| L’Italia si mostra a Venezia |
| di Emiliano Morreale |
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All’entusiasmo suscitato dalla presenza italiana al Festival di Cannes, con i premi ricevuti da Garrone e Sorrentino, e i sogni di un nuovo sguardo dei registi sul passato e sul presente, ha fatto seguito un brusco ritorno alla realtà e alla medietà in occasione della Mostra del cinema di Venezia. Quest’anno i film italiani a Venezia si prestano poco a discorsi generali, con opere che in fondo regalano poche sorprese per chi conosce lo stato delle cose. Qualche mese fa, si era sperato che “Gomorra” segnasse un punto di svolta per il cinema italiano. Staremo a vedere, ma intanto dal fronte dei commentatori giungono segnali sconfortanti. A Venezia, per dire, i giornali stavano in attesa scandalistica del documentario di Antonello Sarno e Steve Della Casa sul ’68 a Venezia, con interventi variamente pretestuosi. E negli stessi giorni, poi, sul “Corriere” sono arrivati anche degli incredibili editoriali di Ernesto Galli della Loggia e Angelo Panebianco, illuminanti per capire come si vede il cinema all’interno del baraccone politico-televisivo. Il primo che, con l’aria di chi finalmente svela la verità, dice che le fiction italiane sono brutte e i film italiani invece fanno opera di creazione e di poesia (ma cita solo i registi che somigliano alla Tv: per lui l’arte non è Garrone, ma Gabriele Muccino!). Panebianco che, con accigliata posa controcorrente, spiega che chi apprezza “Gomorra” e “Il divo” invece di “La ragazza del lago” lo fa perché i primi rispondono agli stereotipi sull’Italia: la camorra, i politici corrotti... E poi ci si chiede perché i registi italiani fanno fatica a crescere, a trovare ascolto e dialogo: vogliamo confrontare cosa hanno scritto gli intellettuali e gli editorialisti italiani su “Gomorra” con quello che si scrisse all’epoca dell’uscita su “I pugni in tasca” (ma anche su “Ecce bombo”)? In concorso, dopo l’ecatombe dell’anno scorso con l’azzardo di tre giovani rivelatisi tragicamente non all’altezza (e conseguente sopravvalutazione di altri “giovani” fuori concorso, Zanasi e Molaioli), si va sul sicuro, con due autori “popolari” (Pupi Avati con “Il papà di Giovanna” e Ferzan Ozpetek con “Un giorno perfetto”) e due più raffinati, tra i migliori esponenti della generazione degli anni novanta: Marco Bechis (“Birdwatchers” ovvero “La terra degli uomini rossi”) e Pappi Corsicato (“Il seme della discordia”). Di questi ultimi due registi, peraltro, gli ultimi film risalivano al 2001 (rispettivamente “Figli” e “Chimera”) – tanto per dare un’idea dello stato di salute produttiva del cinema italiano. L’unico film che poteva avere qualche chance era quello di Bechis, tentativo di aggiornare il cinema “politico” alla Costa-Gavras con un’estetica però molto pura, mai paternalistica né estetizzante. Nessun “turismo politico” in “Birdwatchers”, ma una resa complessa delle posizioni in gioco, e soprattutto la difficile sfida di un punto di vista che fosse accanto agli indios senza negare la propria “estraneità” (ed è esemplare il modo come è mostrato lo sciamanesimo). Un film militante però durissimo, senza semplicismi, con il passo del western e un respiro potente nella visualizzazione dei luoghi: ma anche un film che scontava la difficoltà del tema e che il rispetto per la materia narrata ha reso poco seducente. Ovviamente, i selezionatori hanno preso quel che hanno trovato, dando un’idea tutto sommato decorosa del cinema italiano medio e medio-alto. (L’unica esclusione di rilievo, a una prima impressione, è quella di Winspeare). La visione d’assieme, sicuramente parziale, che se ne può trarre, è quella di un cinema abbastanza normalizzato ma non del tutto immoto. Però, chi si è trovato a passare dai film contemporanei alla retrospettiva di Toffetti e Sanguineti, che presentava eccezioni, perversioni e curiosità a profusione nel cinema italiano degli anni quaranta, cinquanta e sessanta si è potuto richiamare alla mente quanto varia sia stata la storia del nostro cinema quando funzionava anche come industria. Anche il documentario e le regioni della non-fiction, che in questo periodo confermano una straordinaria vitalità, non hanno offerto niente di rilevante a Venezia: due documentari sulla tragedia della Thyssen (di cui uno quasi pornografico di Mimmo Calopresti, che infatti è stato sconfessato dalle famiglie degli operai), una simpatica commedia all’italiana (ancora!) meridionale, col ritratto di un buffo becchino senza lavoro; un film della compagna di Crialese sugli attori di Crialese; il film didascalico di Pontecorvo jr. sul clown che lavora con i “ragazzi dei tombini” a Bucarest; e infine il più interessante, “Below Sea Level” di Gianfranco Rosi, ritratto di una comunità di marginali in California, che si erano già visti in “Into the Wild”, e che col suo passo da poema visivo avrebbe dovuto avere il ruolo di “Il passaggio della linea” di Pietro Marcello l’anno scorso. Eppure, a conti fatti, un elemento molto curioso, tutto di contenuto, dai film veneziani veniva ben fuori. I tre film veramente “italiani” del concorso (“Birdwatchers” è un caso a parte, anche come nazionalità) ruotavano tutti intorno al nodo e all’ossessione nazionale della famiglia, e sullo stesso tema insistono i due film più rilevanti delle altre sezioni, ossia “Puccini e la fanciulla” di Paolo Benvenuti e “Pranzo di ferragosto” di Gianni di Gregorio. Riepilogando: un mostruoso amore paterno nell’Italia fra fascismo e dopoguerra; la “giornata normale” di una famiglia sfasciata che finisce con una strage compiuta dal capofamiglia; una moglie sballottata tra sogni imprenditoriali, mariti infedeli, inseminazione e aborto; un figlio cinquantenne che vive con la madre novantenne; un marito maschilista e fedifrago che, unito alla gelosia della moglie, causa il suicidio di una segretaria devota. “Il papà di Giovanna” di Avati racconta un amore paterno cieco e distruttivo, e se all’inizio sembra mostrarne l’orrore con una crudeltà insolita, poi (pur schivando, stavolta, i toni dell’elegia) si lancia in una sorta di assoluzione complessiva. Ozpetek invece, con la sua estetica gay cautissima e midcult, stavolta illustra un romanzo di Melania Mazzucco con notevole acidità verso la coppia tradizionale e la famiglia piccolo-borghese italiana. Il fatto è che la sua denuncia è tutta programmatica, e il suo moralismo tutto di testa: è come se egli avesse capito che deve indignarsi, ma in fondo non sapesse bene di che cosa (la sua sontuosa regia gusta i set con tale avidità che lo squallore ne è sempre redento): viene il dubbio che se le case fossero meglio arredate e i bambini meno goffamente cicciotti, molti problemi non avrebbero ragion d’essere. Ma quelli di Avati e di Ozpetek, tutto sommato, sono due diversi conformismi, di regia e di visione del mondo, e forse non è pensabile aspettarsi, da loro, qualcosa di meglio rispetto a questi loro ultimi esiti. Paolo Benvenuti e Pappi Corsicato, invece, sono registi di ben altro talento e coerenza, e i loro ultimi film, anche se sembrano non aggiungere niente di nuovo ai loro percorsi, ce li fanno ritrovare all’opera in progetti tutt’altro che superflui. Benvenuti trasporta il suo lavoro di decostruzione della storia (e del cinema italiano) dal pubblico al privato. E stavolta cerca di confrontarsi col melodramma, anche quello cinematografico dei Matarazzo e dei Gallone, alla sua maniera. Il film, alla fine, più che su Puccini, è un’eziologia del maschilismo e l’ipocrisia del marito borghese italiano, condotto con lucidità e freddezza. Corsicato, invece, screglie una storia esilissima, più che “La marchesa di O...” quasi un episodio da commedia anni sessanta (tipo “Le streghe” o “Le fate”), ma ci mostra un mondo di plastica coerente, chiuso, un po’ frutto delle sue ossessioni pop e camp, ma un po’ no. Rispetto a tutti gli altri registi, oltre a un talento visivo genuino, Corsicato ha dalla sua il vantaggio di muoversi completamente nel post-umano, e di saperlo. La sua forza e la sua ambiguità stanno proprio nella disinvoltura con cui si aggira in un mondo di robot, un po’ angosciato e un po’ divertito. E in fondo si può preferire questa sua visione del presente agli uggiosi moralismi dei registi intimisti italiani, sicuramente più consolatori nel ripeterci che tutto sommato abbiamo un’anima (tragica, magari). In fondo, forse ormai somigliamo più alle Barbie di Corsicato che alle coppie tormentate di Ozpetek. Infine, il vero film che da Venezia è rimbalzato sugli schermi delle prime visioni con gran successo di pubblico è l’esordio “Pranzo di Ferragosto”, prodotto da Matteo Garrone e vincitore anche del premio “Opera prima”. Adorato dalla critica (“un gioiellino!”), il film ricorda qualcosa di “Estate romana” del suo produttore, e tutto uno spleen molto capitolino, fatto di vagabondaggi estivi più o meno figli del primo episodio di “Caro diario”. Nel raccontare le vicende di un figlio cinquantenne che si trova a badare, per difficoltà economiche, alla vecchia madre cui si aggiungono via via altre anziane, Di Gregorio mostra scioltezza e grazia. Certo, il suo sembra un mediometraggio stirato, ma il suo modello (estetico e produttivo) di cinema è in fondo simpatico, lieve ma piuttosto acido, non schiavo della sceneggiatura o almeno attento a riscriverla. Le ragioni del suo successo, semmai, sono involontariamente inquietanti. Chi scrive ha visto il film in un cinema “di qualità” di un quartiere ricco della capitale. La sala, quasi piena, presentava un’età media di spettatori diciamo tra quella del figlio e quella delle mamme del film. Il pubblico, commentando i vari passaggi, godeva di una completa identificazione con i problemi del protagonista (anche quando la sua età si avvicinava piuttosto a quella delle nonagenarie). Ormai è finita l’era dei film sui trentenni, e anche quella dei quarantenni? Forse sì: non contano niente, e sono già una piccola minoranza, anche se sono pur sempre l’avanguardia del consumo. I veri film sul’Italia del futuro sono quelli che ci racconteranno i sessantenni, sempre beninteso alle prese con gli stessi problemi dei trentenni e quarantenni e cinquantenni? E intorno, magari, gli uomini di plastica di Corsicato con i loro figli-cloni a far la spesa da Ikea, e a leggere gli editoriali del “Corriere della sera”... Emiliano Morreale |
