| Abba, una storia milanese |
| di Giorgio Fontana |
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Uno degli aspetti più inquietanti dell’omicidio di Abdul Salam Guibre è stata la quantità e insieme l’inesattezza dell’informazione — soprattutto nei primi giorni dopo il delitto. Si è parlato di merendine, di biscotti e poi di soldi. Si è parlato di un furgone e poi di un bar. Si è discusso di morte per chiara causa razzista e di linciaggio oppure di sfogo. Si è criticato il rifiuto dell’aggravante per motivi razziali da parte del pubblico ministero. Piero Fusconi, segretario provinciale della Lega Nord Romagna, ha definito il caso “uno spiacevole inconveniente” del quale chi come Abdul si sarebbe posto fuori dalla legge “non ha diritto di lamentarsi”. Si è evocato il panico nazista e si è strumentalizzato l’evento da una parte e dall’altra, come la retorica della notizia insegna. In tutto questo, il dibattito ha preso una sfumatura nauseante — agli occhi del sottoscritto, forse più nauseante che in altri casi. Dunque, la prima cosa che vorrei fare a questo punto è un passo indietro. Vorrei innanzitutto ripartire dal fatto, e in seguito separare le valutazioni giuridiche da quelle morali: e infine, ma solo infine, aggiungere una parola di carattere generale. Il fatto. La mattina del 14 settembre 2008, Abdul Salam Guibre (19 anni, originario del Burkina Faso ma cittadino italiano) entra nel bar Shining con due amici, John e Samir, anch’essi di colore. Il luogo è via Zuretti. A due passi da via Melchiorre Gioia, una delle parallele dei binari sopraelevati della Stazione Centrale. I proprietari del bar, Fausto Cristofoli (51 anni) e suo figlio Daniele (31), in quel momento sono impegnati a scaricare il loro furgone (o “autonegozio”, com’è stato definito) di fronte al locale. Abdul e gli altri rubano qualche scatola di biscotti dal bar e scappano. I Cristofoli li notano, e sono convinti che abbiano rubato parte dell’incasso e non soltanto biscotti. Salgono sul furgone e raggiungono i ragazzi poco più avanti. I Cristofoli insultano i tre chiamandoli (fra l’altro) “sporchi negri di merda”. Dalle parole si passa ai fatti. I Cristofoli hanno una spranga di ferro. Loro, invece di allontanarsi, rispondono agli insulti e si difendono con un bastone trovato per strada. Abdul viene colpito dalla spranga sulla testa: e questo pone fine alla collutazione. I Cristofoli lasciano Abdul sull’asfalto e tornano indietro. John e Samir riescono a prendere parte della targa del furgone. Intanto chiamano il 113. Abdul è ancora vivo e riesce appena a parlare. Viene trasportato d’urgenza all’ospedale Fatebenefratelli, dove però entra in coma. Muore alle ore 13. Alla luce del fatto, il pm Brera non contesta l’aggravante delle finalità di odio razziale: si tratta di una scelta motivata. Questo è il nodo cruciale di molte interpretazioni sbrigative, ed è qui che è stata fatta informazione superficiale. C’è un articolo di Mario Pirani (“la Repubblica”, 22/09/08) che ritengo esemplare. Comincia così: “’Minga sün mi che sün rasista, lè lu che l’è negher!’ Deve essere questo vecchio detto meneghino il principio giurisprudenziale di diritto lombardo-veneto che ha ispirato poche ore dopo il delitto il pubblico ministero Roberto Brera nello stabilire che non c’entra nulla il razzismo nell’uccisione a sprangate al grido di ‘sporco negro di merda!’ di un ragazzo di colore”. Cosa c’è di sbagliato in questa frase? Il modo in cui viene dato per scontato (basandosi sulla presunta vicinanza con un proverbio) che la morte di Abba sia chiaramente legata a fini di odio razziale. Criticando proprio la decisione del pm, Pirani deve ritenere errata la valutazione giuridica della questione. In altri termini, i due assassini avrebbero meritato l’aggravante per finalità di odio razziale. (Per dovere di completezza. Nel prosieguo del pezzo, Pirani sottolinea che la vicenda è “accaduta non in una degradata periferia ma nei pressi della Stazione Centrale di Milano”. Ma basta uscire di casa per accorgersi che la zona è a rischio almeno quanto un’ipotetica “periferia”. Basta davvero poco per sapere che i dintorni dei binari della Centrale sono i posti meno raccomandabili della città). Io ritengo che non ci sia, in questo pezzo come in altri, chiara informazione su cosa sia l’aggravante della finalità di odio razziale. Cito parte del d.l. n. 122, 26/4/1993, sulle misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa: “Per i reati punibili con pena diversa da quella dell’ergastolo commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l’attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità, la pena è aumentata fino alla metà.” La parola chiave è “finalità”. Nell’interrogarci sull’attribuzione di questa aggravante, dobbiamo capire se il fine di Cristofoli padre e figlio fosse quello dell’odio etnico. Domanda: ma motivo e fine non sono la stessa cosa? Se io uccido uno gridando “sporco negro!” non è sufficiente? No. Il motivo è la spinta psicologica o situazionale a commettere un reato. Il fine è quello che si intende realizzare, l’obiettivo — e tale obiettivo deve essere pubblicamente riconoscibile. Se io odio i rom e ne picchio uno per i fatti miei, senza manifestare il mio pensiero, l’odio razziale è il motivo ma non il fine. Se io brucio un campo rom perché il mio partito ha in programma di ucciderli tutti, l’odio razziale è chiaramente un fine. La questione è senz’altro sottile, e in effetti è discussa anche in Cassazione. Ma per quanto piccolo, è un appiglio cui tenersi attaccati per un giudizio onesto. Io credo che l’omicidio di Abdul non abbia avuto, giuridicamente parlando, la “finalità” di odio razziale. Cristofoli padre e figlio non sono andati a fare ronde notturne per uccidere ragazzi di colore. Senz’altro il motivo razziale è latente, ma questo non rientra nel campo delle aggravanti che la legge prevede, perché non è un obiettivo. L’odio è una cosa seria e complessa. Non siamo in grado di fare le pulci al sistema nervoso dei Cristofoli, e di ricostruire esattamente in quanta parte il suo grido sia ingiuria da febbre di rissa, o autentica espressione di razzismo. È come inveire contro i rom (“zingari di merda!”) dopo aver subito un furto in metropolitana da uno di loro. (E sarebbe interessante capire chi ci ha insegnato quest’espressione, da dove viene, perché esce tanto naturale insultare l’appartenenza etnica e non l’individuo). Qual è la differenza fra i due casi? La spranga di ferro. Cristofoli padre e figlio erano armati e non hanno esitato a utilizzare la loro arma. Un uomo in uno stato alterato insulta nei modi peggiori: ma non può uccidere a sprangate. Non può, semplicemente. È assurdo. E così, una volta tenuto separato il problema giuridico da quello etico, emerge il nodo cruciale — quello che rende davvero efferato e orribile l’assassinio. E cioè l’unico fine del tutto identificabile: due scatole di biscotti. Abdul Salam Guibre è stato ucciso per aver rubato dei biscotti. Fermarsi alla nudità giuridica del fatto significa anche farsi un bagno di realtà. Perché non occorre nemmeno lavorare di ipotesi o domandarsi in quanta parte il razzismo abbia avuto un peso: basta leggere la fisica dell’accaduto. Non stiamo parlando di insulti da una parte all’altra del marciapiede, fra due bande di ragazzini. Stiamo parlando di colpi di spranga sulla testa di un ragazzo. È questo che lascia sgomenti. Fatta questa precisazione, possiamo tornare a considerare l’elemento “colore della pelle”, che resta uno dei punti forti della vicenda. In un bell’articolo pubblicato su nazioneindiana.com, Helena Janaczek compie delle “variazioni” sull’omicidio di Abdul chiedendosi cosa sarebbe accaduto se al suo posto ci fosse stato un ragazzo bianco. “Quegli uomini avrebbero cominciato un inseguimento con il furgone, armati di bastone e spranga, per una scatola di biscotti, se i ladri non avessero avuto tutti e tre la pelle scura?”, scrive. “E avrebbero poi ingaggiato una rissa di quel genere? E soprattutto: avrebbero colpito un ragazzo alla testa con una spranga fino a ucciderlo, se quel ragazzo non fosse stato nero?” Credo sia fondamentale porsi questa domanda — porla proprio a noi stessi, in primo luogo, piuttosto che al fatto di cronaca. Il fatto di cronaca è lì, la morte è lì, e non si torna indietro. Ma se dovesse capitare un’altra volta. Se dovesse succedere anche a noi qualcosa del genere. A noi che pensiamo d’essere persone ragionevoli, civili ed educate al cosmopolitismo — e lo siamo. La risposta è: sì, probabilmente le cose sarebbero andate in modo diverso. Il fatto che i tre ragazzi fossero neri ha agito da “disinibitore”. Gli aggressori si sono sentiti più liberi di agire, come se stessero colpendo insieme al ladro qualcuno che inquina il territorio — e dunque qualcuno più debole e insieme più infido. Ancora Janaczek: “Il razzismo è qualcosa che ti agisce dentro. E che eventualmente, come temo sia avvenuto in questo caso, ti abbassa la soglia di inibizione. Per cui un ragazzo dalla pelle scura, va a finire che lo ammazzi. Magari non l’hai nemmeno chiamato ‘negro’, magari non ti rendi nemmeno conto che ci vedi non una persona uguale a te, ma appunto un ‘negro’. Però è questo che probabilmente non ti fa fermare in tempo. Ed è il veleno che circola nell’aria e nel metabolismo.” Vero. Il razzismo è qualcosa di latente, nell’atmosfera di questi tempi: ci viene suggerito, continuamente, a piccole dosi. Ed è anche possibile che sia stato proprio quel grido (“Sporco negro”) a far rimanere i ragazzi sul posto. Un amico di Abdul ricorda come lui non riuscisse ad accettare in alcun modo espressioni di questo tipo. Forse l’essersi sentito chiamare così per l’ennesima volta l’ha spinto ad affrontare la situazione di petto. E allora quelle parole prendono una sfumatura ulteriore, di miccia cruciale. Una cosa è certa: “Sporco negro” è un insulto spaventoso, quasi sempre buttato lì per ignoranza e cattiveria gratuita. E può avere un peso decisivo in molte situazioni. Ma ripeto: per alzare una spranga, bisogna prima avere il coraggio di alzare una spranga — e fino a prova contraria una spranga è peggio di un insulto. In un intervento su “Micromega”, Moni Ovadia invita a non fermarsi al punto del razzismo: paradossalmente, c’è un abisso ulteriore da scansare. Il clima italiano di questo periodo chiama anche e soprattutto alla giustizia sommaria e privata. Ovviamente, tale clima è figlio della propaganda sulla sicurezza. Il criminale è ovunque, e idealmente è un clandestino o comunque uno straniero — perché diverso e dunque bene identificabile. In questo senso, la morte di Abdul è il trionfo di questa doppia deviazione: xenofobia e giustizia sommaria. (Verrebbe da chiedersi, a questo punto, a cosa serva l’esercito per le strade). Altrettanto ovviamente, se un barista nero avesse ucciso a sprangate un cittadino bianco, stampa e politici avrebbero trattato la materia in modo diverso. Infine, è giusto ricordare che entrambi i Cristofoli sono pregiudicati. Il padre ha alle spalle una rapina a mano armata e una lunga permanenza in carcere. Il figlio si è limitato ai furti. Questo rende il “motivo razziale” il motivo di due pregiudicati contro un ragazzo che probabilmente voleva solo fare una bravata. E tutto diventa ancora più brutto e disperato. Così, questa è l’Italia. Viviamo in un paese dove in certi comuni si multano gli accattoni e si impongono norme assurde contro la prostituzione. Ogni elemento di cronaca (ma si sa, la cronaca è selezione, le notizie sono blocchi che emergono secondo linee complesse) — sembra portare verso l’abisso, ma fare i catastrofisti o inneggiare al crollo è ancora più inutile e dannoso che fingere non sia accaduto nulla. Per questo, come dicevo, tutto il dibattito di interpretazioni che è seguito al fatto ha qualcosa di nauseante — di estenuante. Abba non era un ladro e non era una persona pericolosa. Ha fatto una ragazzata. Non meritava un solo grammo di quello che è successo. Ma nella realtà dell’alba e della strada, ben lontano da opinioni e terze pagine, la disparità fisica fra spranga e parola è sempre più palese. Come abbiamo visto, l’interpretazione è una cosa lenta. Fiumi di parole irrisolte per qualcosa che non sarebbe mai dovuto accadere. Una spranga, invece, ci mette pochi secondi a decidere. La speranza è che nessuno più voglia far decidere a un pezzo di metallo. Qualunque forma di interpretazione, per quanto lenta e fangosa, sarà sempre preferibile alla violenza. Susan Sontag diceva che non c’è niente di male nel fermarsi a riflettere, perché non si può allo stesso tempo pensare e colpire un altro. Ma questo non lo si raggiunge citando la Sontag. Lo si raggiunge cambiando giorno dopo giorno il clima sociale di un paese che ha perso la mappa etica. Per strada, parlando, negli stadi, in televisione, scrivendo, agendo, di giorno in giorno, con onestà intellettuale e rispetto del prossimo. E così, per riportare finalmente delle parole che abbiano un peso preciso, vorrei chiudere con quanto ha detto il padre di Abdul, Assane Guibre. Perché Assane dice qualcosa che taglia in due il corpo marcio del problema sicurezza, lo ribalta dalla parte di chi la pretende davvero. È una preghiera laica che va oltre il colore della pelle e insegna più di ogni altra arringa: “Chiedo al sindaco Letizia Moratti di organizzare i funerali di mio figlio, di trasformarli in una manifestazione sulla sicurezza, perché Milano non è una città sicura se dei ragazzi di diciannove anni vengono abbattuti come animali. Bianchi o neri non importa, quello che importa è che in questa città si possa vivere. Chiedo allo Stato, a Berlusconi, a Bossi di spiegare agli italiani che gli stranieri non sono delinquenti, perché qualcuno fa presto a prendersela con noi.” Giorgio Fontana
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