato una scuola che potesse avere i giusti canoni per diventare “esemplare”. Il suo entrare in empatia con il maestro rende l’opera uno sguardo sul mondo dell’apprendimento mediato da due adulti: l’occhio di Philibert e la mano salda del maestro, cosciente di star diventando da persona a personaggio. Una solidarietà che non riguarda i più piccoli, che molto spesso trascurano la presenza del cineasta focalizzati dalla potenza del maestro. Per questo l’unico che può sostenere un tête-à-tête con il regista è il maestro, nell’intervista che interrompe bruscamente la narrazione forte di “Essere e avere”.
Per Laurent Cantet lavorare sul mondo scolastico apre a un altro orizzonte: la scuola non è più il modello idealizzato che cerca Philibert (quasi a dire che l’essere si raggiunge in mancanza dell’avere), l’aula diventa il terreno di gioco non soltanto per una nuova società, ma per la possibilità di resistenza della democrazia. L’educazione rivolta ai giovani è fondamentale in quanto nucleo della costruzione di una nuova società. E in questa prospettiva interessa Cantet, che privilegia alla tensione narrativa ancorata su un protagonista, un andamento rizomatico (tipico dei documentari non a caso sulle istituzioni di Frederick Wiseman) che costruisce degli spazi di relazione piuttosto di delineare singole identità. L’ordine disciplinare e le norme linguistiche sono soltanto i presupposti affinché germogli qualcosa d’altro: il maestro si sforza di spianare un terreno in cui quasi all’improvviso e spontaneamente potrà nascere la comunicazione e non il confuso vociare di chi parla con se stesso o con il suo gruppo, escludendo gli altri, i diversi. Se Philibert lascia mediare la realtà dal maestro, qui Cantet elabora un processo inverso: scelti i ragazzi e lo scrittore li invita a recitare su un canovaccio, gioca insieme a loro ricostruendo in maniera mediata una realtà di cui fanno tutti i giorni esperienza (un esperimento che ai suoi tempi fece Jean Rouch in “La pyramide humaine”). In questa rimessa in scena di un’esperienza condivisa ognuno è chiamato a entrare nei panni di qualcuno diverso da sé, in un personaggio con cui confrontarsi, con la coscienza della simulazione. Sotto questa mediazione, Cantet trova la giusta distanza tra professore e alunni. Non a caso, dedica ai ragazzi (e non all’insegnante) la possibilità di diventare protagonisti di un’inquadratura assoluta: li immortala isolati in splendidi campi medi nel momento in cui scelgono di leggere finalmente il loro autoritratto. Questa volta un vero “testa a testa” – libero e vibrante – frutto di quel terreno che si è costruito insieme.

Daniela Persico