| Wall-E: il futuro siamo noi |
| di Emiliano Morreale |
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La Pixar Animation è probabilmente il punto di massima avanguardia tecnologica del cinema americano. Creata nel 1986 da Steve Jobs, già fondatore della Apple, rilevando una società di computer graphic da George Lucas, la Pixar ha prodotto numerosi lungometraggi, in tempestoso rapporto con la Disney, con la quale si è fusa infine due anni fa. Oggi si tratta di una multinazionale i cui lungometraggi a cartoni animati sono parte di una sperimentazione più vasta, che va dalle playstation al merchandising, e che sta spostando sensibilmente i confini dell’esperienza cinematografica. Figura-chiave della sua storia è John Lasseter, oggi uno dei principali dirigenti, e regista dei primi film della casa. Eppure, la cosa sorprendente è che alla Pixar (caso più unico che raro nel campo dei mass media contemporanei) operano e riescono a esprimersi degli artisti veri, e che alcuni dei suoi titoli sono dei capolavori, segnati soprattutto da una capacità autoriflessiva sorprendente. È come se il fatto di essere insediati nel cuore dell’industria culturale (anzi, qualcosa di più dell’industria culturale; proprio la sperimentazione elettronica e mediale più avanzata, in breve: l’avanguardia del capitalismo) favorisse proprio, paradossalmente, una certa libertà e chiarezza nell’identificare i nodi storici, le strutture efficaci. (Ma anche rispetto alla concorrente Dreamworks di Spielberg e Katzenberg, più tradizionale, la Pixar ha mostrato una capacità inventiva sorprendente.) Se alcuni titoli Pixar sono tentativi neo-classici, o di ritorno a linee grafiche pop abbandonate, con gusto vintage, prodotti di consumo di alto livello (“Alla ricerca di Nemo”, 2003; “Gli incredibili”, 2004; “Ratatouille”, 2007), si deve a questo marchio una delle più belle fiabe animate recenti, quel “Monsters & Co.” (2001, diretto da Pete Docter, Lee Unkrich e David Silverman) che era una irresistibile sarabanda sull’infanzia, la paura, l’energia, e una riflessione su di sé, sul proprio ambiguo e profondo rapporto con i piccoli spettatori. Il tema era un mondo parallelo di mostri professionisti, che dovevano suscitare le urla dei bambini per produrre l’energia necessaria a sopravvivere. Salvo scoprire che il buon padrone di questo mondo di fiaba era un perfido Accumulatore… La Pixar ha sempre, necessariamente, fatto dei film su di sé e sul proprio essere avanguardia della tecnologia, proprio a cominciare dal primo lungometraggio “Toy Story” (1995), con il suo vecchio pupazzo cowboy rimpiazzato da un nuovo astronauta-giocattolo, che poi si alleavano (schema in quel caso fin troppo ideologico, e infatti superato nel successivo, più libero “Toy Story 2”). Ma ora, il salto dai film precedenti a questo “Wall-E” è impressionante. Si tratta di una fiaba scatenata sulla fine del mondo per soffocamento da immondizia, un film per l’80 % muto e che per la prima mezz’ora ha in pratica due soli personaggi e mezzo (nessuno dotato di parola). Un vero tour de force, tutt’altro che gratuito, e che ritrova il grande talento del cinema americano nell’evocare le paure e le speranze più profonde del proprio tempo. Il film è ambientato nel 2600 circa. Il pianeta Terra è una discarica abbandonata dagli esseri umani, che si sono trasferiti in astronavi super-tecnologiche, liberati dal lavoro, tutti ormai obesi e piantati davanti a degli schermi televisivi che li fanno comunicare continuamente (e in realtà passivamente) tra loro e con un impersonale Comando. Sul pianeta, forse dimenticato, è rimasto solo un robottino vecchio modello, Wall-E, che non fa altro che compattare rifiuti e costruirci torri altissime, grattacieli che somigliano in modo impressionante allo skyline delle metropoli americane. Ma Wall-E conserva anche per conto proprio, nella baracca in cui vive, alcuni oggetti obsoleti, testimonianze di una preistoria, che cerca di decifrare e custodisce con inspiegabile dedizione. Finché un giorno, sul pianeta, un’astronave deposita un robottino di ultima generazione, Eve (ovviamente), di sesso vagamente femminile e incaricata di raccogliere testimonianze di una eventuale ripresa della vita sulla Terra. Troverà in effetti, nel container di Wally, un germoglio, e ripartirà, con al seguito un Wally clandestino. I primi 35-40 minuti del film sono questi: una lunga comica desolata, muta, scatenata, un paradossale ritorno alle origini del cinema (un critico americano ha citato un vecchio soggetto di James Agee che vedeva Charlot unico sopravvissuto all’atomica), ambientata in una ricostruzione del mondo che solo per convenzione consideriamo cinema d’animazione. Il grosso della Terra è infatti semplicemente una realtà campionata, con filmati industriali, attraversata da un robottino iperrealistico. È solo quando l’azione si trasferisce sull’Astronave degli Umani che l’animazione torna a farsi visibile: sono gli uomini a essere finti, quasi pupazzi di gomma, mentre i loro manufatti sono veri. La seconda parte ambientata sull’astronave, con i tentativi di tornare sulla Terra, la scoperta che in realtà il piano di salvataggio degli umani, la lotta col computer eccetera, sono più prevedibili. Ma regalano comunque bei momenti: la descrizione dell’umanità spaziale, e soprattutto il girone dei computer avariati, versione allucinata e tecnologica della “fossa dei serpenti” con elenco dei possibili “deragliamenti” delle intelligenze elettroniche. La storia d’amore tra il vecchio robottino cingolato e il robot hi-tech Eve (evidentemente modellato sul design della Apple) è forse anche un astuto sogno di riconciliazione tra le merci vecchie e le nuove, e forse perfino una metafora di quel confluire dei media vecchi nei nuovi che i teorici chiamano “remediation”. Wall-E è anche il cinema, e la sua sposa Eve è l’inquietante mondo dei new media. Ma questo versante conciliatorio, diremmo, non è affatto prevalente nel film. E anche in questa sua vena conciliatoria l’ultimo lavoro della Pixar è particolarmente complesso. Certo, come sempre il “messaggio” (anche figurativo) del film è ambivalente. In sottofondo, c’è poi la contraddittoria apologia della vecchia tecnologica (che è, forzando l’interpretazione, la classica difesa del vecchio capitalismo solido, produttivo, hard-core, nell’era del capitalismo finanziario più fluttuante e apocalittico) centrale già in “Cars”. Ma in questo caso il cuore del film è un altro: si tratta anche di abituarsi alla catastrofe: ormai sembra che il cinema americano, più che esorcizzare la catastrofe come negli anni settanta, ci voglia far familiarizzare con essa, educare all’apocalisse. Ma il discorso, visivamente sconvolgente, di un film come Wall-E può significare anche, per intanto, radicalizzare la propria visione del mondo, imparare a ragionare in termini davvero estremi e trarne le conseguenze nel pensiero, nell’arte, nella percezione del quotidiano. Più ancora che nel rinato filone post-atomico (con le versioni cinematografiche di “Io sono leggenda” e, imminente, di “La strada” di Cormac McCarthy), il parente più prossimo di Wall-E sembra essere l’ultimo film del grande Hayao Miyazaki, “Ponyo on the Cliff by the Sea”, con uno tsunami da cui non si torna indietro. I rifiuti, sembra dirci la Pixar, sono quello che abbiamo (e che produciamo, in ultima analisi), comprendendo tra essi anche i cascami della cultura di massa: nell’ironica prospettiva del film, un balletto del mediocre musical “Hello Dolly” è quanto rimane della creatività umana, ripetuto in eterno da un vecchio videoregistratore. Ed è da apprezzare al riguardo la malizia con cui gli autori del film hanno messo tra i rottami del mondo oggetti che già oggi sono desueti e hanno il sapore del recente passato: il vhs, il cubo di Rubik, un vecchio tostapane. Come a dire che nel mondo di Wall-E noi viviamo già oggi. Quello del film non è insomma solo il futuro, ma il presente: da un lato un Occidente consumista e iper-comunicante segregato in un eterno tempo “libero”, e un “terzo mondo” (non meramente geografico: anzi, in parte contiguo e convivente) con la sua immane distesa di merci. E si vedano al riguardo le eloquenti scene del Wally clandestino e “impuro”, continuamente sottoposto a rituali di riconoscimento, di de-contaminazione. Alla fine, comunque, alla Terra si tornerà, a un Paradiso terrestre che comunque è una discarica, e che ha l’unico vantaggio di mantenere quelle poche misere memorie conservate dal robottino. Wall-E ha fatto infine un buon uso dei rifiuti, e il suo operare ci ricorda in definitiva molto il bellissimo libro di “filosofia dei rifiuti” pubblicato nel 1994 da Guido Viale, “Un mondo usa e getta”. In particolare, Wall-E sa (anzi, ne fa di necessità virtù) che i rifiuti sono una straordinaria fonte di conoscenza, ma ancor più sa di essere egli stesso un rifiuto: il suo strazio di accumulare oggetti e residui nasce da una sorta di oscura consapevolezza della propria raggiunta obsolescenza. Come noi umani (biodegradabili e destinati appunto a durare come rifiuti da smaltire, oltre la nostra breve vita), ma con la differenza che a renderlo mortale non è la biologia bensì la tecnologia – proprio quella tecnologia che alla sua avanguardia vede aziende come la Pixar. Emiliano Morreale
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