| La dittatura birmana |
| di Renato Novelli |
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Molti anni fa, Orwell, sconosciuto funzionario in Birmania, scriveva un saggio intitolato Shooting an elephant. Sparando a un povero e incolpevole pachiderma birmano, mentre intorno funzionari birmani si aspettavano quel gesto come consacrazione del suo essere un Sahib coloniale, capì la fragile impostura e l’ordine crudele del colonialismo imperiale inglese e trasformò la remota e favolosa Birmania nel centro della riflessione sulla crisi dei regimi coloniali.
Anche in questi giorni, con il suo nuovo nome di Myanmar, la Birmania, oppressa da uno dei regimi più spudoratamente autoritari del mondo, non è un caso limite di feroce dittatura gemellata con la Corea del Nord, deviante in un mondo avviato alla democrazia, ma la bussola della angusta e miope rotta della democrazia internazionale, simile in questo all’idea universale dell’Impero civilizzatore britannico. Non ci sono parole per descrivere il tasso di grottesca e assassina autosatira praticata dai generali birmani. ma non c’è neppure un termine adeguato per definire il gridare sommesso (il caso Birmania genera continui ossimori), dei governi, dell’Onu e anche della società civile internazionale. Come nell’uccisione dell’elefante, il racconto corre su due piani contrapposti; quello dei generali e quello dell’opinione internazionale. Tra i due poli, una persona di straordinaria testimonianza, da più di venti anni segregata alternativamente in casa e in prigione, che ha stravinto con il partito da lei fondato le uniche elezioni degli ultimi venti anni. Pochi giorni fa ha presentato appello contro la sentenza che la condanna a 18 mesi di carcere domiciliare, costruita per impedirle di partecipare alle elezioni previste per il 2010. Con lei, la realtà di 2100 prigionieri politici, quasi tutti della Lega per la Democrazia che è il partito, appunto di Suu Kyi. Con loro, un numero imprecisabile di contadini rastrellati nei villaggi e obbligati al lavoro forzato per il governo oppure attaccati dai soldati nella veste di simpatizzanti degli eserciti delle etnie locali. Si aggiunga la persecuzione contro i giovani monaci rei dell’insurrezione pacifica del 2007, che ha prodotto l’ordinanza di arresto degli abati in caso di nuove mobilitazioni dei giovani, l’obbligo alla comunicazione certificata di tutti i monaci, la paranoia di un regime repressivo. La condanna di Suu Kyj fa parte di una strategia della democratizzazione contrattata e controllata che la giunta persegue, senza tenere in nessun conto di quale sia il significato corrente della parola democrazia nel mondo e della domanda reale di salto di qualità di vita che percorre tutta la società birmana, seppure in modi diversi, dagli intellettuali, ai poveri alle minoranze etniche. Il disegno appare leggibile: istallato nella capitale high tec, Napyidaw, il generale supremo Than Shwe prepara un passaggio di generazione nell’esercito prima delle elezioni 2010 (con tanti partiti nati al di fuori o ai margini dell’opposizione reale della Lega per la Democrazia), una riconciliazione, anche questa parziale, con l’opinione pubblica internazionale e l’estensione del modello di modernizzazione economica fondato sullo sfruttamento e sulla vendita dei prodotti naturali del paese. Questa allegra operazione si chiama “Discipline florishing democracy”. Quante possibilità ha di riuscire? Poche. È probabile che il “supremo calcolatore” si ritrovi in una situazione poco florishing. Tiriamo giù l’indice di un libro di analisi economica, sociale e politica di Myanmar per comprendere le difficoltà forse insuperabili. a) La lunga repressione contro ogni processo di domanda di cittadinanza dal 1988 a oggi. Ventuno lunghi anni, 7665 lunghi giorni e notti di arresti, torture, assassini, persecuzioni, esilio per i fortunati che hanno creato un clima di sfiducia, terrore, risentimenti che non sono facilmente superabili. Molto tempo è trascorso dal giorno del lontano 1988, in cui uno studente mise in funzione in una sala da tè, una cassetta di musica moderna e respinse l’ingiunzione di due poliziotti a spegnerla, pagando il suo gesto con un’aggressione mortale all’uscita e l’occultamento del suo cadavere. Il caso provocò la rivolta contro il governo e in sequenza, la formazione di un’opinione “pubblica” moderna che gli indovini consulenti dei generali socialisti non avevano previsto. Ancora altri generali sono al potere, ma senza alcuna mediazione devono fondare il proprio potere sul puro terrore. Elezioni credibili nel 2010, se non c’è una riconquista di reale democrazia, sono impossibili. b) Come regolare il rapporto con le etnie interne. Discorso complesso quello delle etnie che porta al filone di studi sulle società post-coloniali. La Birmania apparteneva a quella entità politiche dell’Asia di Sud-Est, segnate dai labili confini e da sistemi tributari di appartenenza che storici come Reid, antropologi come Rigg e sociologi come Hill definiscono a “nebulosa”. Principati autonomi che si riconoscono tributari e legati a un principato più forte che li ha sconfitti o avrebbe potuto sconfiggerli, dove il forte muta secondo una rotazione di potenza dovuta al cambiamento delle condizioni economiche e politiche regionali. Lo Stato birmano è nato dal colonialismo inglese con il peccato originale dell’unità statale europea. Fin dall’indipendenza, i rapporti con le altre etnie sono stati difficili. Ci sono oggi in Myanmar tre gruppi etnici che combattono contro il governo centrale, 135 etnie riconosciute del paese, con una decina di etnie importanti non riconosciute, dai cinesi, agli indiani, agli anglo-birmani, legati alle vicende storiche del paese. La situazione è resa ancora più esplosiva dal fatto che queste popolazioni si trovano sparse a cavallo dei porosi confini con Cina, India, Bangladesh e Thailandia, destabilizzando dunque anche questi paesi. Grazie agli accordi stipulati fra Yangoon, Pechino e Bangkok per valorizzare alcuni progetti commerciali transfrontalieri, in molte aree sussistono tregue precarie. I primi “cessate il fuoco” furono conclusi con i gruppi etnici armati Wa e Kokang, che fino al 1987 avevano militato nel Partito comunista birmano. Gli accordi sottoscritti dall’esercito birmano con questi gruppi etnici, consente loro la coltivazione dell’oppio e il commercio senza interferenze da parte birmana. Il risultato è stato un’importante incremento della produzione e del traffico di eroina dalla Birmania, con un’impennata a livello mondiale del consumo e dipendenza da questa droga. Tali gruppi hanno inoltre intrapreso la produzione illegale su vasta scale di metanfetamine. Altre organizzazioni dei gruppi etnici all’opposizione, in particolare l’Organizzazione per l’Indipendenza Kachin e l’Unione Nazionale Karen, hanno invece preso ferme posizioni contro la produzione e il traffico delle droghe. Nell’agosto del 2009, l’esercito birmano ha rotto la tregua con l’etnia Koang al confine con lo Yunnan cinese. Ai Kakong si sono uniti i Wa. Più di 30.000 profughi sono fuggiti nello Yunnan e la Cina ha chiesto al governo birmano di garantire la sicurezza dei cittadini cinesi. Se la rottura della tregua era un tentativo di capire a quale prezzo si sarebbe potuto riprendere il controllo delle zone controllate dalle armate etniche, la risposta è venuta da Khuuensai Jayen, direttore dell’ agenzia di stampa degli Shan: “Sottomettere le etnie, prima delle elezioni 2010, è un sogno.” c) L’economia di Myanmar è fondata sull’export di materie prime. Il Gas prima di tutto, con partner la Francia e la Cina, il legname pregiato, le pietre preziose, esportate nei paesi di fascia protettiva: Thailandia, Malaysia, Singapore con Cina e India. La Cina è il grande protettore dei generali e il partner economico principale. Le rimesse degli emigrati che vivono prevalentemente in Thailandia sono una voce importante. Queste economie che sostengono il regime, sono poco scalfite dalle sanzioni. Proprio nei giorni della sentenza di agosto contro Suu Kyi, il senatore Usa Webb è sbarcato con industriali e operatori a Yangoon. Ha incontrato il leader Than Shwe e Aung San Suu Kyi. Il nuovo approccio di Obama parte dalla offerta di abolire le sanzioni. Che, in verità, non servono a molto e hanno un significato simbolico. Se dietro la mossa americana, a cui non sarebbe contraria, a sentire il senatore Webb, Suu Kyi, ci fosse un piano di sviluppo economico ben più ambizioso dello sfruttamento delle risorse naturali, si potrebbe pensare a un salto di qualità da offrire ai generali in cambio di un accordo con i democratici. U Win Tin, 19 anni di prigione, molto vicino a Suu Kyi ha indicato la strada di questa possibilità: emendamenti alla costituzione presente, alquanto totalitaria, per nuove regole elettorali più trasparenti. La Nld, la lega di Suu Kyi, sarebbe pronta a partecipare in questo caso alle elezioni. Questo è l’unico compromesso possibile. Se ciò accade e si apre, seppure a tappe una strada verso una democrazia piena, la società civile internazionale, che firma appelli da 21 anni, potrebbe partecipare con partner adeguati ai piani di sviluppo. Se non accade nulla, meglio programmare di andare in mille a Myanmar e farsi arrestare. Qualcosa succederebbe, sempre meglio di questa indignazione a singhiozzo che dura da 21 anni. Renato Novelli |
