| Storie di migranti |
| di Florencia Lajer |
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Traduzione di Orazio Leogrande Buenos Aires, 9 dicembre 1910. Nell’agitato porto della città 1179 passeggeri sbarcano dal Sannio dopo quattro settimane di mare. Nell’Hotel de Inmigrantes, lo Stato registra il loro arrivo e gli offre cinque giorni d’alloggio. In quegli anni l’America era quasi un unico destino e una comune promessa. L’Argentina si presentava come un vasto territorio pacifico e spopolato, e prometteva posti di lavoro e terre a coloro che si sarebbero avventurati attraverso l’Atlantico. Gobernar es poblar Gli immigranti europei furono essenziali al progetto di consolidamento nazionale delle classi dirigenti argentine. Il liberalismo prometteva alla loro economia in espansione un progresso illimitato, purché si allargasse il suolo nazionale e ci fossero le mani per lavorarlo. La classe dirigente argentina non considerò in nessun momento che le popolazioni originarie potessero essere i cittadini del nuovo stato. Teorici come Gobineau contribuirono a definire un discorso che rinchiudeva i nativi nella categoria della “barbarie” e che serviva allo stesso tempo a edificare un mito nazionale e a giustificare le espansioni territoriali. Le idee liberali si combinavano con il darwinismo sociale e confluivano in un’idea ben precisa del popolamento ideale per lo Stato in formazione: si puntava a civili cittadini europei che iniettassero nel territorio la cultura e la disciplina lavorativa dei paesi industrializzati, e per farlo lo Stato si servì di agenzie per i migranti sparse in tutta Europa. Ma prima che l’Argentina potesse stabilire un ambiente pacifico e promettente, ci furono secoli di politica che tesero sistematicamente a spopolarlo. A partire della Conquista, i movimenti di popolazione tra America ed Europa sarebbero rimasti costanti. I primi immigranti furono conquistatori e coloni. Per sfruttare le risorse del “nuovo” continente essi introdussero armi, animali, sistemi di sfruttamento del lavoro, missioni evangeliche e nuove malattie. Il risultato di questo primo contatto fu che la popolazione locale venne sottomessa e decimata. Per risolvere la mancanza di manodopera, nel viceregno fu organizzato un traffico di schiavi africani – seconda immigrazione – gettati al gradino più basso di una scala razziale che pretendeva di classificare e qualificare minuziosamente tutte le possibili combinazioni etniche. Nel 1810 l’Argentina dichiarò l’indipendenza. Lo slancio progressista degli inizi finì col produrre solo formalità giuridiche e, dopo la Conquista, l’altro continuò a essere l’indigeno. Nelle guerre del primo Ottocento, il nuovo esercito argentino mandava a morire indigeni e africani – una popolazione, quest’ultima, di cui non restò quasi traccia. Più tardi, al fine di popolare il fertile territorio della Patagonia, la “campagna del deserto” cercò di cancellare le culture indigene che non erano state colonizzate e che non accettavano di venire inglobate nel quadro nazionale. Di alcune di queste culture non rimane niente, mentre altre continuano da due secoli a rivendicare il proprio diritto alla terra. Il mito della nazione argentina Agli albori del ventesimo secolo, molti stati europei e americani stavano costituendosi come Stati nazione. Coerentemente all’idea di nazione dell’epoca, l’Europa stabiliva lo “ius sanguinis” come criterio per la nazionalità. C’era bisogno di imposte e di reclute, e inoltre, stati come quello italiano, che avevano un alto numero di emigranti, cercavano di far mantenere la cittadinanza italiana agli emigranti come ai loro figli, mentre in Argentina si voleva trasformare in cittadini argentini tutti coloro che arrivavano. Lo “ius solis” e una legislazione favorevole alla naturalizzazione puntò a compromettere gli immigranti con lo Stato e a far propria la loro discendenza. Ma la classe dirigente si scontrò ben presto con un aspetto inatteso dell’Europa. La maggioranza di chi arrivava proveniva dal sud e dall’est europeo – una massa di poveri ebrei, atei, non qualificati, analfabeti. Nonostante le intenzioni ufficiali che volevano popolare con loro la vastità del territorio, la maggior parte s’installò a Buenos Aires e in altri centri urbani, trasformandosi in elementi sospetti – anarchici, scioperanti – da perseguire e reprimere. Nel 1914 gli stranieri erano un terzo della popolazione complessiva e la metà della popolazione di Buenos Aires, e la maggior parte di loro resisteva alla naturalizzazione. Trovandosi di fronte a una popolazione indigena “non civilizzabile”, lo Stato puntò a lavorare con i contingenti europei e disegnò per i suoi figli un programma scolastico altamente patriottico, che avrebbe dovuto uniformare gli argentini insegnando loro una lingua comune e instillando il mito di una nazione che era crogiuolo di razze, che al grido di “civiltà o barbarie” professava le virtù della Conquista e vedeva nell’indio un lascito del passato. Sul suolo nazionale, e soprattutto nella sua capitale, il mito identitario si sarebbe forgiato su una base di origine straniera, mentre l’indigeno sarebbe diventato il barbaro. I flussi europei verso le Americhe presero a diminuire all’inizio degli anni trenta del Novecento. Le immigrazioni si fecero sporadiche e si ridussero a rifugiati o fuggiaschi dai conflitti bellici. Dall’altro lato, la crescita economica e la svolta verso un modello industriale fece registrare un’intensa mobilità interna, dalla campagna alla città e soprattutto dalle provincie a Buenos Aires. La “Parigi dell’America latina” si popolò allora di volti diversi, che metteveno in discussione il mito di una nazione bianca. Il migrante che dalla provincia arrivava a Buenos Aires fu segregato e definito “cabecita negra” o “negro”. Il populismo di quegli anni ne riconobbe la figura assimilandola alla propria idea di popolo, ma questa valorizzazione paternalista non era affatto in contraddizione con l’antinomia “civiltà o barbarie”. Il riconoscimento di chi viene da vicino è stato tradizionalmente negativo. A Buenos Aires, gli immigranti che provengono soprattutto dalla Bolivia, dal Paraguay e dal Perù hanno sempre svolto impieghi di basso salario e bassa qualificazione, generalmente all’interno di circuiti lavorativi informali (per esempio le donne come domestiche e gli uomini come muratori). Ancora oggi, l’appellativo “negro” indica spregiativamente le persone di discendenza indigena come coloro che provengono dall’interno o dai paesi limitrofi e le popolazioni originarie. Governo dopo governo, la loro esistenza viene negata o, al contrario, strumentalizzata. Gli argentini arrivano a Madrid Madrid, 4 novembre 1979. Adriana, argentina esiliata per via della dittatura militare, dà alla luce il suo primo figlio. Al momento della nascita, Fernando non è riconosciuto né dallo Stato argentino, perché nato fuori dal suo territorio, né dallo Stato spagnolo, perché non è di sangue spagnolo. Nel 1986 ottiene la nazionalità spagnola e due anni dopo quella argentina. La brutale dittatura militare del ’76-’83 costrinse un numero significativo di persone a lasciare il paese. Già negli anni sessanta si poteva avvertire un’inversione dei flussi migratori. L’Argentina si stava trasformando in un paese di emigranti, oltretutto altamente qualificati. La dittatura militare acuì questo fenomeno e solo durante il primo governo democratico si predisposero gli strumenti legali per concedere la nazionalità argentina a chi era nato nel vuoto che correva tra il diritto di suolo e il diritto di sangue – molti dei quali erano già cittadini europei. Se a partire dagli anni sessanta si è incrementata l’emigrazione argentina, dall’altro lato e parallelamente alle chiusure sempre maggiori delle frontiere europee e nordamericane il flusso immigratorio si diversificò radicalmente. Nella seconda metà del Novecento si costituirono in Argentina importanti comunità armene, cinesi, coreane, giapponesi e di altri paesi latinoamericani e, in seguito al conflitto dei Balcani, anche dell’Europa dell’est. Negli anni novanta la parità di cambio dollaro-peso incrementò la corrente immigratoria dai paesi limitrofi. L’opinione ufficiale li trattava come il capro espiatorio di ogni problema e al tempo stesso si serviva di loro per dipingere l’Argentina come un paese in grado di stare al passo con il Primo mondo. In quei giorni, imprese di tutto il mondo investivano nei servizi pubblici e il governo vendeva alle multinazionali parte del territorio argentino, permettendo per esempio alla Benetton di diventare proprietaria di terre mapuches. Buenos Aires, 21 settembre 2002. Alle tre del mattino, Martin esce diretto al consolato italiano, nel centro della città. La coda è interminabile. Per non annoiarsi comincia a parlare con un “colero” – uno che di mestiere fa la coda davanti ai consolati e alle banche durante la notte, lasciando il posto all’eventuale cliente che arriverà più tardi per 50 pesos. Nel 2001 si scatenò una crisi istituzionale ed economica che si tradusse in una situazione di forte instabilità socio-politica: cinque presidenti in dodici giorni, manifestanti uccisi durante le repressioni della polizia, saccheggi ai supermercati. La moneta nazionale fu svalutata e fu istituito il “corralito”, una politica che bloccò i risparmi della popolazione. La sensazione di un profondo malessere spinse molti – soprattutto giovani – a lasciare l’Argentina in cerca di stabilità sociale ed economica. Il numero di emigranti raggiunse dimensioni inedite nel 2001-2002. Per evitare la precarietà e la paura di “estar de ilegal”, chi aveva antenati europei si volse alle proprie origini familiari per ottenere una cittadinanza europea qualunque essa fosse. I consolati, soprattutto di Spagna e Italia ma anche di paesi come la Polonia, l’Ucraina e la Germania, furono intasati di richieste e sollecitazioni da parte di chi se ne andava e da chi cercava nella doppia nazionalità la possibilità di poter contare su un paese stabile. Mentre svaniva l’idea di una Argentina del Primo mondo, e mentre si metteva ancora una volta in discussione il mito di una superiore enclave europea, alcuni mezzi di comunicazione facevano dei boliviani e dei peruviani immigrati i responsabili della disoccupazione, della crisi dei servizi pubblici e della sporcizia per le strade. Oltre a questo, si rimproverava loro di abbandonare l’Argentina – dopo che vi si erano arricchiti – proprio nel momento in cui la moneta veniva svalutata. Vecchie segregazioni, nuovi immigrati Buenos Aires, 4 maggio 2008. Shadio arriva nel porto di Buenos Aires, nascosto in una nave diretta in America, non si aspetta di ritrovarsi in una megalopoli del sud. È fuggito dai conflitti in Guinea, e parla solo pehul. Recentemente è diventata visibile una corrente migratoria proveniente dall’Africa, soprattutto dal Mali, dal Senegal, dalla Mauritania, dalla Liberia e dalla Sierra Leone, che è andata intensificandosi negli ultimi anni. Alcuni arrivano attraverso reti di trasporto che hanno prezzi altissimi, ma i più arrivano nascosti nelle navi. Una legislazione favorevole all’immigrazione e la rigidità delle barriere del Primo mondo fanno sì che nuovi contingenti s’installino nei centri urbani del paese, ogni volta più vari. Alle numerose comunità si aggiungono rifugiati colombiani, la corrente africana e gli studenti universitari di tutta l’America latina che trovano nel sistema educativo locale possibilità di accesso. In rapporto ai migranti dei paesi limitrofi e a quelli dall’interno, a Buenos Aires gli immigranti stranieri vengono accolti relativamente bene. Molti s’inorgogliscono al vedere il ritorno di quel cosmopolitismo che ha caratterizzato storicamente la città, e non esiste oggi un partito politico né un gruppo di una qualche importanza che faccia della xenofobia una sua bandiera concreta. Agli albori del ventesimo secolo il mito dell’enclave superiore europea servì a omogeneizzare gli immaginari e a giustificare la segregazione della popolazione indigena. Sebbene questo mito si fosse rivelato ostinatamente falso, non è affatto scomparsa la vecchia xenofobia nei confronti della popolazione originaria. Il “negro” – sia esso un meticcio, un indigeno o un immigrato dai paesi limitrofi – resta pur sempre il barbaro, l’altro del “crogiuolo delle razze” della città moderna, tenuto lontano dai diritti di cittadinanza. Mentre il governo argentino propone un’ennesima volta i discorsi che invocano Popolo, Patria e Nazione, le popolazioni originarie continuano a protestare. Florencia Lajer
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