| Nei prossimi mesi |
| di Alessandro Leogrande |
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La confusione sotto il cielo è grande, ma la situazione non è per nulla eccellente. Anzi, fa schifo. Chi pensava che un’eventuale bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale avrebbe portato Berlusconi alle dimissioni da presidente del consiglio, o comunque a un suo netto indebolimento, è stato smentito in queste settimane. La reazione rabbiosa al pronunciamento della Corte ha prodotto il rinserrarsi delle composite file del Pdl intorno al premier, non un loro scompaginarsi.
Avevamo scritto un anno fa, anticipando molti commenti a venire, che attraverso la riforma dei cardini del diritto e della giustizia italiana (di cui l’approvazione del Lodo Alfano avrebbe costituito la punta dell’iceberg) il berlusconismo di governo perseguiva due fini. Uno concreto: la messa al riparo del Cavaliere dai processi ancora in corso. Uno più profondo: la trasformazione del rapporto tra i poteri dello Stato; la creazione di uno spazio politico al comando del paese non criticabile e non aggirabile, che sussume in sé gli altri poteri, e depotenzia quelli dissenzienti. Avevamo anche aggiunto che, vista la natura contraddittoria del berlusconismo, e lo stesso profilo umano di Berlusconi, questo non avrebbe portato a un regime vecchia maniera. Piuttosto a una sorta di perversa liberazione anarchica dei poteri e dei sottopoteri italici. Il Lodo alla fine è stato bocciato. Per quanto pervasivo dell’intera società italiana, il berlusconismo sembra arrestarsi alle soglie della piazza del Quirinale. La Consulta ha ristabilito il principio dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge sancito dall’articolo 3 della Costituzione. E, anche se le due cose in un paese come l’Italia non sono strettamente correlate, è difficile supporre che l’ultimo Berlusconi possa ancora ambire alla presidenza della Repubblica. Ma basta tutto questo per tirare un sospiro di sollievo? No, perché il quadro politico (nella sua desolante evidenza) è rimasto immutato. Non verrà scosso dal riaprirsi dei processi contro Berlusconi, che invece probabilmente cadranno in prescrizione o verranno impallati nelle aule dei tribunali. Non verrà alterato da nuove alleanze e nuovi esperimenti, perché troppo forte è la rendita di posizione di Berlusconi rispetto al centrodestra, e troppo debole la sinistra per scompaginare la parte avversa con una opposizione intransigente. Almeno fino alle regionali di marzo tutto rimarrà così come è. Ma poiché l’analisi politica deve essere in grado di spiegare non solo i sussulti e le trasformazioni, ma anche la stasi, i blocchi di poteri, gli arroccamenti proviamo a spiegare la situazione che si è venuta a creare. I ribaltoni sono cose del secolo scorso. Il vero asse della destra italiana da dieci anni a questa parte è l’alleanza Bossi-Berlusconi. Benché in concorrenza, i due sono molto più simili di quanto non si creda. Berlusconi è un prodotto politico del bossismo, è la prosecuzione del bossismo con altri mezzi su scala nazionale. L’idea di destrutturare la vecchia politica, il suo linguaggio, la sua prassi, immettendo al suo interno un nuovo sotto-popolo maggioritario ma poco rappresentato dalle forze della prima repubblica collassate su se stesse, è la medesima. Non solo: in ogni momento di difficoltà politica, ogni volta che è stato minacciato dall’ipotesi del Grande Centro, Berlusconi ha rinsaldato l’alleanza con Bossi, e da questa posizione di forza ha sventato ogni minaccia. Lo farà anche ora, e sarà ancora una mossa vincente perché i due – Bossi e Berlusconi – non sono solo modelli politici vincenti, sono modelli antropologici che hanno vinto da tempo. Largamente nel Nord, e poco alla volta nel resto del paese. D’altra parte i leghisti non potevano trovare miglior braccio nazionale alla loro azione (che mira sostanzialmente a fare nelle loro regioni padane ciò che vogliono) che Berlusconi e il berlusconismo, cioè quella specie di occupazione del potere romano che mira alla salvaguardia dei propri interessi e di quella dei suoi simili, ma che – non avendo un’idea precisa di governo della società italiana – demanda alla Lega la realizzazione della sua nelle regioni in cui governa. L’unica vera concessione nazionale fatta da Berlusconi alla Lega (ed è una concessione enorme) è la gestione della sicurezza, su cui in un anno di governo ha sfornato un provvedimento dopo l’altro. E questa la dice lunga sulla debolezza ideologica del primo, e sulla forza della seconda. Chi mira ai giochi interni al palazzo, rischia di smarrire un dato di fondo. Fini, Montezemolo, Letta, Casini eccetera non hanno un popolo alle loro spalle. Bossi e Berlusconi sì, che sia televisivo o in carne e ossa: qualsiasi cosa facciano, saranno ancora premiati dalle urne di marzo. Detto con un esempio: una larga fetta di italiani pensa davvero che Feltri, la cui prosa biliosa assomiglia a quella di un Farinacci, sia un grande giornalista, e ripete a menadito ciò che scrive – i suoi rappresentanti politici sono Bossi e Berlusconi, non Fini o Letta. Certo, questo humus culturale viene da lontano, precede gli stessi B&B. Non è stato inventato da loro, ma oggi trova in loro il suo sbocco naturale. Per questo ogni ipotesi di rinnovamento del Pdl dal suo interno (pur in presenza di un primo ministro ammaccato dalle ultime vicende, non solo istituzionali) è evanescente, a meno che non si prospetti un finale di scena tragico. Ma l’Italia, si sa, non è paese di tragedie. Il Berlusconi senile e sbroccante, sotto gli occhi di tutti, è sicuramente più debole di quello di un anno fa o di quello che vinse le elezioni nel 2001. Sicuramente nel Pdl ci sono aree del partito che cominciano ad avanzare timidi dissensi, che vorrebbero una politica più moderata e più meridionalista, più finiana e meno bossiana. Ma quale spazio di manovra hanno? Volessero davvero costruire una destra dal profilo europeo o una nuova Dc, o arrivare in tempi brevi a un governissimo con altre forze, dovrebbero passare per la dissoluzione dell’alleanza Bossi-Belusconi. E per fare questo dovrebbero armarsi e uccidere il Padre, destituire Berlusconi in un congresso in pompa magna, non limitarsi a esprimere qualche consiglio che poi viene sistematicamente disatteso. È possibile, oggi in Italia, un simile parricidio? No, non lo faranno. Creeranno qualche corrente, mostreranno contraddizioni sempre maggiori, ma non lo faranno. Aspetteranno anche loro il crepuscolo, sperando che venga presto, ma senza muovere un dito. Nel frattempo Berlusconi proverà a fare nuove leggi contro la magistratura, la Lega contro gli immigrati, e entrambi a favore degli evasori fiscali. In tutto questo l’opposizione (cioè principalmente il Pd) è chiusa nella sua torre d’avorio. Non ha più partiti (di fatto non lo sono né lo stesso Pd a rischio di scissione, né l’Italia dei Valori, emanazione di una sola persona, né la galassia di Sinistra e libertà), e ciò che riesce a opporre al Cavaliere è solo un rumore di fondo extra-politico, più giornalistico e mediatico che di sostanza. Intendiamoci: Berlusconi è stato realmente indebolito (anche se forse più all’estero che in Italia) dalla vicenda delle escort, e dai dissapori con una parte del mondo cattolico, ma se poi – come insegnano tanti casi di storia contemporanea – non c’è un’opposizione che passa al contrattacco (non sulla vicenda delle escort, ma su un’idea di società, di cultura, di economia radicalmente diverse) gli scandali hanno solo l’effetto dei temporali d’estate. E la cantilena rischia di diventare innocua, trascinandosi dietro anche la riflessione cruciale sul rapporto tra sessualità, potere, mercificazione del corpo femminile. Ma questa è un’altra questione. Tornando alle faccende strettamente politiche, tutto rimarrà immobile – come detto – fino alle regionali. Avremo tempo per analizzare le candidature e i nuovi assetti che si produrranno. Ma si possono già avanzare alcune ipotesi preliminari, e tutte confermano che l’asse Berlusconi-Bossi (con un Berlusconi ancora più legato a Bossi) si rafforzerà. Il centrodestra vincerà al Nord, e Berlusconi concederà alla Lega il governatorato di una o due regioni. Loro sognerebbero la Lombardia. Per Bossi e il suo entourage varesotto-romano che ha strappato, tra le varie concessioni pubbliche, 20 milioni di euro per far girare il Barbarossa di Martinelli, senza che il Brunetta castigatore delle sovvenzioni statali abbia proferito parola, è questo l’obiettivo di sempre: la presidenza della Camera alla Pivetti o il ministero dell’interno a Maroni, nell’ideologia leghista, sono bazzecole in confronto alla presidenza della Regione Lombardia. Certo non arriveremo alla secessione; ma, in un paese già slabbrato e decomposto, attuerebbero nella regione più ricca del paese (che tuttora ha un Pil pari a quello di uno stato europeo di media grandezza, come il Belgio) il federalismo, per come lo intendono loro, più spinto. Nella sanità, nella sicurezza, nel mondo del lavoro, nelle concessioni edilizie... tutto in attesa dell’Expo. L’alternativa, al ribasso, è quella di tingere di verde la presidenza del Veneto o del Piemonte, o entrambi. Soluzione più probabile, che verrà strombazzata come una grande vittoria dai vertici padani, ma che resta in fondo meno allettante della prima ipotesi. (Come noto, il Veneto è un feudo leghista, specie in alcune province come quelle di Verona e Treviso. Ma, sotto sotto, il lombardo Bossi un po’ diffida dell’autonomia raggiunta dai propri dirigenti nel Nord-Est, e il loro potere accrescerebbe di molto qualora fosse premiato con la presidenza della regione.) In ogni modo, il peso del ricatto leghista sulla politica nazionale sarà ancora più grande. Quale bilanciamento potrà offrire Berlusconi? Non se la caverà male. Tanto per cominciare, riconquisterà la Campania, decretando la fine del bassolinismo. E forse potrebbe prendersi anche la Puglia delle protesi e delle escort, dei Fitto e dei Tarantini, strappandola a Vendola. Sempre che non sia il Pd a farlo fuori autonomamente (Vendola, non Berlusconi) con i suoi esponenti coinvolti nella “questione morale” della sanità. Forse, quelle che avanziamo, sono previsioni troppo funeste. O forse, al contrario, ci prenderemo. Ma una cosa è certa. Nell’Italia seduta davanti alle tv, che è pur sempre la maggioranza del paese, chi si ricorderà a fine marzo che in un tardo pomeriggio dei primi giorni dell’ottobre precedente è stata bocciata una cosa che si chiamava Lodo Alfano? Che – come stabiliva la sentenza – il premier non è al di sopra delle istituzioni di garanzia, e la legge è uguale per tutti? E che, d’altro canto, c’è qualcosa di sinistro nel definire sempre e comunque golpista chi non si sottomette al potere del sovrano? Il richiamo agli italiani, al volere degli italiani, comico oggi come ieri, sarà ancora una volta più forte di ogni altro ragionamento. Alessandro Leogrande |
