Archivio 2008 Ottobre - N. 100 Teatro: Romeo all’Inferno
Teatro: Romeo all’Inferno
di Piergiorgio Giacchè   

L’Inferno è dominante e infine determinante. Non si penserebbe né si rappresenterebbe tanto l’al di là, se non si cominciasse dall’inferno. La morte stessa è un inferno, nella nostra cultura e società che crede solo nella pubblicità della vita. Sarà per questo che anche a scuola, leggendo la “Commedia” di Dante (che tra parentesi non nasce come Divina), l’Inferno sembrava giustificare tutta l’avventura del poeta: magari soltanto in forza della sua teatralità, o per la debolezza di una preparazione ancora incapace di gustare i versi più faticosi del Purgatorio e più luminosi del Paradiso… L’“Inferno” della Societas Raffaello Sanzio, rappresentato ad Avignone durante il festival di quest’anno (che davvero è stato salvato dal limbo dove stanno finendo tutti i festival, se non avesse avuto Romeo Castellucci come artista associato) è stato anch’esso dominante. E determinante. L’interminabile “Purgatorio” e il fugace “Paradiso” non sono stati che la sua continuazione, anzi in qualche modo il suo approfondimento. Ma l’“Inferno” è stato, anche per il suo autore, lo spettacolo più nuovo e infine terminale di una “discesa agli inferi” che è cominciata da molto ed è forse continuata per tutto il tempo di lavoro della straordinaria compagnia sperimentale che è ancora in testa alle classifiche dei teatri italiani. Cercare le visioni nei sotterranei delle fiabe o dei miti, nelle negazioni del sonno e del buio, nelle menomazioni della malattia e della paura, è un percorso e un discorso che i tre artisti della Raffaello (ciascuno a suo modo e tutti insieme) hanno fatto spesso: se non c’entra con la causa prima del loro teatro, ci entra in testa a noi spettatori come effetto ultimo. All’inferno però Romeo Castellucci non era ancora arrivato, e la novità stilistica e l’estremità formale che tocca con questo suo spettacolo la si deve proprio al raggiungimento di un traguardo che – per sua indefinizione – sta oltre il limite di ogni visione. Se è onesto e rigoroso con se stesso, quel teatro che si apparenta e che si alimenta dei suoi colori sapori dolori, una volta dichiarato di aver passato la soglia del suo Inferno, non può continuare a inventarsi allusive e approssimative rappresentazioni. Non può più liberare visioni e tensioni verso l’altro, dacché ha deciso di arrivare all’oltre: in una dimensione dove il luogo prende il posto del corpo e al corpo non resta che farsi luogo di un’azione da subire. È così che Romeo Castellucci non può più nascondersi in regia, ma deve uscire allo scoperto e nel mezzo di una “scena oscura” che recita da sola e per se stessa: le tre fiere dantesche, cani da guardia di un luogo interdetto anche all’immaginazione, compiono fino in fondo la loro azione di azzannare il corpo dell’artista, che in questo modo lascia la sua firma in quell’allestimento che lo sopravanza, che lo sorprende e lo annulla. Da adesso in poi è “il luogo” l’unico protagonista e l’ultimo attore. E dai tempi di Carmelo Bene e di “Nostra Signora dei Turchi” non si vedeva recitare un Palazzo. “Se non fossi un palazzo, mi crederebbero…”, celiava allora Carmelo in chiusura di film. Se non ci fosse il Palazzo dei Papi non starei all’Inferno, dice invece sul serio Romeo, in apertura di gioco. Poi, sulla scacchiera quadridimensionale (poiché anche il pubblico fa complemento di luogo) di una reggia-prigione, le mosse dei pedoni atterrati e degli alfieri celesti che scalano le torri e attendono il cavallo, non fanno nessun testo ma recitano solo una “dipartita”, che non doveva e non poteva avvenire. E non è questo un gioco di parole, ma la parola più giusta per designare un gioco di teatro che è arrivato al suo estremo e non sembra poter più avanzare, e certamente non può più tornare indietro. Anche l’evasione è negata (a chi non sappia danzare un’ascensione miracolosa come quella di Antoine Le Ménestrel), se è vero che “a riveder le stelle” ci si riesce solo attraverso le finestre ingannevoli e i segni incerti di scatole televisive, che crollano miseramente una a una lasciandoci soli. Il “Tu” che rimane iscritto nella parete di fondo che è il vero e sempre chiuso sipario, è con ogni probabilità lo spettatore. Ci sembra evidente, e insieme ci si sente amareggiati e – come volevasi dimostrare – perduti. Le belve e la selva dell’incipit e le stelle in tv del finale sono le sole citazioni o meglio le sole azioni rubate a Dante, chiamato in causa più in quanto attore che come autore della sua Commedia. Come era d’attendersi, infatti, per tutto l’“Inferno” e il “Purgatorio” e il “Paradiso” allestiti ad Avignone – non si rifarà mai il verso e nemmeno si inseguirà il senso di un’opera, che per Castellucci non è nemmeno un pre-testo d’ispirazione ma un semplice permesso per un viaggio e un coraggio tutto suo. L’architettura dell’oltre mondo è anch’essa rivoluzionata: non si fa che scendere, di luogo in luogo, ma anche, alla lettera, di male in peggio. Se l’inferno è il Palazzo del potere, il purgatorio è la famiglia e la Casa dell’amore, e il paradiso è Chiesa del sapere o del suo contrario, il mistero. Ma si potrebbe scoprire e dire di più, perché il Palazzo è appunto quello di Papi impotenti e prigionieri, la Casa è quella chiusa di una famiglia nucleare tanto stretta nell’affetto quanto costretta all’incesto, la Chiesa è una sapienza necessariamente capovolta e sommersa, abitata da anime flagellate dal vento della verità e condannate al contrappasso di una corsa miracolosa e ininterrotta sulle acque. Per ognuno di questi luoghi poi, c’è un adeguato complemento di tempo: sospeso all’inferno, fulmineo in paradiso ed estenuante solo nell’eterno purgatorio, in cui si riflette e si ripete la noia e la tragedia del nostro peccato quotidiano. È appunto l’amore questo peccato – sembra voler bestemmiare Romeo, rivolto a Dante. E in effetti, a seguire con santa pazienza la instancabile danza delle ore del “Purgatorio”, ci si accorge che “madre” e “figlio” e “padre” (le stelle polari del triangolo e del dialogo delle umane passioni) interpretano con rara e forse inconsapevole precisione i capoversi dei più famosi sonetti d’amore danteschi, ma sfigurati o trasfigurati in versetti satanici. “Amor che muove il sole e l’altre stelle”, “Amor ch’al cor gentil ratto s’apprende”, “Amor ch’a nullo amato amar perdona”, si possono mirabilmente adattare – rispettivamente – ai dialoghi stellari e banali dell’inizio e al sole nero del finale, alle premure e alle paure del sentimento materno e coniugale, alla violenza stupratrice del padre padrone e al controsenso agghiacciante del perdono filiale: raro momento in cui lo stupore si fa dolore per un pubblico che non ha mai modo di compiacersi, di consolarsi e di commuoversi, in nessun momento di inferno e purgatorio e paradiso attraversato. Si va, come nelle penitenze, senza ridere e senza piangere, nella gerusalemme di Castellucci. E proprio di questo si è stupiti e grati, al momento degli applausi di ringraziamento, e più tardi quando se ne trae insegnamento. Il fatto è che Romeo ha cambiato per l’occasione il suo Virgilio: è passato dal fantasma di Antonin Artaud alla caricatura di Andy Warhol. Come dire, dalla ricerca indefinita alla trovata esibita; e ci sarebbe da ridire molto, se non fosse appunto questo l’inferno. E se non fosse che proprio in virtù o in vizio di questo cambio di guida, sia potuta avvenire una sorprendente rotazione nel modo e nel mondo teatrale di Castellucci. Nelle tre tappe avignonesi, in effetti, tutto appare volutamente disteso in una esaltata superficialità, dove l’artista lavora spalmando su tela cerata le residue figurazioni di visioni ormai negate, riduce a facili enigmi le ambiguità complesse dei precedenti emblemi; ma non dobbiamo lasciarci fuorviare dalla sua operazione. Il risultato lo si ottiene e lo si guarda – a teatro – solo dall’altra parte: quella di uno spettatore paradossalmente sempre più chiamato in causa anziché coinvolto e soffocato nell’effetto. La freddezza e la distanza e la dichiarata superficialità delle scelte inducono il pubblico – per amore e per forza – a tirar fuori le associazioni irrefrenabili e le riflessioni impensate. Lo spettatore diventa il centro della attenzione e della scommessa di Castellucci: è stato liberato ma anche educato, o in ogni caso costretto a completare (con le carte che ha in testa) il gioco fin troppo scoperto che Romeo Castellucci mette in scena ma anche nel campo di una nuova relazione con lo spettatore. Una relazione a cui si è appena invitati e a malapena orientati, perché deve essere lasciata al libero e spesso vuoto arbitrio dei singoli spettatori. Ma anche e soprattutto alle loro possibilità e sensibilità, ai loro poteri e amori e saperi… Ecco, le anime siamo chiamate a recitarle noi, e non si può dire che l’interdizione di un inferno radicalmente alieno, di un purgatorio autenticamente spossante e senza riscatto, di un paradiso immerso nel buio e nel freddo di un al di là fatto tutto in discesa, non abbia funzionato e stimolato in ciascuno più di una personale e infine anche corale “visione”. In fondo la visione non è compito dell’attore e deve avvenire nella mente dello spettatore – diceva Grotowski – e i troppi registi che ce la rubano e se la consumano, che ce la spiegano e se ne vantano, gratificano soltanto la nostra pigrizia. Davanti all’ultimo Castellucci si può certo restare ottusi e indifferenti, ma in questo caso, per una volta anche a teatro, si resta isolati e trascurati come “ignavi”. Come cioè fin troppi altri spettacoli e festival ci hanno abituato o ci hanno ridotto. Andare all’inferno invece può far bene. Tanto all’attività dello spettatore quanto alla creatività dell’artista. Se infatti il “Paradiso” è ancora un’installazione e il “Purgatorio” lo si può ancora riconoscere come la tredicesima tragedia endogonidia della serie (“Hey Girl!” compresa), quell’“Inferno” che si visita come fosse un Palazzo si spinge e ci spinge “oltre”. Perfino verso il suo contrario. Una Commedia “esogonidia” – con in testa tutto il Dante che si sa, e per fortuna senza Benigni che ce lo dice – può rinascere e rigenerarsi, come si vuole e per ciò che si puote, dentro ciascuno di noi, poveri spettatori. Amen.

Piergiorgio Giacchè