| Una città “accogliente e affettuosa” |
| di Luca Lambertini |
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“La città accogliente e affettuosa”. Così recitava uno degli slogan della campagna elettorale che nel 2004 incoronò Sergio Cofferati sindaco della città. Diffusa fu allora la sensazione che il modello bolognese, la cui crisi era stata palesata nel 1999 dall’elezione di Giorgio Guazzaloca, fosse alle soglie di una rigenerazione, di uno svecchiamento e di un processo di modernizzazione che l’avrebbe rilanciata. Così non è stato, anzi molte delle questioni aperte e critiche si sono acuite. Ma di tutto questo non si ha grande percezione nel resto d’Italia. Su Bologna circolano un certo numero di luoghi comuni, alcuni dei quali iniziano a sfatarsi da sé, altri invece perdureranno a lungo, continuando a imprimere nell’immaginario nazionale un’idea della città ben diversa dalle dinamiche che la governano e ne determinano gli sviluppi. Anche senza pretese di analisi compiute e corpose è possibile cercare di osservare in controluce alcuni fenomeni di lungo periodo per capire che il modello bolognese vive ormai di rendita da diverso tempo e che il “periodo d’oro” (se mai c’è stato) del buongoverno locale sembra oggi molto, molto lontano. A sfatare il luogo comune della città delle politiche sociali all’avanguardia e dei servizi diffusi ci ha pensato ormai qualche anno fa, più o meno all’inizio del 2005, lo stesso Cofferati quando, nella sorpresa generale, avviò una feroce campagna contro le fasce più deboli ed emarginate della città, dando il via agli sgomberi (ancora oggi in corso) delle baraccopoli in cui trovava rifugio la recente immigrazione dalla Romania. Gli abitanti più poveri e sfruttati (per lo più braccia a buon mercato per l’espansione edilizia della città e del suo benestante hinterland) non erano più cittadini bolognesi, nemmeno italiani, nemmeno comunitari. I servizi ormai scontati per i cittadini felsinei (gli asili, i presidi socio-sanitari diffusi sul territorio, il tempo pieno, e tanti altri fiori all’occhiello locali) non erano estendibili all’infinito, da diritto per tutti erano piano piano diventati privilegi da difendere. Così la risposta alle nuove emergenze sociali sdoganava a sinistra la “questione sicurezza” e le soluzioni leghiste: pugno duro e inflessibile, nessuna mediazione o ammortizzazione. Nei primi sgomberi Cofferati avocò a sé la guida delle operazioni sul campo, in quanto detentore della “delega alla sicurezza”, e impedì deliberatamente l’intervento dei servizi sociali o di qualsiasi altro attore che non appartenesse alle forze dell’ordine. Il tutto accolto da un consenso diffuso dei cittadini bolognesi. Secondo un recente studio di “Il Sole 24 Ore” quella di Bologna è la seconda provincia italiana per reddito medio pro-capite: i bolognesi stanno bene, sono benestanti e vogliosi di restarlo. Le insidie e le minacce esterne è giusto che vengano tenute lontane da chi è deputato ad amministrare il bene pubblico. Però per carità, non si dica che queste politiche sono assimilabili a quelle della destra o della Lega Nord, che ormai non siamo tanto diversi e che il brodo culturale che le produce e le sostiene è alquanto simile. Lo specifico di una città che, salvo la parentesi Guazzaloca, è stata governata fin dal dopoguerra dalla sinistra emerse nel periodo successivo. Nei mesi seguenti entrò infatti in scena il carrozzone del terzo settore locale, e i rumeni sgomberati diventarono un succulento boccone, in termini di visibilità e riconoscimento per associazioni, cooperative sociali, operatori, ricercatori, artisti socialmente impegnati, documentaristi e così via. Attorno ai rumeni ci fu insomma un gran fermento, addirittura presero vita nuove “cordate” protagoniste di una parziale ridefinizione dei rapporti di forza nel privato sociale cittadino. Bologna si rassicurò di essere quella di sempre, accogliente, progressista, capace di politiche di integrazione e accoglienza egualmente redistribuite. Il tutto si risolse con numerosi interventi improvvisati e inefficaci (uno dei pochi che ha avuto ricadute reali è stato quello del supporto nell’inserimento abitativo per un certo numero di famiglie) e molti soldi pubblici spesi male. In molti però misero almeno una mano nella nuova manna del welfare locale: i rumeni provenienti dalle baracche. Per coronare il tutto, ad aprile di quest’anno, è stato anche organizzato un “Festival delle fragilità metropolitane”, con tanto di happening, aperitivi e feste serali, in cui la sezione principe aveva per titolo “Rom e nomadi come sfide per la città” e in cui, tra le tante pubblicazioni patinate, si potevano trovare titoli come “ROManzi: quando il Reno tornò a essere un fiume”. Il corto circuito tra politiche agite (sgomberi, pochi interventi, molti soldi spesi male per rinforzare nuove alleanze tra i soggetti emergenti del privato sociale cittadino), questioni accantonate (il lavoro nero, la situazione nei cantieri) e l’immagine, l’immateriale, il marketing ha trovato nella vicenda dei rumeni sgomberati uno dei suoi apici. Ma si tratta di caratteristiche diffuse nelle politiche sociali bolognesi. Anche qui il welfare cittadino e i servizi sono ormai diventati un pezzo importante dell’economia locale: ormai interamente esternalizzato a cooperative sociali e alcune grosse associazioni, il sociale offre un ripiego per migliaia di disoccupati sfornati ogni anno dall’Alma Mater Studiorum (le cosiddette “lauree deboli”) o un naturale sbocco per gli studenti di scienze della formazione. Le cooperative sociali sono ormai una fonte importante di posti di lavoro – circa 8 mila posti di lavoro, per un fatturato annuo che supera i 200 milioni di euro – dotate di strutture sempre più aziendali e ormai senza scrupoli nel contenere i costi tramite l’utilizzo di contratti atipici e flessibili all’inverosimile. Ed è a questi soggetti che negli ultimi anni sono stati appaltati quasi tutti i settori delle politiche sociali: politiche giovanili e adolescenziali, supporto scolastico, handicap, nuove povertà, immigrazione, asili, anziani eccetera. Ormai la maggior parte delle cooperative sociali – non tutte, per fortuna – sopravvivono grazie alle sovvenzioni dell’ente pubblico che dà loro in appalto i servizi che intende esternalizzare (abbattendo i costi), producendo nel corso degli anni meccanismi distorsivi notevoli. Intanto per garantirsi le pubbliche commesse essenziali per la sopravvivenza si è creato un sistema di referenti politici “sponsor” delle cooperative e un meccanismo di “lottizzazione” degli interventi in modo che in sede di bandi di gara non si crei concorrenza e ogni coop abbia la sua fetta di servizi garantiti. A questo si aggiunge la dipendenza, l’impossibile autonomia, del lavoro sociale rispetto alla volontà politica: essendo i finanziamenti pubblici vitali, diventa essenziale “compiacere”, sicuramente non contraddire o mettere in discussione, il committente. Bastano questi pochi elementi per capire come una delle conseguenze più marcate del sociale bolognese è una esasperata attenzione al “target” di riferimento, senza considerare il contesto, l’ambiente entro il quale si opera (sia esso una scuola, un quartiere o un piccolo paese di provincia). Attenersi rigidamente e burocraticamente al proprio ruolo di terapia e contenimento, senza nessun altro grillo per la testa. Il tutto ovviamente supportato da fior di formatori, docenti, ricercatori, corsi di laurea, pronti a erogare una formazione esasperatamente tecnicistica e specialistica che esclude dall’orizzonte di chi si forma per lavorare con le fasce più deboli della popolazione qualsiasi idealità e aspirazione politica. La campagna di comunicazione che qualche tempo fa le cooperative sociali associate a Legacoop hanno lanciato è esemplare. In primo piano le foto dei “soggetti svantaggiati”, la cosiddetta “utenza”, con scritto sulla fronte (letteralmente) l’infinito di un verbo, la ricetta da applicare a quelli come lui: un ragazzo africano con scritto “accogliere”, una ragazzina down con stampato in fronte “educare”, “includere” per il senza fissa dimora, “assistere” per l’anziano, e così via... Il sociale non è certo il ramo più importante nel panorama del potente sistema cooperativo cittadino, basti pensare alle cooperative costruttrici, a quelle assicurative o alla grande distribuzione. Le cooperative sociali cittadine hanno però un loro peso crescente, tanto che alle ultime elezioni una loro rappresentante è stata eletta in parlamento nelle fila del Pd, e un’altra in lista ha mancato l’elezione per poco. Nonostante questo sono colpite abbastanza duramente dai tagli al sociale e dal conseguente assottigliarsi delle entrate derivate dalle commesse pubbliche. Inoltre la ridefinizione in corso delle strutture deputate a gestire le politiche sociali cittadine ha aperto un braccio di ferro tra le coop sociali e nuovi soggetti interessati all’importante mercato che ormai sono i servizi dati in appalto. A fronte di un lavoro sociale sempre più privo di senso (uno dei dati che fanno impressione è il numero di operatori anche bravi e motivati che dopo pochissimi anni di lavoro vanno in burnout, entrano in crisi e non riescono più a trovare un senso in quello che fanno) aumentano a dismisura le offerte formative che, da un lato, rafforzano la visione tecnicista e rigidamente settoriale del lavoro sociale mentre dall’altro tentano di offrire facili consolazioni post-moderne (c’è la globalizzazione, è tutto diventato più difficile, nessuno ci capisce più niente!) alla sempre più marcata perdita di senso. Così, mentre il lavoro sociale “sul campo”, cioè i servizi, è sempre più vittima della scarsità di risorse economiche e, ben più grave, di slanci ideali e progettuali, l’economia immateriale legata al sociale è in pieno boom: master, corsi di laurea e di formazione, nuove figure professionali, ricerche e studi, centri di osservazione e di documentazione, convegni e seminari, tavoli sul disagio, e chi più ne ha, più ne metta. La tradizione bolognese dei servizi numerosi e diffusi sul territorio ha poi lasciato un’altra eredità, un’altra peculiarità nel sociale bolognese. Se in effetti una tradizione di diffuse pratiche di solidarietà sociale si sono avute, tutto questo è quasi sempre avvenuto nell’alveo istituzionale o partitico, grazie anche al lavoro di alcuni politici, tecnici e tecnocrati particolarmente illuminati. Oggi di questi amministratori illuminati non c’è più traccia – basta confrontarsi con gli ideatori e gli attuatori dell’ultima riforma dei servizi sociali per rendersene immediatamente conto – e dell’alveo istituzionale e partitico sono rimasti solo gli aspetti più deleteri: cooptazione e controllo sono estremamente diffusi e sono ormai le uniche modalità, peraltro ampiamente e pacificamente accettate, di relazionarsi con le istituzioni. Non esistono nella nostra città sperimentazioni di intervento sociale dal basso, spontanee e realmente autonome (che non vuol dire per forza illegali, ma vuol dire indipendenti). Con ben poche eccezioni – tra cui i ragazzi dello Scalo Migranti che hanno lavorato per anni quotidianamente con i rumeni quando ancora erano nemici pubblici per tutti (e, guarda caso, tra i pochi a non aver festeggiato al banchetto degli interventi istituzionali seguiti ai primi sgomberi) – mancano da tempo sperimentazioni di lavoro autonomo, quotidiano, pratico e paritario con le fasce marginali della popolazione. Mancano quindi spazi autonomi di sperimentazione di idealità e pratiche dal basso e autogestite, di lavoro territoriale e di quartiere, luoghi di intervento sociale che sappiano anche riflettere criticamente sull’esistente, senza farsi anestetizzare dal “target”, la “mission”, la “certificazioni di qualità”, dall’esasperazione del sociale come professione. Con conseguenze gravi: non ci sono luoghi di formazione in città per ragazzi critici e curiosi di sperimentarsi in esperienze se non l’Università (che sul tecnicismo e sulla professionalizzazione è sempre più schiacciata) e cooperative sociali o gli altri soggetti che hanno in appalto il sociale, ormai dominate da logiche politiche e spartitorie e grondanti burocratismi e sofismi che depotenziano il lavoro sociale e lo appiattiscono sempre più sul contenimento e il controllo delle potenziali emergenze e criticità. Questo meccanismo di delega istituzionale è talmente diffuso e radicato che sempre più spesso ci si imbatte in un curioso paradosso: chi pratica forme di militanza politica più o meno radicali o alternative in quel che resta dei movimenti e dei centri sociali, spesso lavora nel sociale, ma tiene rigorosamente separate le due sfere: il lavoro sociale come professione (spesso muovendosi senza scrupoli e operando sul campo in modo autoritario e burocratico) e l’impegno politico come spazio di militanza e di protesta tanto radicale quanto asettico e incontaminato dalle ingiustizie sociali e dalle crescenti fasce emarginate e sfruttate della popolazione che vive intorno a loro. Tanto per quello ci sono i servizi, no? Il modello bolognese, dicevamo: welfare e servizi diffusi sul territorio (negli anni sessanta ebbe luogo qui il primo esperimento di decentramento amministrativo e dei servizi in ottica territoriale per superare, appunto, gli sterili steccati delle vecchie politiche assistenziali), benessere non solo materiale ma anche sociale, questa l’immagine del modello di città progressista e socialdemocratica. Restando al piano immateriale dell’immagine, del marketing e della “comunicazione sociale” sembra che nulla sia cambiato, ma basta grattare un po’ la superficie patinata per vedere crepe sempre più ampie nelle politiche agite nei confronti delle fasce deboli della popolazione. E con sempre minori spazi di riflessione critica e di elaborazione e di sperimentazione di possibili alternative. Tanto ci sono i servizi, no? Luca Lambertini
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