Archivio 2009 Novembre - N. 113 La Germania dopo le elezioni
La Germania dopo le elezioni
di Piero Salabè   

Uno spettro si aggira per le lande tedesche. Ha le sembianze posticce e ilari, e il vocione roco da spaccone d’osteria. Più che paura fa ridere, ma è un riso amaro. È il fantasma del marasma politico italiano. Secondo una presunta regola con un ritardo di dieci anni i grandi sommovimenti o dissesti politici italiani si ripetono oltralpe: fu così con l’Unità del paese, fu così con l’avvento del fascismo. E adesso lo spettro del berlusconismo, sgrassato dalle sue inimitabili volgarità e illegalità, inteso come fenomeno di sfiducia nello stato, nella partecipazione alla cosa pubblica, di palpabile ambiguità e incertezza, specchio umiliante di una sinistra stordita dal suo inarrestabile declino.

Certo, la sfinge cristianodemocratica Merkel e il liberale Westerwelle – “schwul” come gli omosessuali tedeschi si definiscono, froci e non eufemisticamente gay, in fiero spregio al disprezzo linguistico –, la futura accoppiata a capo della più potente nazione industriale europea sembra mentalmente e culturalmente ad anni luce di distanza dalle nostrane scorte di escort, dalle bottarelle e controbotte vaticane. Eppure queste elezioni tedesche vinte dai liberali che inneggiano alla detassazione radicale e all’autoregolamentazione di un libero mercato che pochi mesi prima senza l’intervenzione statale sarebbe crollato, hanno un sapore sinistro, vagamente italiano. Il trionfo di un cieco “particolare”, dell’utile immediato si rivela anche nella crescita di partiti come Die Linke, i post-comunisti che diventano il quarto partito prima dei verdi, nostalgici di uno stato assistenziale puro, mutando profondamente il quadro politico tedesco. Improvvisamente l’ammucchiata all’italiana, gli orrori pentapartitici, le coalizioni prese in ostaggio da rifondaroli e mastelliani, la litigiosità istrionica e a fine di lucro, sono divenute una possibilità tedesca.

La Spd, che in dieci anni dimezza i suoi consensi, esce distrutta dalla lotta intestina fra i fautori di una politica di centro e i massimalisti aperti a una coalizione con Die Linke. L’episodio più clamoroso di questo harakiri pubblico risale a un anno fa quando l’astro nascente Ypsilanti, vincitrice delle elezioni in Assia, venne sfiduciata dai suoi propri deputati per impedire un governo con la sinistra. La rivincita dei socialdemocratici centristi, in prima fila nelle passate elezioni, si è rivelato tuttavia un buco nell’acqua – la crisi profonda continua, forse è irrisolvibile. In realtà, a livello regionale e comunale non mancano coalizioni di sinistra, ma si concentrano tutte nella Germania Est. Die Linke, che nei Länder orientali raggiunge oltre il 25% rispetto all’8% di quelli occidentali, è soprattutto un fenomeno regionalistico, espressione di protesta paragonabile alla Lega. Sul piano nazionale la doppia sinistra al governo è un tabù che la nuova gestione del partito tenterà probabilmente di sfatare. L’unica cosa certa in questo quadro confuso, che ci appare familiare, è che la socialdemocrazia non ha ancora trovato la bussola, e che fino a quando non si reinventerà, darà gioco facile ad avversari scialbi come Merkel.
Angela Merkel: un angelo caduto da uno strano e fortunoso cielo. Nel 2002 per il rotto della cuffia, lo 0,1%, il suo antagonista cristianodemocratico Stoiber perde contro Schörder aprendole la strada per la candidatura del 2005, dove pur perdendo consensi si impone con un risicato 0,7% come primo cancelliere donna. È la fine di Schröder, che si mette a fare il consulente per Gazprom, è l’inizio del suicido socialdemocratico e della resistibilissima ascesa di Angie, capace una volta ancora, nelle ultime elezioni, di uscire vincente perdendo consensi. Forse il segreto del suo successo è che nessuno ancora ha ben capito a favore di cosa sia Angela Merkel. Nel nuovo governo farà la socialista ipotecando così, a detta di molti, già il prossimo successo elettorale. La critica feroce dei liberisti nel proprio partito e del futuro partner della coalizione non le hanno impedito la discutibilissima azione di salvataggio della decrepita Opel. Contraddizioni che ricordano il nostro sovvenzionista liberista Mister B. nel caso Alitalia e che rispecchiano le ambiguità di un elettorato cinico e sentimentale, sempre sensibile al populismo e al proprio personalissimo interesse. Sembra impossibile ridurre il peso fiscale di un’economia indebitata come quella tedesca, che negli ultimi decenni ha sempre più tagliato le spese sociali. Eppure la formula berlusconiana del “meno tasse per tutti” ha fatto vincere il rampante Westerwelle.
Non bisogna lasciarsi ingannare dall’apparente quiete e stabilità della situazione tedesca. Lo spettro dell’ingovernabilità rimane nel momento in cui tre partiti superano il 10% e i due grandi partiti tradizionali scendono al 30% o al disotto, e in cui una vasta zona del paese vota un partito altrimenti minoritario. Questo governo conservatore che pare una classica riedizione di quelli dell’era Kohl in realtà copre una mutata realtà sociale da cui, nel confronto con la mondializzazione, non si sa bene come uscirà politicamente il paese. In questo senso il caos italiano ha qualcosa di avanguardistico e lo spettro di Berlusconi – meteora ibrida e inquietante – non è che la metafora della nuova situazione, non più leggibile con i criteri tradizionali.
Piero Salabè