Archivio 2008 Ottobre - N. 100 Potere senza potere a Santarcangelo ’08
Potere senza potere a Santarcangelo ’08
di Lorenzo Donati   

Quest’anno a Santarcangelo è successo qualcosa. In Romagna, a pochi passi da Rimini ma già sull’asse della Via Emilia, che gradualmente allontana dalla riviera, da oltre trent’anni si tiene un festival a cui tutto il teatro “che vive” deve molto. Santarcangelo è stato una sorta di apripista, quasi un modello e una direzione per molte altre rassegne della penisola. Un paese intero che per dieci giorni diventa teatro, intercettando i fermenti della scena nazionale e internazionale, attirando appassionati, addetti ai lavori, curiosi, persone in cerca di esperienze “alternative”. Volendolo dire con uno slogan, per anni Santarcangelo è stato un paese con il teatro intorno, nonostante o in aggiunta al teatro che veniva ospitato. Ebbene, tutto questo da un po’ non avviene più. Non si tratta solo della pur normale transizione di ogni avanguardia, destinata a scomparire o a ripensare i propri geni per divenire “istituzione”; non è solo una questione di “politica teatrale”, negli ultimi tempi particolarmente disastrosa soprattutto se affiancata alla politica in senso stretto, entrambe in competizione per svuotare di ogni contenuto che non sia i “grandi numeri” la gestione della cosa pubblica; non è solo questo, almeno: probabilmente a Santarcangelo, in maniera più manifesta che altrove, si riflette la tensione generale dei nostri anni, sempre più in corsa per restringere i margini di movimento di idee e persone, e così incanalare ogni possibile alterità in sicuri programmi “all inclusive” (di qualunque tipo, dai viaggi ai megaconcerti fino alle notti bianche e “rosa”, l’ultimo ritrovato di una riviera a mezza via fra lo sballo e il mito della sicurezza a colpi di ordinanze). Proprio a Santarcangelo, allora, questa tensione stride forse con più forza se paragonata alla sua stessa storia, alla sua “tradizione del nuovo”.

Al festival si è cominciato ad andare per pochi giorni, assecondando quella che sembra essere l’unica possibile attitudine dell’estate delle rassegne, che ci vede consumare due o tre spettacoli in una sera per poi ripartire (tutta l’estate e tutte le rassegne, le eccezioni sono talmente poche che forse non è nemmeno opportuno chiamarle “festival”). In paese è diventato impossibile fermarsi, non esistono luoghi che permettano di rimanere per più giorni senza dilapidare uno stipendio. In paese, finiti gli spettacoli, ormai si va tutti a casa o si scialacquano euro nei locali trendy del centro, mentre fino a qualche anno fa si rimaneva anche senza aver visto spettacoli, come a dire che non di soli spettacoli vive un teatro. In Romagna, e questo appare più grave ancora, ci s’infarcisce la bocca con discorsi e pensieri “di sinistra”, magari ospitando artisti che si proclamano “contro” e solo per questo attirano le folle, epperò si rischia di replicare e quindi alimentare in tutto e per tutto i meccanismi divoratori dell’attuale società del consumo. Questo vale a Santarcangelo e quasi ovunque altrove, nessun “ruolo” escluso, da critici ormai solo impegnati a difendere la zolla di potere rimasta, a direttori e organizzatori che hanno perso di vista qualsiasi barlume di passione, ad artisti che in alcuni casi non si azzardano a dire dei no che siano per una volta urlati e pubblici. Eppure, dicevamo, qualcosa quest’anno si è mosso. Occorre fare un passo indietro, tornando ad aprile circa, quando l’allora direttore artistico Olivier Bouin rassegnava le dimissioni al consiglio di amministrazione fresco di rinnovo. Per non precipitare il festival nel disastro totale, un temporaneo direttivo si è rivolto alle due compagnie maggiormente esposte in quanto anche prodotte, Fanny & Alexander e Teatrino Clandestino, affinché collaborassero all’ideazione dell’edizione del 2008. Nasce così “Potere senza potere”, un coordinamento di gruppi, artisti e singoli individui, un progetto d’azione, un punto di partenza che esprime una negazione verso un sistema chiuso e da rifondare, ma che decide di abitare un tempo e un luogo ben precisi provando a riempirli di segni e segnali. Intanto, seguendo una sollecitazione di Piergiorgio Giacché, sono cominciate a girare voci sul futuro del festival: non più un nome calato dall’alto (ormai uno varrebbe l’altro, se si tratta di imposizioni slegate dal contesto e dalla storia del festival, peggio ancora se come di consueto veicolate da poco chiari patti politici), ma una rosa di gruppi romagnoli che si alternerebbero per tre anni, affiancati da organizzatori e critici di fiducia. Un anno a testa per Socìetas Raffaello Sanzio, Teatro delle Albe e Motus, un progetto finalmente nella direzione dell’inaspettato, al quale non possiamo che guardare con interesse nell’attesa che venga presa una decisione, sperando che per una volta sia “buona”. “Potere senza potere”, per tornare all’oggetto di queste righe, è nato invece per stare nel presente, ma con l’ambizione di riprendersi il futuro, e la possibilità di progettarlo. Chi scrive, insieme a una redazione intermittente di critici (Altre Velocità, www.altrevelocita.it) e a una di poesia e illustrazione (“Suole di vento”), ha aderito a “Potere senza potere” curando un foglio di approfondimento giornaliero, fotocopiato e distribuito prima e dopo gli spettacoli, e una radio di piazza (Radio gun gun) che trasmetteva da Piazza Ganganelli, al centro del paese (tutti a lavorare ospiti nell’ufficio di Motus). Crediamo che ci siano tante cose che ci portiamo a casa dopo “Potere senza potere”. Crediamo anche che ci siano tante altre che non ci piacciono, tante situazioni e pratiche che ci disgustano, e che vorremmo fossero diverse. Vediamone alcune.

Siamo stanchi degli spettacoli mordi e fuggi, in cui non si fa altro che varcare la soglia di un edificio per accedere al “consumo” della serata. “Potere senza potere” ha proposto “Incontrare”, un invito ad abitare gli spazi delle repliche oltre le repliche stesse. Non solo spettacoli, quindi, ma anche parate in Ape-car (Tony Clifton Circus) in cui si rassicura la popolazione: “è solo teatro, fra una settimana tornerà la tranquillità, sangiovese e piadina”. Il teatro può diventare anche la location per una gara di batterie elettroniche, un frastuono meraviglioso subito dopo lo spettacolo di Motus a Villa Torlonia, o il consesso per una conversazione aperta sul potere fra alcune compagnie. Siamo stufi dei convegni, quasi sempre occasioni per farsi pubblicità o mostrare i muscoli dei legami politici. Quasi sempre occasioni in cui perdiamo il nostro tempo, che già di per sé è poco. I “Rilasci lenti” erano un convegno esploso nel tempo e nello spazio, una lunga lista di domande sul senso di un festival rivolte ad artisti, organizzatori, filosofi, psicologi. Si poteva rispondere con un microfono o con un megafono, prendendosi non più di dieci minuti di fronte ai luoghi di spettacolo. Non ne possiamo più di vederci sempre fra noi quattro gatti, sempre negli stessi teatri, sempre a discutere “del più e del meno” su questa o quella scelta estetica, sempre a difendere questa o quella posizione o competenza. “Potere senza potere” ha provato a creare una “direzione” orizzontale e multicomposta, in cui educatori si sono trovati a montare brani audio per la radio, artisti a organizzare gli appuntamenti della giornata, critici a divulgare e comunicare il senso di un’azione provando a non svilirlo. Siamo stufi delle rassegne, quasi tutte confezionate e impacchettate seguendo linee curatoriali spesso imperscrutabili, fra pseudo-elitarie avanguardie contemporanee e protezionismi di famiglie. “Potere senza potere” ha progettato un’intera serata di festival, il 13 luglio in piazza, in cui un anarchico spazio di non organizzazione ha tentato di convivere con un palinsesto preciso ma tenuto segreto al pubblico. Si arrivava e si attendeva che un faro illuminasse tratti di piazza, per ascoltare il dialogo fra lo stato e l’arte di Marco Martinelli, udire gli strepiti mozartiani uscire dai clacson da camion dei Fanny & Alexander, assistere all’arrivo della maratona del Teatro Sotterraneo, o fra le tante cose semplicemente notare la compagnia Menoventi dare una mano alla logistica. L’elenco di quello che non ci piace potrebbe continuare, così come quello delle proposte d’azione di “Potere senza potere”, di cui abbiamo elencato solo alcune manifestazioni. Dunque cosa ci portiamo a casa, dopo un’estate così simile alle altre, eppure con qualche segno di non allineamento?

Per prima cosa, seguendo Gilles Clément, siamo sempre più convinti che sia necessario “elevare la non organizzazione fino a conferirgli dignità politica”. “Potere senza potere” è stato possibile anche perché ha vissuto sempre sul limite dell’autoproduzione: una serata di piazza, oltre venti rilasci lenti, una radio, un foglio fotocopiato, gli incontri e molto altro sono stati sostenuti solo tecnicamente dal festival, nessuno ha preso una lira, eppure la sensazione è che la vita stesse lì, non certo nelle “feste”, nei convegni o in larga parte degli spettacoli programmati, che peraltro ci sarebbero comunque stati.

Altro punto fondamentale sta nel valore della negazione, intesa come possibilità di proiettare oltre i propri “no”. Nel teatro, nella società, siamo tutti molto bravi a fare gare di lamentele. Tutto sembra talmente già stato fatto, o pensato e cucinato per noi da altri, che il valore del nostro essere contro spesso si riduce a una recriminazione vuota, come se l’ordine delle cose fosse naturale e immutabile. “Potere senza potere” ci dice del valore di un “no” che contiene dentro una proposta alternativa (leggi azione), e come tale implica movimento, incertezza creativa, errore ed esposizione estrema al rischio dell’autolegittimazione, sempre dietro l’angolo; infatti, pur dissociandoci, anche noi facciamo parte dello stato di cose che non ci piace, anche noi spesso e volentieri acconsentiamo, o almeno non facciamo tutto quello che potremmo. “Potere senza potere” è una piccola proiezione di un fare alternativo, che prima di tutto ci svela la nostra parzialità e fallibilità.

Infine, come già ci segnalava il nome del coordinamento, ci portiamo a casa una consapevolezza ora più solida: si agisce per essere prima di tutto fedeli a se stessi, come unico punto di partenza possibile, sapendo che il valore delle nostre azioni, se riferito al potere, è quasi nullo. Forse è impossibile cambiare il mondo senza prendere il potere, se pretendiamo di farlo subito, certo è invece che provare a farlo assumendo il potere sembra ormai garanzia di asfissia. Quante direzioni artistiche di buoni propositi abbiamo visto snaturarsi, cambiare pelle, fino a replicare esattamente il teatro che dicevano di voler avversare? Quanti artisti della nostra recente gloriosa avanguardia scenica, a contatto con l’istituzione, sono divenuti anch’essi simboli di un potere in cui manca l’aria? Si tratta allora forse, noi tutti, di provare a ripensare ai modi e agli strumenti d’azione, dando definitivamente per perse “agenzie” e luoghi ormai troppo compromessi, osservando capendo partecipando in quei rari che sentiamo ancora vivi, inventandone altri e progettandoli come li vorremmo, puntando in alto. “Potere senza potere” ci dice di tutto questo, come prima cosa svelandolo a noi stessi: “Un punto di vista in cerca di un linguaggio”, come ha detto Lorenzo Bazzocchi di Masque teatro al suo “rilascio lento”. No, non otterremo nessun cambiamento né oggi né domani, e anche quel poco di buono che pensiamo di aver fatto ieri già domani non serve più. Eppure, non possiamo far altro che stare in queste azioni, spronarci a vicenda, provare a inventarne di nuove, per un semplice motivo che nessuno ci può togliere: lì, nella fatica, nel rischio e nei progetti, si vive meglio, ne siamo sicuri.

Lorenzo Donati